De Mita, dal grande disegno rinnovatore al cabotaggio dei giochi di potere

Se c’era, e tanti hanno creduto di coglierla, una punta di sarcasmo nella definizione di “intellettuale della Magna Grecia” che Gianni Agnelli addossò a Ciriaco De Mita, l’interessato non se ne è mai adontato. Un po’ perché la sua formazione era stata premiata, da figlio di un sarto e una casalinga, alla Cattolica di Milano e nelle file della “Sinistra di base” alla quale il partigiano cattolico “Albertino” Marcora, il manager di Stato Enrico Mattei e il sindacalista Giulio Pastore avevano assegnato il compito di  “cambiare dall’interno” il partito perno del sistema, quella Dc partito-Stato. A quello Stato, ancora in larga parte in condizioni arcaiche, apparteneva Nusco, il paese che 94 anni fa, aveva dato i natali a De Mita. In quell’area del Mezzogiorno, identificata appunto con l’antica Magna Grecia, che cercava di riscattarsi dall’arretratezza. Con un’idea di modernizzazione. Per la quale Ciriaco De Mita ha creduto di combattere, continuando a fare politica fino all’ultimo. Non più da potente uomo politico, ma da sindaco tornato nella propria comunità a cercare la ragione di un impegno smarrita nei palazzi della capitale.

Foto dell’archivio ANSA

Perché uomo di potere De Mita lo è stato. Forse troppo. Già nel raccogliere l’eredità del capocorrente in quelle terre, Fiorentino Sullo. Poi, nell’ascesa romana, da parlamentare, sottosegretario, ministro, vicesegretario e infine segretario dello scudo crociato, dal 1982 al 1989 quando gli fu fatale il doppio incarico con la presidenza del Consiglio. Più dei rovesci elettorali, specie quello del 1983, gli si è ritorto contro l’incompiuto rinnovamento del partito con cui pure si era proposto di recuperare il disegno moroteo del superamento della democrazia bloccata. Ci aveva provato a Palermo, affidando a una personalità emergente come Sergio Mattarella – oggi presidente della Repubblica, che in virtù del legame di quegli anni ha deciso di partecipare ai funerali – il compito di liberare la Dc anche dalle compromissioni mafiose. E, a proposito di Quirinale, è da attribuire a De Mita il metodo che consentì l’elezione di Francesco Cossiga al primo scrutinio.

Cos’è mancato? Sarà che il disegno di apertura alle forze democratiche si incagliò nella “staffetta” con Bettino Craxi, fino a diventare un rapporto conflittuale parallelo a quello del leader socialista con il segretario del Pci. Nemmeno nello scontro sulla scala mobile la Dc riuscì a ritrovare un qualche spazio proprio di composizione del sistema. Finì per imporsi il pentapartito, ma con il CAF (l’alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani) si rivoltò contro lo stesso De Mita, consegnando la Dc alle convulsioni della Prima Repubblica.

La democrazia bloccata

Nei “ragionamenti” di De Mita, la politica avrebbe dovuto “concorrere alla soluzione”. Nella ricerca della soluzione alla democrazia bloccata vennea mancare il prezioso apporto di Roberto Ruffilli, assassinato dalle Brigate rosse. Lo stesso disegno di transizione istituzionale, poi coltivato da presidente della Commissione bicamerale per le riforme nel ‘93, finì per essere bloccato (e non per le dimissioni a seguito di una indagine giudiziaria riguardante un fratello, giacché Nilde Iotti portò a termine il mandato). Il tanto osteggiato neo presidenzialismo diventerà nel ‘94 la bandiera della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. Che De Mita avversa  (“Il voto gli avrà dato il diritto di governare, non di farlo da padrone”) insieme agli ex Dc che, come Rocco Buttiglione, accorrono a dar man forte. Al dunque, partecipa alla fondazione del Partito Democratico, da cui si aspetta un qualche riconoscimento. Mancato, almeno con l’ennesima candidatura. Cercata invece in una “alleanza di centro” rivelatasi nuovamente arida proprio sul terreno della “centralità di un equilibrio” immaginata da De Mita. All’intellettuale della Magna Grecia rimane la fascia tricolore di Nusco.