Dall’antica Grecia ai giorni nostri: il libro che svela il ruolo dei tiranni

Viviamo in un’epoca in cui una parola assai antica con radici greche, “tiranno”, è ancora in voga. Come spiega l’Enciclopedia dantesca – in una voce scritta nel 1970 da Mansueto Lombardi-Lotti – il vocabolo (dal greco τύραννος e dal latino tyrannus,), “secondo il primitivo ed etimologico significato, altro non voleva indicare che re, sovrano, monarca; soltanto l’uso violento e crudele del potere gli attribuì un valore peggiorativo”. Oggi si usano vari sinonimi: il più utilizzato negli ultimi tempi, a sua volta con un’etimologia ellenica, è “autocrate”. Così, per esempio, viene etichettato l’“eterno” capo della Russia, il presidente Vladimir Putin; tanto più dopo che ha ordinato, con un piglio da monarca assoluto, la guerra contro l’Ucraina. Curiosamente (e tristemente) il principale ruolo di paciere, sul fronte dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, lo sta giocando soprattutto un altro autocrate, il presidente-padrone della Turchia Recep Tayyip Erdoğan (lo stesso premier italiano Mario Draghi nell’aprile 2021 non ha esitato a chiamarlo dittatore), che usa, contro chi considera oppositori e/o nemici, gli stessi metodi putiniani.

Russia, Cina, Turchia: profili tirannici marcati

Un’occasione per riflettere sull’attualità della tirannia e sulle reazioni che provoca è offerta da un recente di libro scritto da Aldo Andrea Cassi, che insegna Antropologia giuridica e Storia del Diritto all’Università degli Studi di Brescia: si intitola “Uccidere il tiranno. Storia del tirannicidio da Cesare a Gheddafi” (Salerno Editrice) ed è stato concluso e pubblicato qualche tempo prima prima che la guerra in Ucraina potesse offrire all’autore ulteriori spunti di riflessione. Ciò non ha impedito al professore di definire, nel suo volume, la Russia di Putin e la Cina Xi Jinping in questo modo: “ordinamenti statali” nei quali, con i “rispettivi leader, “i profili tirannici sono ben… marcati”. Ancor “meno dubbi gravano sulla tirannide esercitata in Turchia da Erdoğan”: “oltre a incarcerare giornalisti, docenti, intellettuali non allineati politicamente… persegue dal 2015 una attività costrittiva e militare nei confronti della minoranza curda che… si avvicina a una pulizia etnica”.

Il volume descrive – dalla Grecia antica all’epoca di Roma, dal Medioevo all’età moderna, dalla Rivoluzione francese fino all’età contemporanea – il destino di vari tiranni: costretti sempre a “doversi guardare dall’ombra che il potere proietta alle loro spalle: il tirannicidio”; sia quando sfocia in un’uccisione, sia quando porta all’espulsione con la forza dal Paese dominato o al carcere. Tanto che la tradizione politico-giuridica occidentale fino dalle origini greche si è posta domande sulle legittimità di eliminare il despota. Cassi spiega che, “se la tirannia è una costante – pur con differenti morfologie storiche – dell’esperienza politica dell’uomo, lo sarà sempre anche il tirannicidio. Sic semper tyrannis (‘Sia sempre così con i tiranni’) è l’invettiva attribuita a Bruto dopo aver pugnalato Cesare”. Un’esclamazione, sottolinea l’autore, che in realtà non è mai stata pronunciata da Bruto, ma “nulla toglie alla valenza che l’invettiva” ha esercitato ed esercita sulla pubblica opinione; anzi, la sua ripetuta falsa attribuzione (replicata nei secoli successivi altre volte, in occasione di ulteriori omicidi di leader) testimonia “quanto forte sia la suggestione nell’immaginario collettivo della ‘giusta’ fine che il tiranno si meritava. Perché di questo si tratta: della giustificazione giuridica, oltre che dell’opportunità politica del tirannicidio”.

La tirannide camuffata dalla democratura

Gheddafi

Oggi, guarda caso, la tirannide, salvo le rare eccezioni di conclamatissimi regimi autoritari vecchio stile (lo stile della Corea del Nord, per capirci), è camuffata soprattutto da “democratura”; ormai è un “vecchio” neologismo, che dal 2015 leggiamo sul Dizionario Treccani col seguente significato: “Regime politico improntato alle regole formali della democrazia, ma ispirato nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale”. A quanto pare lo scrittore, giornalista e saggista uruguaiano Eduardo Galeano (1940-2015) inventò l’espressione per descrivere la convivenza di elementi democratici e autoritari in un modello che potremmo definire come “democrazia ristretta” o in altri termini “dittatura costituzionale”. (Mauro Burato, in Visioni LatinoAmericane, n. 3, luglio 2010); Lucio Caracciolo nel 2015 scriveva che il termine è la “crasi di democrazia e dittatura, con cui l’ingegnoso saggista Predrag Matvejevic (1932-2017, scrittore e accademico jugoslavo con cittadinanza croata, naturalizzato italiano, ndr) descriveva i regimi formalmente costituzionali ma di fatto oligarchici” (Limesonline, 11 marzo 2015).

