Dalle “filosofie” ai negoziati sulle cose: così si sblocca il dialogo Usa-Russia

Poniamo la questione nei suoi termini più semplici. La Russia di Vladimir Putin si sente accerchiata e pretende garanzie sul non allargamento ulteriore della NATO verso i propri confini. Garanzie che gli Stati Uniti di Joe Biden non le possono dare se non smentendo la propria impostazione generale di politica estera e, in un certo senso, il fondamento della cultura politica dei democratici tornati al potere a Washington. È questo, ridotto all’osso, il Grande Problema sul tavolo del confronto tra la Casa Bianca e il Cremlino che sta, molto faticosamente, riprendendo con la telefonata della fine dell’anno tra i due presidenti, l’incontro a Ginevra nel fine settimana tra i sottosegretari agli Esteri, l’americana Wendy Sherman e il russo Sergeij Riabkov, ambedue muniti – a quanto si è saputo – di robuste deleghe a trattare almeno sulle armi, il resuscitato Consiglio Nato-Russia che si è riunito ieri a Bruxelles e l’imminente sessione dell’Osce, l’unica sede internazionale in cui sono presenti tutti gli stati del Nord America, dell’Europa e dell’Asia centrale. Un foro, insomma, competente ad affrontare non solo la crisi ucraina, ma anche quella arrivata, a complicare cose già abbastanza complicate di loro, con le rivolte contro il regime del Kazakhstan.

Wendy Sherman e Sergeij Riabkov a Ginevra

Continuando a semplificare, si può dire che il contrasto sia il precipitato di due filosofie che nelle condizioni date attualmente appaiono inconciliabili. La prima è quella che si può definire “sicurezza nel cortile di casa”: i russi non vogliono armi nemiche ed eserciti pronti a varcare le frontiere alle porte della Russia. Nel loro “estero vicino”, come amano dire. Non sfugge a nessuno che sull’altro fronte questa filosofia ha avuto largo corso nella storia ed è stata dottrina politica con notevoli conseguenze (anche molto spiacevoli) di quasi tutte le amministrazioni statunitensi del passato, per cui ci aspetterebbe da parte americana una qualche capacità di comprendere il punto di vista di Mosca. Hanno facile gioco gli osservatori russi che in questi giorni ricordano che pur di non avere missili in quell’angolo del proprio cortile di casa che gli americani consideravano essere Cuba il presidente Kennedy scatenò una crisi fino al limite estremo della guerra nucleare. Ma è vero che i russi con Putin al potere e con la teorizzazione dell’”estero vicino” le hanno dato una inquietante connotazione neoimperiale, accompagnandola a una inaccettabile rivendicazione di una sorta di droit de régard del Cremlino sulla condizione dei (molti) russi che vivono nelle ex province dell’impero sovietico, dall’Ucraina ai paesi baltici al Caucaso all’Asia centrale.

Diritto delle nazioni

La seconda filosofia appartiene anch’essa a una certa tradizione americana, soprattutto di parte democratica. È quella, affermata con il venire alla ribalta della scena internazionale con la promozione della Società delle Nazioni wilsoniana alla fine della prima guerra mondiale, del diritto delle nazioni non solo ad essere indipendenti, ma anche a determinare la propria collocazione internazionale sulla base delle scelte democratiche dei propri cittadini.

Se si prende la crisi dell’Ucraina il discorso scende subito dalle vaghezze della teoria alla rozza concretezza dei fatti. A Putin va riconosciuto il merito della chiarezza per averlo fatto con una certa brutalità ammonendo gli Stati Uniti e la NATO a non “appropriarsi” dell’Ucraina perché questo costituirebbe per la Russia una minaccia inaccettabile e avvicinerebbe il pericolo di un conflitto militare aperto. Ma Washington e la NATO a loro volta non possono accettare che da Mosca venga esercitato un veto all’esercizio di un diritto di uno stato sovrano, magari sancito dall’espressione di un voto popolare. Se il governo e i cittadini dell’Ucraina decidono di aderire alla NATO – l’hanno ripetuto tutti gli officials americani dal presidente in giù e per ultima Wendy Sherman durante l’incontro con Riabkov – debbono essere liberi di farlo senza che nessuno interferisca dall’esterno. Se Mosca prova a farlo “ne pagherà le conseguenze”.

