Dalle studentesse ai centri antiviolenza. E’ il nuovo femminismo

Il corteo, fitto, disordinato, musicale, colorato, scanzonato e arrabbiato, che sabato scorso si è snodato per le vie di Roma, da piazza della Repubblica a San Giovanni per la giornata mondiale “per l’eliminazione delle violenze sulle donne”, ci racconta qualcosa della storia che stiamo vivendo.

La prima cosa è che il femminismo, dato per morto o considerato residuale appannaggio di nonne “privilegiate” – come direbbe la sindaca di Roma Virginia Raggi – è invece vivissimo, seminato e fecondato nelle esperienze territoriali delle periferie della Capitale e nel resto del paese, dove operano i centri anti- violenza, le associazioni che si prendono cura della salute e della cultura delle donne, dove la solidarietà si intreccia con la ricerca di senso del vivere femminile, lesbico e transgender. Tante, tantissime le ragazze che rivendicano l’autodeterminazione e la “proprietà” del proprio corpo. Tanti i ragazzi delle scuole a testimoniare una diversa visione delle differenze di genere. Forte la lettura della violenza sulle donne come il risultato del perdurare della dimensione patriarcale nella famiglia, nella società, nella coppia e, spesso, nella gestione delle istituzioni dello Stato, di cui sono sintomo la controffensiva sulla legge 194 e il disegno di legge Pillon.

Roma. 24 novembre 2018 manifestazione contro la violenza sulle donne Foto Ella Baffoni

La seconda cosa è che il segno dominante del corteo era l’intreccio con altre istanze di opposizione antigovernativa, contro il razzismo, contro gli sgomberi, contro la politica di respingimenti nel Mediterraneo, bersaglio più frequente degli slogan il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini. Questo ci racconta qualcosa sul nuovo femminismo, cresciuto in spazi popolari su istanze sociali, e qualcosa sulla percezione del governo giallo-verde, come governo di destra, nel quale le confuse spinte ugualitarie del movimento Cinque stelle sono sbiadite, schiacciate sotto la pressione securitaria.

Un tratto, questo che abbiamo descritto, dominante ma i femminismi sono anche altro, come testimonia la bella iniziativa presa da Mara Carfagna, vicepresidente della Camera, con “Non è normale che sia normale”. Quello che mi pare possa accomunare – nell’agire – la ricchezza di pensieri diversi e differenze sia il rinverdire una idea di welfare che ha subito la scure dei tagli nell’ultimo ventennio.

La funzione dello stato sociale, recita una memoria di giunta del Municipio 3 di Roma, annunciando una serie di iniziative, si è ridotta “ad interventi rivolti ai soggetti in condizione di estremo bisogno, abdicando alla funzione di promoziona preziosa anche per soggetti, come le donne, che vivono condizioni di esclusione e di marginalità diverse dai tradizionali destinatari delle politiche sociali, facendo crescere il sentimento della solitudine sociale”.

Strettamente connesso con il welfare è un’idea di spazio pubblico, di politiche urbane, drasticamente ridottasi a decoro, quando il vero problema è la vivibilità, la vitalità dei luoghi. Di questo ci parla il degrado urbano in cui ha trovato la morte Desirée.

Di questo ci parla, al polo opposto, il ricorso presentato dalla Casa internazionale delle donne contro la notifica di non rinnovo della Convenzione per gli spazi dell’ex convento del Buon Pastore. Notifica partita da un ufficio del comune, come si trattasse di un privato inquilino moroso e non di un luogo – mantenuto con cura – dove le associazioni femministe svolgono attività al servizio dell’intera cittadinanza.