Tra le Alpi e l’Italsider, vita e morte di Guido Rossa che denunciò le Br

Era il 1979. Un anno prima, il 9 maggio, era stato ritrovato nel bagagliaio di un Renault rossa il cadavere di Aldo Moro, assassinato dalla colonna romana delle Br. Nel 1979 presidente della Repubblica era Sandro Pertini, il Pci era ancora vivo e lo guidava Enrico Berlinguer, a capo della Cgil era Luciano Lama. Il 24 gennaio 1979 venne ucciso Guido Rossa, “un operaio e un sindacalista”, come scriverà l’Unità: “Le Brigate rosse gettano la maschera/ Operaio comunista trucidato a Genova”, il titolo di prima pagina.

Guido Rossa era appena uscito di casa, all’alba, per raggiungere lo stabilimento dell’Italsider, con la sua 850 Fiat. Tre della colonna genovese delle Br erano lì ad attenderlo. Vincenzo Guagliardo gli sparò alle gambe, Riccardo Dura lo finì con un colpo al cuore, Lorenzo Crespi era l’autista: li aspettava in macchina. Dura venne ucciso dai carabinieri, che lo sorpresero nel covo di via Fracchia. Guagliardo, processato e condannato, mai pentito, gode della semilibertà. Crespi è ancora latitante, tra la Spagna – pare – e il Portogallo.  Guido Rossa è sepolto nel cimitero di Staglieno. Ai funerali, tre giorni dopo, lo salutarono in trecentomila. C’erano Pertini, Berlinguer, Lama. La figlia, Sabina che allora aveva sedici anni e che era passata vicino alla macchina del padre senza accorgersi di nulla, ha ricordato quei giorni in un libro, Guido Rossa, mio padre (con Giovanni Fasanella).

“Giù in mezzo agli uomini”

Molto si è scritto, subito e a distanza di tempo, di Guido Rossa. Anche un film ne ripercorse la vicenda, Guido che sfidò le Brigate rosse, regista Giuseppe Ferrara, film del 2005 passato una sola volta in televisione. Un altro libro si è aggiunto adesso ad opera di uno storico, Sergio Luzzatto, docente all’Università di Torino: Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa (Einaudi, pagine 238, 16 euro). Luzzatto, nato a Genova, ricorda nel prologo come il giorno dei funerali di Guido Rossa il preside del suo liceo lo recluse, di fatto, sotto la sorveglianza di un bidello, in uno stanzino per impedirgli di partecipare. Lo liberarono quando tutto era finito. La biografia dell’operaio dell’Italsider, alpinista appassionato, sindacalista comunista, berlingueriano come lo definivano le Br, è una sorta di risarcimento per se stesso, dopo quella diserzione imposta dal preside: partecipare, attraverso la memoria, alla tragedia che chiude un’esistenza, un’esistenza esemplare che va oltre la persona e diventa paradigma di un mondo.

Guido Rossa è il figlio di immigrati dal Veneto a Torino, studia quanto può permettergli la sua condizione sociale, comincia presto a lavorare, è un metalmeccanico, comincia in una azienda dove i genitori hanno trovato posto come custodi, passa alla Fiat, si trasferisce con la moglie a Genova, dove trova occupazione all’Italsider, è duramente colpito dalla morte del figlioletto, morto asfissiato nell’incendio di una casa…

Guido Rossa coltiva dai tempi torinesi una passione: la montagna. E’ un bravo alpinista. Percorre le Alpi da un lato all’altro della catena. Partecipa anche ad una spedizione in Himalaya. Luzzatto si affida molto nella ricostruzione della esuberante personalità di Guido Rossa alle testimonianze di due colleghi di scalate, Corradino Rabbi e Ottavio Bastrenta, operaio il primo, notaio ad Aosta il secondo. L’inviato de l’Unità a Genova, Massimo Cavallini, riuscì a recuperare, non so come, una lettera di Guido Rossa a Bastrenta. In un passaggio di quella lettera, tra l’autoironia e la malinconia, Guido Rossa annota, più o meno: noi alpinisti passiamo l’inverno a immaginare quello che non riusciremo a fare d’estate. In realtà Guido Rossa in montagna ci andava anche d’inverno, in motoretta, sulle spalle per ripararsi dal freddo un giaccone di tela cerata rimediato chissà dove.

Guido Rossa ama anche la fotografia e con la piccola Sabina attraversa tanti luoghi e fotografa. Poi raccoglie e presenta le sue diapositive nei circoli alpinisti del Cai. Si interroga sul senso dell’andare per monti, combatte la retorica e avverte poco alla volta il rischio dell’isolamento, dell’arroccamento, della distrazione rispetto ai grandi temi, ai grandi problemi, che toccano la società. Per questo capisce che dalle alte vette bisogna a un certo punto scendere “giù in mezzo agli uomini”. “Giù in mezzo agli uomini” significa per lui la fabbrica, l’Italsider, gli amici, gli operai, la classe operaia.