Questa è, ridotta all’osso, la posta in gioco tra Washington, le capitali della NATO, Kiev e Mosca. Una partita cui l’altra crisi in un’area postsovietica di questi giorni, quella indotta dall’aumento dei costi dell’energia nel Kazakhstan, non pare per fortuna (e almeno finora) aggiungere tensioni ulteriori, considerato che il regime di Nur-Sultan e quello di Mosca hanno attribuito gli “interventi esterni” di agitatori stranieri ai talebani afghani o altre forze analoghe dell’estremismo islamico regionalizzando così intenzionalmente la crisi ed evitando di cercarne le cause, come avrebbero potuto fare, in una dinamica est-ovest.

La spinta all’est della NATO

Al punto in cui siamo non serve andare a cercare le responsabilità che sono dietro all’impasse. È molto utile, però, ricostruire i passaggi che hanno portato passo dopo passo allo scontro tra le due “filosofie” fissandone i momenti decisivi. Cominciamo dalla caduta del Muro di Berlino. Negli accordi tra l’Urss di Gorbaciov, gli occidentali e i tedeschi era previsto che l’unificazione della Germania non avrebbe portato a un allargamento della NATO verso est. L’impegno preso da Washington e dall’Alleanza atlantica, come è noto, non venne rispettato e questo, sostanzialmente, per gli stessi motivi che si ripresentano con la crisi dell’Ucraina: le opinioni pubbliche degli stati dell’ex impero sovietico, soprattutto la Polonia e le repubbliche baltiche, volevano una copertura politica contro il pericolo rappresentato dall’arcinemico atavico alle frontiere orientali. Un desiderio ben comprensibile alla luce delle loro tragiche esperienze storiche. Insomma, l’allargamento della NATO rispondeva al desiderio democraticamente espresso dalla maggioranza dei cittadini dei paesi che entravano a farne parte. È un fatto del quale tutti, compresi i russi, debbono avere la giusta consapevolezza.

Ma si doveva necessariamente arrivare a questa polizza collettiva contro gli interessi di sicurezza della Russia che in quegli anni – ricordiamolo – era un paese in una crisi talmente grave da renderlo tutt’altro che una minaccia? C’erano due possibili strategie davanti all’occidente: incalzare l’orso indebolito riproponendo l’antica dottrina della guerra fredda del containment oppure ingabbiarlo in una rete multilaterale che garantisse sicurezza e relazioni pacifiche in Europa e – così si poteva sperare – favorisse anche la crescita democratica interna e il componimento dei contrasti di nazionalità nella Federazione russa. Se ne discuteva molto all’epoca in occidente e spesso con accenti assai diversi tra le due sponde dell’Atlantico. Il momento in cui la seconda ipotesi parve prevalere fu, nel 2002, la creazione del Consiglio Nato-Russia sancita nel vertice di Pratica di Mare, quello di cui l’allora capo del governo italiano Berlusconi nella sua patetica mania di grandezza si attribuì il merito sostenendo che era stato lui a “far finire la guerra fredda”. Allora Putin, presidente della Federazione russa da poco più di un anno, era all’inizio della sua carriera e se pure forse nutriva già sogni di revanche non lo dava ancora a vedere.

Un’occasione sprecata

Pratica di Mare fu un’occasione persa. Sei anni dopo, al vertice NATO di Bucarest dell’aprile del 2008, il presidente americano George W. Bush cercò di far passare la cooptazione nell’Alleanza dell’Ucraina e della Georgia provocando comprensibile allarme al Cremlino. L’iniziativa americana fu stoppata da tedeschi e francesi, ma fu comunque fissata sulla carta l’eventualità che in futuro l’Ucraina potesse aderire alla NATO qualora il suo governo democraticamente eletto oppure un referendum popolare lo avessero chiesto. E così per le cancellerie dell’occidente stanno le cose ancor oggi.

