Debole, triste, misera. La notte degli Oscar peggiore di sempre

Abbiamo trascorso anni gloriosi, all’«Unità», commentando le varie edizioni dell’Oscar. Una volta il commento culturale-politico spettava al nostro glorioso critico, Ugo Casiraghi. Sì, culturale e politico. Perché gli Oscar hanno premiato grandi film e hanno rispecchiato tendenze, mode e momenti sociali importanti: basti pensare alle vittorie di “Platoon”, di “Balla coi lupi”, di “Schindler’s List”. Insomma, per anni è stato interessante commentare gli Oscar. Da un po’ di tempo, lo è molto meno. E quest’anno si è toccato il fondo.

Andiamo per punti

  • Punto 1. È difficile decidere chi, fra Chris Rock e Will Smith, sia stato più buzzurro, volgare e inopportuno. La cosa certa è che mai la cerimonia aveva raggiunto simili livelli di squallore.
  • Punto 2. Il film che ha vinto, remake di un discreto film francese, è fra i vincitori più deboli e insignificanti di sempre. Ma si aggiunge degnamente a una lista di vincitori modestissimi: dal 2011 in poi hanno vinto “Il discorso del re” (2011), “The artist” (2012), “Argo” (2013), “12 anni schiavo” (2014), “Birdman” (2015), “Il caso Spotlight” (2016), “Moonlight” (2017), “La forma dell’acqua” (2018), “Green Book” (2019), “Parasite” (2020) e “Nomadland” (2021). A parte “Argo”, divertente, e il per altro sopravvalutatissimo “Parasite”, una parata di mediocrità sconcertante. L’ultimo film notevole ad aver vinto è “The Hurt Locker” nel 2010. E non sono mancati, in questo decennio, film assai più meritevoli.
  • Punto 3. Siamo tutti contenti per Jane Campion, terza donna (dopo Kathryn Bigelow e Chloe Zhao) a vincere fra i registi, ma speriamo si possa dire che “Il potere del cane” non è il suo film migliore.
  • Punto 4. Siamo contenti (forse non tutti) per l’Oscar ad Ariana DeBose, straordinaria Anita in “West Side Story”, ma il vedere sottolineato dovunque che ha vinto perché portoricana e gay militante fa una tristezza sconfinata.

Drive my car, il film migliore

Potremmo andare avanti. Lasciateci invece dire che il film più bello, fra i candidati, era il giapponese “Drive My Car”. Dispiace per Sorrentino, e dispiace anche per il cartoon danese “Flee” e per il delizioso norvegese “La persona peggiore del mondo” (quest’anno la cinquina dei film stranieri era di altissimo livello).

Ma “Drive My Car” è uno dei grandi film del 2022, nonché di questo inizio di millennio. Una poderosa riflessione sul rapporto fra arte e vita, grazie a una messinscena teatrale di “Zio Vanja” che si insinua in maniera inarrestabile nella dolorosa vita dei protagonisti. Parte lento, “Drive My Car”, ma nell’ultima ora (su tre) vola veramente nello spazio e fa venir voglia di rileggere Cechov, uno degli autori che più ci potrebbero aiutare per superare indenni – almeno psicologicamente – i tempi perigliosi che stiamo vivendo.

E non è un caso che il film si svolga in buona parte a Hiroshima, la città dove il Giappone – ma, diremmo, l’umanità tutta – deve rielaborare il lutto di un’inenarrabile violenza.