Lo stesso potere esercitato da Erdoğan in Turchia può essere definito con il termine “democratura”, che – secondo l’autore del libro – è stato coniato per definire il potere “del primo ministro ungherese Viktor Orbán”. Continua Cassi: è un “parola non elegante, ma che rende bene l’innesto di un governo di fatto dittatoriale (e, tramite continui slittamenti istituzionali, tale anche di diritto) su una base di consenso popolare espresso con elezioni politiche. Elezioni pur variamente ‘inquinate’ da propagande di disinformazione, pressioni indebite, manipolazioni dei mass media, … escamotage ‘legali’, ‘aggiustamenti’ alle carte costituzionali, ecc)”. Sorge una domanda: vista l’esistenza di una parvenza di sistema democratico e il consenso, spesso plebiscitario, che certi leader ottengono, è lecito sostenere che una democratura non sia una tirannia, come fa qualcuno anche in questo periodo, riferendosi al regime putiniano? Scrive Cassi: “Noi sappiamo che il consenso popolare non esclude la tirannide; al contrario ne è un elemento costitutivo”; “motivo per cui i tiranni di tutti tempi vollero e seppero utilizzare gli strumenti propagandistici disponibili nelle rispettive epoche”. Qualche esempio? “Dall’arte oratoria di Ippia (uno dei tiranni di Atene, dal 527 al 510 aC, ndr) a quella cinematografica messa in atto dai dittatori del ’900”. Perché “il consenso della ‘base’ è quasi sempre ex ante il presupposto delle tirannie (che nascono dal fragore delle acclamazioni per il leader) e non di rado, ex post, la ratifica”.

Il destino delle tirannie ai giorni nostri

Hitler e Mussolini
Hitler e Mussolini

Che sarà delle tirannie dei giorni nostri, inclusa quella che, poco dopo l’uscita di questo volume, ha portato a una guerra terribile nel cuore dell’Europa? Il professor Cassi, nel concludere il libro con il paragrafo “Tiranni di oggi (e tirannicidi di domani?)”, scrive (riferendosi nell’ordine, come esempi, ai leader di Corea del Nord, Russia, Cina e Ungheria): “Se Kim Jong-un, Vladimir Putin, Xi Jinping o Viktor Orbán fossero in un prossimo futuro oggetto di un attentato riuscito (evento peraltro altamente improbabile…, viste le misure di sicurezza che li circondano), probabilmente ne seguirebbe un processo (anche la più cieca delle dittature ne considera indefettibile la celebrazione, quanto meno formalmente… Processi-farsa, furono istituti persino dopo l’attentato a Hitler, con 200 condanne a morte eseguite…); e in quel processo gli avvocati chiamati all’improbo tentativo di difendere l’esecutore, come unico argomento dotato di spessore giuridico potrebbero invocare la dottrina del tirannicidio. Ammesso che la conoscano, ovviamente”.

Dopo la lettura di questo libro, non si può non prendere atto del fatto che oggi siamo tutti testimoni (a reti e social unificati) dei risultati non esaltanti ottenuti dall’umanità, considerando che a tre secoli dal battesimo dell’Illuminismo la ragione e la pratica sono ancora tutt’altro che “illuminate” persino nell’Europa in cui quel movimento si è sviluppato; tanto che il nostro Novecento è stato segnato dalle più sanguinarie dittature (come hanno dimostrato Mussolini, Hitler e Stalin, per citarne alcuni epigoni). Insomma, la “prevalenza della tirannia” è ancora una costante nel mondo del XXI secolo, dove – secondo il Democracy Index (calcolato dal settimanale britannico The Economist esaminando la qualità della democrazia in 167 Paesi) del 2021 – ci sono regimi democratici completi (21) o imperfetti (53) in appena 74 Stati (al primo posto la Norvegia, l’Italia è 31esima, quindi imperfetta); gli altri sono ibridi o autoritari, “con la percentuale di persone che vivono in una democrazia che è scesa ben al di sotto del 50% e i regimi autoritari che hanno guadagnato terreno”. Per non parlare – anzi, parliamone… – delle democrazie più o meno perfette che, magari con l’alibi di voler piantare il seme della libertà nel mondo, hanno appoggiato e incoraggiato altrove tirannidi più o meno velate.

Cercasi giudice equo

Putin

Di certo, oggi come ieri, la storia non si ripete mai in modo identico; né è mai stata magistra vitae; senza offesa per Cicerone, tanto più che nel De Oratore (II, 9) egli espresse un concetto più complesso dell’aforisma rimasto in uso oggi: “la storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, messaggera dell’antichità”. Il messaggio che ci arriva oggi dal passato è semmai questo: gli eventi umani sono sempre stati e sono tuttora segnati da contraddizioni, da cause in apparenza più o meno giuste condotte nel modo sbagliato, da grandi leader considerati illuminati o sanguinari a seconda delle sorti di ciascun popolo. Però seguendo questo percorso, e sotto il motto Sic semper tyrannis, si snoda “un lungo alveo in cui scorre il flusso di teorie, dottrine, ideologie che attestano lo sforzo della cultura occidentale di ‘filtrare’ e ‘governare’ attraverso il diritto anche ‘fenomeni’ estremi come la guerra e, appunto, il tirannicidio”. Vedremo se il conflitto in Ucraina, e le altre decine di guerre e di tirannie in voga nel mondo d’oggi, troveranno mai un giudice equo, cui fare appello.

Aldo Andrea Cassi, Uccidere il tiranno. Storia del tirannicidio da Cesare a Gheddafi, Salerno Editrice, Roma 2021