“Dante” di Avati, adorabilmente old style e straordinariamente moderno

Un film intitolato “Dante”, diretto da un regista di quasi 84 anni (Pupi Avati li compirà il 3 novembre), potrebbe sembrare a priori fuori moda. E in qualche misura è così, e ben venga: in un’epoca in cui i film “di moda” parlano solo di supereroi o di famiglie violente e disfunzionali, è bellissima anche la sola idea che un film possa avere come protagonisti due grandissimi scrittori come Dante Alighieri e Giovanni Boccaccio, e possa dipanare la propria storia con ritmi pacati (oseremmo dire “umani”) attraverso un sapiente uso dei flashback. Ma i pregi di “Dante” non si esauriscono nel suo essere adorabilmente “old style”: secondo noi Pupi Avati parla di qualcosa che è straordinariamente moderno. Vediamo perché.

Esistono naturalmente molte biografie di Dante Alighieri, sia filologiche, sia romanzate, e quasi tutte girano intorno ai (non moltissimi) fatti che conosciamo sulla vita del grande poeta. Avati fa una scelta diversa, molto interessante: non sorprendente per chi ha fatto il liceo classico nello scorso millennio e magari si è, per proprio conto, informato sulla vita culturale e politica nell’Italia del tempo; ma, ne siamo certi, molto affascinante per chi dovesse scoprire solo al cinema la storia che stiamo per raccontarvi.

Il film parte dal personaggio di Boccaccio. Anche nel suo caso, tutti sappiamo che è l’autore del “Decameron”: e lo sappiamo anche grazie al cinema, a Pier Paolo Pasolini e a tutto il filone boccaccesco che dal successo del film di Pasolini infuriò nei primi anni ’70. È quindi probabile che molti abbiano, di Boccaccio, un’idea boccaccesca. Come è verosimile che molti abbiano, di Petrarca (l’altro grande scrittore dell’ideale triade trecentesca), un’idea “petrarchesca”: il poeta di Laura, dei sonetti, dell’amor cortese. Lasciando perdere Petrarca (per ora), diciamo che il film ci racconta un Boccaccio diverso dal cliché decameroniano, spingendoci a riflettere su quanto le vicende personali di questi tre giganti fossero interessanti e inestricabilmente legate alla realtà in cui vissero.

Un Boccaccio non boccaccesco, un Petrarca non petrarchesco

Boccaccio, in particolare, era ossessionato dagli altri due. Non aveva ovviamente conosciuto Dante (aveva 8 anni quando Dante morì, essendo nato nel 1313) mentre riuscì a incontrare Petrarca nel 1350, in occasione del Giubileo, e a diventarne amico dopo esserne stato per anni un accanito lettore (oggi diremmo: un fan). Il 1350 è anche l’anno in cui Boccaccio riceve dalla Signoria di Firenze l’incarico di recarsi a Ravenna per portare alla figlia di Dante, fattasi monaca, una borsa con 10 fiorini a mo’ di scusa e risarcimento per le persecuzioni politiche subite dal padre nel corso del suo esilio. È quindi un anno chiave: Boccaccio ha 37 anni (nel film, interpretato da Sergio Castellitto, appare più maturo) e in modi diversi si confronta con i suoi due miti.

Un’immagine dal trailer del film

Petrarca, di anni, ne ha 46 (è nato nel 1304): ma ha già un percorso di vita del tutto diverso. È un uomo di potere, che tratta alla pari con i Papi, e sogna la gloria letteraria grazie alle opere in latino; i sonetti in volgare sono poco più di un passatempo. Per altro anche Boccaccio alterna opere nelle due lingue, e nel 1350 il “Decameron” è in corso di stesura; come Dante, è convinto dell’urgenza “politica”, oltre che espressiva, di scrivere in italiano e di non rivolgersi quindi solo ai chierici. Non meravigli l’aggettivo “politico”: come Petrarca, Boccaccio è di mestiere un politico. Lo erano, di fatto, tutti e tre, con alterne fortune (enorme quella di Petrarca, media quella di Boccaccio, disastrosa quella di Dante).

