Ddl Zan: il Vaticano
si basa su
argomentazioni infondate

Esaurita la potenza dei tradizionali strumenti offensivi contro il ddl Zan il Vaticano ha deciso di usare, come il dott. Stranamore di Kubrick, l’arma- fine-di mondo: la denuncia, per via diplomatica, di una presunta violazione del Concordato da parte dello Stato italiano.

I tempi stanno cambiando

È segno che i tempi stanno cambiando. Fino a qualche anno fa sarebbe bastata un’intervista del presidente della CEI a un quotidiano per bloccare l’iter parlamentare. È successo più di una volta nell’ormai venticinquennale iter della legge contro l’omotransfobia. Adesso che le armi della moral suasion sembrano non bastare più si passa al livello giuridico. E dal momento che, come sancito a più riprese dalla Consulta, la laicità della Repubblica italiana è un principio costituzionale e quindi il parere della CEI è, come dire, di rango subordinato, si scomoda il Concordato fra Stato e Chiesa cattolica del 1929 e la sua revisione del 1984.

Critiche capziose

Va da sé che sul piano giuridico le questioni poste sono manifestamente infondate. La prima riguarderebbe la presunta imposizione alle scuole cattoliche del rispetto dell’art.7 del disegno di legge, che prevede che nella giornata del 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omotransfobia già varata dall’Unione Europea nel 2004, le scuole attivino iniziative “al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione”.

Al di là di ogni altra considerazione (l’adozione di iniziative di contrasto alle discriminazioni nelle scuole è già prevista dalle legge sulla “buona scuola” del 2015 e comunque queste iniziative coinvolgerebbero le famiglie come stabilito dal patto educativo di corresponsabilità) si tratta di un’argomentazione capziosa o, per dirla in modo franco, di un gioco delle tre carte. La legge sulla parità del 2000, infatti, prevede che alle scuole cattoliche paritarie sia assicurata “piena libertà per quanto concerne l’orientamento culturale e l’indirizzo pedagogico-didattico”. È una norma che può a buon motivo non piacere, dal momento che alle scuole paritarie lo Stato italiano garantisce non pochi finanziamenti pubblici senza chiedere in cambio l’adozione di un insegnamento aconfessionale, ma è una legge dello Stato e questo fa piazza pulita dai falsi timori esposti dal Vaticano. A ciò si aggiunga che l’autonomia delle istituzioni scolastiche rende comunque il piano triennale dell’offerta formativa di ogni istituto il luogo in cui si progettano le attività della scuola.

L’altra questione riguarderebbe il rischio di incorrere nelle sanzioni penali previste dalla legge in caso di libera espressione delle posizioni cattoliche sull’omosessualità. Ma anche questa questione non ha alcun fondamento. Il testo già votato dalla Camera e in attesa di approvazione in Senato prevede già, all’art.4, che “sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.” In più va ricordato che l’estensione anche a genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità delle sanzioni già previste dal codice penale per le discriminazioni e i crimini d’odio a sfondo odio etnico, nazionale, razziale o religioso rimarrebbero confinate a questi ambiti di discriminazioni sarebbe quindi impossibile che un tribunale, sulla base delle previsioni del ddl Zan, possa punire un sacerdote per avere detto dal pulpito, come spesso accade, che l’omosessualità è contraria al disegno divino o un opinionista cattolico che esprimesse la sua contrarietà all’estensione del matrimonio civile alle coppie dello stesso sesso.

La politica tenga la schiena dritta

È evidente che dietro allo sbandierato timore di non potersi più esprimere liberamente si cela, ma neanche troppo, la tradizionale richiesta di non riconoscere dignità sociale e protezione giuridica alle persone Lgbti. Niente di nuovo sotto il sole, se non la gravità dello strumento usato del ricorso alla diplomazia internazionale. La vera novità la farà, se ne sarà capace, la politica italiana, chiamata ancora una volta a tenere la schiena dritta di fronte all’ennesimo tentativo di violazione delle prerogative della Repubblica da parte del Vaticano.