Con la tessera del Pci, si iscrive alla Fiom, si batte per il salario, per la sicurezza, per una più umana organizzazione del lavoro. Studia, si documenta, elabora. Le lettere e gli appunti che Luzzatto cita sono una prova di maturità, di una capacità di analisi e di riflessione, di conoscenza. Colpiscono la ricchezza della scrittura, la varietà del linguaggio. In fondo Guido Rossa alle spalle non ha che una licenza di terza commerciale, la scuola dei poveri destinati ad una vita operaia. Ma Guido Rossa è un “intellettuale”, nel senso più nobile: “intellettuale del fare”, capace di dedurre dalla propria esperienza le linee del cambiamento e dell’emancipazione e in quella direzione di operare, per sé e per tutti, nel segno della solidarietà.

Nei giorni più cupi del terrorismo, non esita, per rigore ideale e politico, per onestà civile, per un assoluto “senso del dovere”, a denunciare il “postino” delle Br, in fabbrica, Francesco Berardi. Conferma la testimonianza in tribunale (Berardi viene condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione). Uscendo dalle aule di giustizia, dice: “Mi uccideranno”. Nessuno pensa di garantirgli una scorta, una scorta come ormai non si nega a nessuno. I compagni più volte avrebbero ammesso: lo abbiamo lasciato solo. A testimoniare si era presentato da solo: soltanto lui era diventato per i terroristi la “spia”. In solitudine Guido Rossa cammina senza esitazioni lungo la strada che l’avrebbe condotto alla morte.

Un eroe? Se lo chiede Luzzatto , proprio citando l’Unità, cogliendone la contraddizione tra un articolo di fondo che tale lo considerava e un ritratto del nostro Massimo Cavallini che scriveva: Guido Rossa non era un eroe. Un eroe di sicuro lo giudichiamo noi l’operaio dell’Italsider: lo vediamo affrontare con il proprio solitario coraggio un caso che la tempesta del terrorismo gli ha presentato. Una scelta di coscienza, non un obbligo. “Non eroe” lo era altrettanto, per la modestia silenziosa della sua vita, per il suo agire nella politica e nel sindacato “insieme con gli altri”, uno dei tanti, classe operaia ancora, cosciente della propria dannazione, ma anche dei propri diritti e del valore della lotta.

Si è scritto che quel delitto orrendo segnò la rottura tra i terroristi e certe aree marginali, aree di connivenza, la zona grigia del disimpegno della cosiddetta sinistra: fine di ogni ambiguità, condanna assoluta del terrorismo rosso. Un muro invalicabile si era alzato, senza più possibilità di sconfinamenti: hanno gettato “la maschera rivoluzionaria e operaista” scriverà l’Unità, “… operano come fascisti – dirà Luciano Lama ai funerali – e hanno lo stesso obiettivo dei fascisti anche se si coprono con una bandiera che non è la loro”. Scardinare la democrazia, comprimere la libertà: per la democrazia, per la libertà aveva combattuto la sua battaglia Guido Rossa, dalla sua postazione, il gabbiotto in vetro dell’attrezzista, dentro i grandi capannoni genovesi dell’impresa siderurgica.

Il racconto di Sergio Luzzatto ci dice ancora molto, si presterebbe a molte considerazioni, anche alle critiche. Mi sembra francamente un po’ sommaria la rappresentazione della posizione e del ruolo del Pci, rappresentazione quasi estranea al contesto, all’evoluzione di un tragico ribellismo, ai mutamenti sociali, alla gravità della prova cui l’Italia, con le sue istituzioni, con i suoi partiti (tutti, non soltanto il Pci), era stata chiamata dalla strage di Piazza Fontana in poi. Mi sembrerebbe illusorio voler giudicare quegli anni trascurando lo sbigottimento del Paese (cioè di una buona parte del Paese), a venticinque anni dalla Liberazione, dopo il “boom” economico, dopo i governi di centro sinistra, di fronte alle prime bombe e ai primi morti e al tempo stesso la forza di quella moltitudine che era scesa nelle piazze per rispondere al terrorismo nero e rosso, ignorando le distorsioni, le strumentalizzazioni di tanti (anche negli apparati dello Stato) e il valore di quanto la sinistra, il sindacato, il Pci in particolare seppero mettere in campo.

Così mi sembrerebbe ingiusto accusare l’Unità di “una narrazione altrettanto retorica di quella proposta da Amendola nella sua lettera privata di condoglianze” (la lettera a Sabina Rossa), “rispolverando vecchi arnesi argomentativi che fin dall’inizio della lotta armata avevano limitato la capacità del Pci di decifrare il retroterra del terrorismo di sinistra”. “Tra questi – ci precisa Luzzatto – la riduzione bozzettistica dei brigatisti a criminali comuni (l’assassinio di Rossa consumato ‘con la tecnica vile dei gangsters’)”. Eccetera eccetera. Si potrebbe continuare. Diciamo che la storia, questa storia, non si presterebbe ad un giudizio sommario e che i sentimenti non sono “retorica”. Aggiungo una riga del tutto personale per ricordare l’emozione, lo sgomento, la commozione che presero tutti noi quando in redazione, a l’Unità, giunse da Genova la notizia di quel morto, malgrado la morte, da tempo, fosse diventata cronaca di tutti i giorni.
Come Sergio Luzzatto, vorremmo però chiudere con Primo Levi, con l’operaio montatore Libertino Faussone della “Chiave a stella”: “essere interi”, “pensare con le mani e con tutto il corpo”, “non arrendersi davanti alle giornate rovesce ed alle formule che non si capiscono”.