Se prendiamo Dante come padre nobile della nostra letteratura, possiamo considerare Petrarca e Boccaccio i due figli illustrissimi sapendo però che Petrarca non amava il fiorentino mentre Boccaccio, letteralmente, lo idolatrava. E qui veniamo al tema del film, e alla sua modernità: Boccaccio mette in atto una strategia comunicativa che oggi definiremmo un lavoro da “influencer”.

Pupi Avati

Non solo, approfittando della missione a Ravenna (che in quegli anni, ancora privi di autostrade e treni ad alta velocità, richiedeva un periglioso viaggio di settimane), raccoglie informazioni sugli ultimi anni di Dante che allora non venivano ovviamente pubblicate sui giornali; ma non perde occasione per diffondere la “Commedia”, che sempre ovviamente non si comprava allora in libreria. Ne trascrive di propria mano diverse copie (sarà utile ricordare che il manoscritto autografo del poema, quello insomma vergato da Dante stesso, è perduto e che in quegli anni copiare a mano un libro è l’unico modo di preservarlo), la legge in pubblico, tiene conferenze: tiene, insomma, viva la memoria di Dante, che nei decenni immediatamente successivi alla morte subiva una “damnatio” squisitamente politica. Anche nel Trecento, la storia la scrivono i vincitori, e Dante è uno sconfitto. Si può affermare che senza il lavoro di Boccaccio la memoria di Dante forse si sarebbe persa: oggi sapremmo poco di lui, forse – è incredibile il solo pensarlo! – non sapremmo nulla.

Adorabilmente “old style”, straordinariamente moderno

Questa è la cosa incredibilmente moderna che racconta Pupi Avati: il lavoro intellettuale di uno scrittore per divulgare l’opera di un altro scrittore. Il film alterna due livelli narrativi: la missione di Boccaccio, che corre anche dei pericoli andando a nominare l’Alighieri in luoghi e situazioni dove è ancora “maledetto”; e, in molti flashback, la vita di Dante, attraverso le tappe canoniche (l’incontro con Beatrice, la morte di lei, il matrimonio, l’esilio) e altri momenti meno noti, come la partecipazione alla battaglia di Campaldino che Avati rievoca in modo molto corrusco.

Uno degli aspetti interessanti del film è infatti la ricostruzione concreta, quasi “terragna” del Medioevo. Trionfano la sporcizia e la violenza, e mostrare Dante con altri commilitoni che si liberano il ventre in un ruscello, prima di andare a combattere, è in qualche misura una scelta di campo: ricordare che un sommo poeta ha le stesse esigenze fisiologiche di un villano è cosa ovvia e giusta, ma mai scontata.

Immagine dal trailer di “Dante”

Del resto Avati si trova bene nel Medioevo: l’ha dimostrato con “I cavalieri che fecero l’impresa” (2001), sulla ricerca della Sindone, e soprattutto nel misconosciuto “Magnificat” (1993) che descriveva un Medioevo assai più tardo, l’anno 926, in cui la fede cristiana era l’unico antidoto per sopravvivere a un’esistenza quanto mai faticosa: «Sono risalito a mille anni fa per trovare un’epoca in cui la fede era fondamentale per riempire quel silenzio di Dio che era allora identico a quello che è oggi. Era tale e tanta la necessità di trovare un interlocutore che trascendesse le cose e gli uomini per dare un senso ad una vita così grama e bestiale, per trovare un modo di vivere e sperare», ebbe a dire il regista.

La sensazione è che Avati abbia sentito il bisogno di fare la stessa cosa anche oggi, e che stavolta gli interlocutori siano appunto Dante e Boccaccio, con il secondo a compiere lo stesso duro lavoro – il ripristino dei valori, la difesa della memoria – che siamo tutti tenuti a fare oggi, noi che lavoriamo, ciascuno con i propri mezzi, nel campo della cultura e dell’intelletto.

“Dante” è un film che dice a chiare lettere due cose: la prima, che senza cultura non si vive; la seconda, che attraverso la cultura occorre prepararsi a lasciare questo mondo con decenza e orgoglio. È questo il senso della missione boccaccesca, e forse è questo il motivo dell’invecchiamento, chiamiamolo così, del personaggio (oltre che per esigenze di messinscena legate alla scelta di un attore come Castellitto, per altro bravissimo, che ha quasi il doppio degli anni che aveva Boccaccio in quel fatidico 1350). “Dante”, insomma, parla a noi, a chiunque voglia ascoltare.