Dalla crisi dell’antipolitica non si esce con la tecnocrazia

Come altri opinionisti, Anna Loretoni su strisciarossa ha parlato di «implosione», «più che di crisi», del M5S (leggi qui l’articolo). «Implosione» significa, se intendo bene, che un movimento di notevole peso, il quale detiene la maggioranza relativa nelle aule parlamentari, non incontra solo una crisi temporanea o passeggera, ma un processo di disgregazione difficilmente evitabile, destinato a produrre un generale riposizionamento di tutti i soggetti politici.

Manifestazione Movimento 5 StelleIl senso delle trasformazioni in atto

È evidente, infatti, che l’«implosione» di una forza che, nelle ultime elezioni nazionali, ha superato il 32% dei consensi, ottenendo 227 deputati e 112 senatori, non può lasciare inalterati i rapporti di forza, sia nel campo politico sia in quello sociale. Come sappiamo da tempo, il periodo, probabilmente abbastanza lungo, del governo unitario di Mario Draghi (517 deputati su 630), politicamente garantito dalla presidenza di Sergio Mattarella, rappresenta una fase di trasformazioni e di mutamenti sostanziali negli equilibri economici e istituzionali del paese, che passeranno per l’attuazione del PNRR e per una accentuata transizione nelle dinamiche del consenso. Essere consapevoli di questa prolungata “guerra di posizione”, che si gioca all’ombra della larga maggioranza governativa, è la prima virtù che oggi si chiede alla sinistra. Non comprendere che qualcosa di importante sta cambiando sotto i nostri occhi, e che le forze di sinistra devono essere un soggetto attivo di questo processo, sarebbe l’errore di fondo nella lettura della fase attuale.

Tutti i dati in nostro possesso – sondaggi calanti, ora al 12,8%, una dialettica interna tempestosa, a partire dalle numerose espulsioni, l’evidente difficoltà a esprimere una leadership condivisa interna (surrogata dalla contestata presidenza di Giuseppe Conte) – sembrano confermare la diagnosi avanzata da Anna Loretoni. Il problema, naturalmente, è capire se, assieme al naufragio di una forza politica, è possibile cogliere i segni di crisi di una visione che, negli anni successivi al 2009 (data di fondazione del Movimento), ha consentito una affermazione straripante di un soggetto nato quasi dal nulla. Per esprimere sinteticamente l’ideologia del M5S, Anna Loretoni parla, con buone ragioni, di «antipolitica» e segnala acutamente il rischio che, di fronte a questo declino dell’«antipolitica», possiamo avviarci a una stagione di crisi, parallela e più grave, della «politica», nel senso pieno e forte del termine, con un netto prevalere dei livelli di potere tecnocratico. Uno scenario inquietante, dunque, dove entra in gioco il valore stesso e la tenuta della nostra democrazia.

Credo che questa «antipolitica», che in ultima istanza ha caratterizzato l’ideologia del M5S, possa essere articolata in tre punti fondamentali. In primo luogo, la critica alla democrazia rappresentativa e al sistema dei partiti, con il vagheggiamento di ideali di democrazia diretta e di e-democracy. In secondo luogo, la promozione (a volte ambigua, come nel caso delle unioni civili) di diritti che definirei “protetti” (eutanasia, testamento biologico, legalizzazione delle droghe leggere), con forti oscillazioni (per usare un eufemismo) sul terreno dei diritti di immigrazione e dei diritti sociali in generale. Infine, una accentuata tendenza “populistica” nel campo delle politiche sociali, non solo per evidenti cedimenti verso le teorie della decrescita, ma per la tendenza generale a favorire una distribuzione del reddito sulla base della cittadinanza piuttosto che sulla base produttiva. Una linea, questa, che si è rivelata sostenibile e anche utile dopo la crisi finanziaria del 2007-2008, per alleggerire il peso di una diffusa povertà, ma che diventa sempre più difficile e sbagliata come strategia economico-sociale di lungo periodo.

