Etnapolis: l’eccitazione del consumo
che nasconde la precarietà dell’esistenza

Etnapolis” è uno dei tanti centri commerciali disseminati nel nostro paese, dal nome accattivante, promettente: situato ai piedi dell’Etna, non vuole essere semplicemente un centro commerciale, ma una vera e propria città (-polis). Una città commerciale.

Le immagini di lunghe file davanti ai supermercati ci sono ormai diventate familiari, eventi sicuramente dettati, all’inizio dell’emergenza Coronavirus, dalla paura per un futuro incerto, ma anche da un’inquietudine più profonda. L’atto di “acquistare” è infatti, nelle nostre città, parte di una vera e propria liturgia, elemento fondamentale nella vita quotidiana di molte persone. La minaccia di una chiusura dei supermercati è percepita, in questa prospettiva, come un attacco non solo alla vita materiale ma anche a quella psicologica, spirituale degli individui.

È questa dimensione spirituale, liturgica del consumo che indaga Antonio Lanza in Suite Etnapolis, mostrandone al tempo stesso il rovescio: la religione del sorriso, della rimozione del dolore, nasconde dietro le quinte storie di precarietà, di umiliazione, ferrei rapporti di potere.

L’incipit del poema accompagna il lettore alle soglie di un’Etnapolis che si è appena svegliata, le cui contraddizioni non sono ancora state nascoste dal frastuono dei clienti e dei messaggi pubblicitari: “Vergine e pubica la domenica di Etnapolis/ pochi minuti prima dell’apertura/ al pubblico, ma già la percorrono/ i primi polpacci pelosi e carrelli”. Colpisce la coppia di aggettivi “vergine e pubica”, che rovescia il binomio ”vergine e pudica”, dipingendo una paradossale castità. Come già evidenziato da Baudrillard, l’ossessione del consumo si basa, in effetti, sulla continua eccitazione del cliente – da qui la dimensione “pubica” dei messaggi pubblicitari – che al tempo stesso deve rimanere sempre frustrato, per poter continuare ad acquistare.

I versi successivi lasciano intravedere, dietro le insegne sfavillanti dei negozi, un mondo del lavoro che non ha alcun interesse a mostrare la sua vera essenza. L’ombra gettata dalle saracinesche contrasta così con i loghi accecanti dei prodotti: “Saracinesche aperte a altezze variabili/ come palpebre offese al sole/ con fiamme di logo al sommo delle porte”.

Attraverso una scansione per giornate, che inizia, liturgicamente, domenica per finire il sabato successivo, Suite Etnapolis ci accompagna nelle vite dei dipendenti del centro commerciale, sviluppando quella che potremmo chiamare un’epica silenziosa: ogni personaggio, a suo modo, cerca delle ragioni per sopravvivere ad una quotidianità ripetitiva, frustrante, a cui è legato dalla necessità economica. Così Vanessa “contatta la madre e chiede di Nicolò,/ che dorme e profuma/ col pollice in bocca./ Le si ricuce in petto/ la forza/ di tornare manichino”. Nuccio, la guardia giurata, conta gli anni che gli mancano per arrivare al momento della pensione, quando finalmente potrà dire di “averla spuntata”. Una vita di lavoro è così ridotta a dolorosa parentesi, da cui si desidera solo uscire. Non stupisce allora che i personaggi rispecchino le loro esistenze bloccate nei cani morti disseminati sulla strada, o che si chiudano ossessivamente nel privato, sognando di poter dimagrire almeno dieci chili.

Eppure anche lo spazio claustrofobico di Etnapolis può essere sconvolto dall’imprevisto: un cervo viene avvistato nel giardino. Trovata pubblicitaria del nuovo negozio di abbigliamento? Animale fuggito dal circo? Pericolo, da cui i clienti devono essere protetti? Sogno di natura incontaminata morbosamente filmato dai giornalisti, che si disinteressano delle condizioni lavorative di Etnapolis? Sapientemente, Lanza non dà un’unica risposta. Il cervo evoca una misteriosa “pienezza dell’esserci”; “osservandone sul prato improvvisa/ la corsa il cuore si disserra”. È questa forse un’immagine della poesia stessa. Coraggio estremo di esserci, riconoscere i propri desideri e frustrazioni, per iniziare ad essere qualcosa di diverso, non un semplice ingranaggio nella macchina del profitto di Etnapolis.

Antonio Lanza, “Suite Etnapolis”, Interlinea, Novara 2019