Putin, Bush e Berlusconi al summit di Pratica di Mare

Si sarà notato che in questa sommaria ricostruzione l’Unione europea è del tutto assente. Non stupisce, data l’incompiutezza di una integrazione comunitaria che si è drammaticamente arenata di fronte alla necessità di una politica estera comune. C’è stato però almeno un momento in cui l’Unione europea avrebbe avuto la possibilità di funzionare da catalizzatore di un processo distensivo tale da coinvolgere l’Ucraina e anche la Russia. Fu quando nell’opinione pubblica ucraina crebbe un forte movimento a favore di un rapporto più stretto con l’Unione europea. Stavolta fu la Russia di Putin a stroncare le aspirazioni degli ucraini favorendo la repressione del movimento Euromaidan. A ispirare l’atteggiamento dell’autocrate del Cremlino non fu solo la percezione, probabilmente distorta, che le aspirazioni “europee” degli ucraini facessero tutt’uno con quelle “atlantiche” e che avvicinandosi all’Europa occidentale il paese fosse destinato a finire nelle braccia americane. Ci fu anche – e forse pesò ancora di più – la diffidenza del nuovo zar del Cremlino verso la cultura e il sistema di valori dell’Unione europea, così lontani, l’una e gli altri, dall’autoritarismo “imperiale” con cui Putin tratta il proprio popolo. La “guerra” che il capo del Cremlino sta conducendo contro l’Europa a forza di appoggi ai governi populisti e di aiuti di varia natura ai partiti antieuropei nei paesi dell’Unione è un altro elemento che rende complicata e pericolosa la crisi ucraina.

Lo scontro tra le due “filosofie”, insomma, sembra bloccare irrimediabilmente la prospettiva di una soluzione del conflitto e di una ripresa di un dialogo distensivo tra Mosca e l’occidente. Eppure forse qualche spiraglio si intravvede ed è tutto riposto nella ragionevolezza dei negoziatori. Astutamente, Putin prima di Natale ha articolato la sua proposta di negoziato globale nell’offerta di due trattati, uno con gli Stati Uniti e l’altro con la NATO. Si tratta di un evidente tentativo di dividere il fronte avversario, ma potrebbe anche essere l’occasione per gli occidentali di articolare le risposte isolando le questioni di principio, apparentemente insuperabili, da una serie di accordi concreti sui quali invece le intese sarebbero più facili. Non a caso il dialogo più produttivo pare sia stato quello, centrato sugli aspetti puramente militari nel negoziato ginevrino durato ben sette ore tra i due sottosegretari. I russi avrebbero dato garanzie “credibili” sul fatto che le massicce esercitazioni delle ultime settimane non lontano dal confine con la regione ucraina del Donbass non preludono ad operazioni oltre frontiera.  Gli Stati Uniti, pur tenendo fermo, ma, per così dire, “sottinteso”, il principio del diritto degli ucraini a entrare se vogliono nella NATO, avrebbero fatto intendere che potrebbero ritirare i consiglieri, militari e civili, mandati a Kiev e che l’Alleanza potrebbe impegnarsi a non dispiegare o a ritirare certi sistemi d’arma giudicati pericolosi dai russi. Offrirebbero, inoltre, l’inclusione di alcuni sistemi missilistici tra la Polonia e i paesi baltici che i russi considerano molto minacciosi nel novero del Trattato Inf.

Piccoli passi, come si vede. Che però rappresentano forse la conferma del fatto che quando si abbandonano le “filosofie” la distensione può riprendere il cammino. Nella speranza che il calo delle tensioni con l’occidente renda meno forte la posizione di chi a Mosca sulla minaccia dall’esterno trae alimento per il proprio incontrollato potere.