La critica alla democrazia

Come si vede, l’«antipolitica» si è manifestata con un dosaggio di critica della democrazia, promozione di diritti individuali e “protetti”, populismo sul terreno sociale. È facile osservare che questa ideologia (che ha ottenuto il consenso di strati larghi ma determinati e spesso oscillanti della società civile) ha rappresentato l’esito e come il detonatore di un processo prolungato della storia politica italiana, generalmente denominato “crisi della Repubblica”: una crisi che si manifesta nel decennio “lungo” 1968-1980 (gli anni Settanta) e che non trova soluzione nel periodo successivo, quando fallisce la transizione che avrebbe dovuto incentrarsi sul bipolarismo e sulle riforme istituzionali. Queste sono le radici del fenomeno grillino, unite al rivolgimento del quadro mondiale, che ha portato non solo alla fine del mondo “diviso in due” e alla sconfitta del comunismo, ma anche all’affermazione (inaugurata dal neoliberismo) di una visione post-ideologica, disincantata e spesso, più propriamente, segnata dall’indifferenza. Si tratta di capire, quindi, se l’«implosione» del M5S annuncia la fine di tale epoca e la possibilità di ricostruire le basi della democrazia, oppure se il consenso perduto da questo movimento è destinato a collocarsi altrove, proseguendone tuttavia la prospettiva ideologica.

La vicenda del M5S è legata alla crisi della democrazia. Questo è il punto essenziale da sottolineare. Dobbiamo sempre ricordare che la democrazia è una forma politica giovane, fragile, esposta a rischi molteplici, che provengono sia dall’ordine internazionale sia dalla dislocazione dei gruppi sociali all’interno di una nazione. È il risultato di conflitti aspri, che hanno attraversato la modernità dopo la Rivoluzione francese e che hanno avuto nel movimento operaio la principale forza costruttiva e la garanzia fondamentale. Sono state le conquiste sociali e politiche del movimento operaio – dal suffragio universale alla legislazione sul lavoro alla emancipazione delle donne – a riempire la democrazia di un contenuto autentico e progressivo.

I pericoli per la democrazia non provengono solo dai fascismi e dalle varie tipologie autoritarie (negazioni esplicite e violente dei princìpi democratici), ma da numerosi processi di svuotamento, tra i quali (come osserva Anna Loretoni) va annoverato in primo luogo il rischio di una prevalenza del potere tecnocratico, neutro, burocratico. Il rischio, in una parola, che lo Stato (cioè il sapere politico e l’attività deliberante) si distacchi dalla società civile, dai gruppi sociali, che faccia parte a sé: rischio che autori come Max Weber e Antonio Gramsci indicarono come la minaccia suprema della politica moderna. Nel Quaderno 12, Gramsci segnalò la tendenza della decisione politica a scindersi in due «aspetti “organici”», da un lato l’attività «deliberativa» in senso proprio, dall’altro lato l’attività «tecnico-culturale», intorno alla quale si crea «tutto un corpo burocratico di una nuova struttura», che ormai tende a sostituire l’atto stesso della decisione politica; e vi oppose la necessità di riunificare, su nuove basi, sapere umano e tecnica politica, capacità decisionale e competenza: «specialista+politico», come scrisse sinteticamente. È in quella scissione tra sapere e politica che l’«antipolitica», oltre l’espressione temporanea in questo o in quel movimento, può veramente realizzarsi e svuotare di senso la democrazia.

PD 30 settembre 2018 Foto Umberto Verdat

La lezione (ancora attuale) di Gramsci

Negli anni Trenta del Novecento, come ha mostrato fra gli altri Paolo Pombeni, la forma-partito venne indicata dal pensiero politico come il fondamento stesso della democrazia moderna. Non il partito in un senso qualsiasi, ma il partito come portatore di una visione del mondo, di un pensiero, di una filosofia, come espressione intelligente di determinati gruppi sociali, come “parte” che raccoglie il consenso della società civile «per fondare lo Stato» (Gramsci), prefigurandone razionalmente lo sviluppo. È stata giustamente definita una «seconda nascita» del partito moderno, interrotta dall’esperienza dei fascismi e della guerra. Quando questo nesso tra democrazia e partiti si spezza, quando si rompe il legame organico tra sapere e politica, allora si spalancano le porte all’«antipolitica», cioè alla fine sostanziale della democrazia, e il potere politico scivola nelle mani di un sapere neutro e tecnocratico.

Rimane vero, però, che il M5S è oggi l’unico alleato possibile per il Partito democratico, che allo stato degli atti questa alleanza è l’unica carta credibile per fermare una destra aggressiva e xenofoba e prospettare una ipotesi di governo più avanzata. Mai come ora la sinistra deve imparare a distinguere, per usare un vecchio lessico, la strategia e la tattica. Dal punto di vista “strategico” è necessario prendersi cura della propria parte, costruire e rafforzare sé stessi, tornare nella società civile e riconoscere i propri gruppi sociali, a cominciare dalle forze della produzione, della cultura, dello sviluppo. Ma senza chiudersi o isolarsi, con la capacità del dialogo e di anteporre l’interesse generale della democrazia (che rimane il bene più prezioso, come prodotto della nostra prassi plurisecolare) a quello dei propri stessi interessi.