D’Alema: serve un bilancio critico per la rinascita di una comunità politica

La destra ha vinto. Era un risultato atteso, ma non per questo meno scioccante per tanta parte del nostro paese e della opinione pubblica internazionale. La vittoria della destra non è il frutto di una travolgente onda di consenso popolare. La coalizione guidata da Giorgia Meloni ha raccolto esattamente la stessa quantità di voti che aveva raccolto nel 2018. Ma ci sono tre differenze importanti. Anzitutto, che il consenso si è concentrato su Fratelli d’Italia, che ha compiuto un balzo dimezzando la consistenza di tutti i suoi alleati. In secondo luogo, la frammentazione del campo politico avverso ha favorito la vittoria dei candidati del centrodestra nella stragrande maggioranza dei collegi. Infine, la riduzione drastica del numero dei votanti ha fatto crescere in modo significativo le percentuali anche quando non sono cresciuti i voti. Il risultato è che la coalizione che governerà il paese poggia sul consenso espresso da una quota pari a circa il 28% dell’elettorato. Questo accade anche in altri paesi ed è il sintomo di una profonda crisi dei sistemi democratici. Tuttavia in Italia non era mai accaduto che una maggioranza parlamentare così forte poggiasse su un consenso espresso così ridotto. Questo non mette in discussione la legittimità della vittoria e quindi del mandato a governare. Tuttavia consiglia al vincitore una certa prudenza e una attenzione alla ricerca di convergenze e di consensi.

Ciò che è indubbiamente vero è che la destra ha vinto politicamente, e in particolare Giorgia Meloni è stata in grado di rimettere insieme, senza particolari scossoni, una coalizione che è stata divisa su opposte posizioni di maggioranza o di opposizione per quasi tutta la legislatura. Dall’altra parte il centrosinistra e, in particolare il PD, ha consumato una sconfitta non solo elettorale, ma anche politica, non essendo riuscito a rimettere insieme forze con le quali ha collaborato ininterrottamente almeno negli ultimi tre anni della legislatura. Le forze politiche che rappresentano ciò che fu chiamato “campo largo” e che avevano sostenuto il governo Conte che fu chiamato “giallorosso”, hanno raccolto consensi che, sommati, hanno largamente sopravanzato quelli del centrodestra. Quella coalizione, quel governo che, ricordo, affrontò in modo efficace la sfida della pandemia e rappresentò con successo gli interessi italiani in Europa, avrebbero potuto rappresentare un argine e un’alternativa alla destra.

Questo argine è stato demolito, non solo dal sabotaggio interno, ma da una azione di logoramento che ha dimostrato, attraverso una martellante campagna dei mezzi di informazione, tutto il fastidio che il potere economico aveva nei confronti di quella alleanza e di quella leadership. Il Partito Democratico, contrariamente ai suoi stessi interessi, non ha fatto pressoché nulla per contrastare tutto ciò e per difendere e consolidare una relazione unitaria pure nel corso della esperienza di un governo di larghe intese intorno al quale, nel sostegno a Draghi, si erano ritrovate insieme le stesse forze politiche che avevano governato precedentemente. Quando poi questa azione di logoramento è arrivata al suo epilogo, si è scelto di non fare nulla per ricostituire una coalizione competitiva di fronte all’incombere delle elezioni. Era evidente che si era manifestato un dissenso e una frattura, ma mentre nel campo del centrodestra sostenitori e oppositori di Draghi si sono trovati agevolmente insieme, da questa parte Draghi è stato il discrimine sulla base del quale si è chiuso ogni dialogo con Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle. Eppure questo rapporto era fondamentale per il PD, anche per allargare le basi sociali di un centrosinistra che appare sempre più ristretto nella rappresentanza dei ceti medi urbani e che, invece, con Conte avrebbe potuto puntare a un consenso popolare in quei ceti sociali più deboli che il PD non appare più in grado di rappresentare. Il PD si è mosso in una direzione opposta rispetto a quella dell’allargamento di una coalizione sociale. Ha cercato un’alleanza con Calenda che avrebbe probabilmente avuto come effetto un’ulteriore caduta elettorale per i democratici e avrebbe spinto Conte al 20%. Letta ha avuto la fortuna di non riuscire nei suoi intenti. Il risultato è stato che il centrosinistra si è presentato così privo di una proposta politica di governo che non fosse l’opposizione alla destra e, in sostanza, la continuità dell’esperienza Draghi, proclamata dal Terzo Polo, suggerita di fatto dal PD.

L’Italia, o almeno quella parte del paese ancora disposta a partecipare, si è mossa nella direzione esattamente contraria. Voleva un ritorno della politica (o del populismo come dice qualcuno), non certo la continuità della tecnocrazia. L’elettorato ha premiato le forze politiche e i leader che ha considerato i più lontani dall’establishment economico e finanziario, nazionale e internazionale. Ha scelto la politica e in particolare ha fatto vincere il più tradizionale tra i partiti politici, quello più esplicitamente radicato nel suo passato, quello che, a dispetto di vent’anni di nuovismo, appare il più novecentesco possibile.

Certamente la destra ha vinto anche sulla base di promesse non facili da mantenere, ma non ci si può stupire del populismo che è in fondo l’altra faccia della tecnocrazia, essendo tutti e due aspetti di una crisi della politica democratica. Difficile sconfiggere il populismo sulla base della difesa della buona amministrazione e dello status quo. Se non si mette in campo un progetto politico, una risposta forte al bisogno di protezione, di giustizia sociale, di diritti; se non si è in grado di suscitare una speranza di riscatto, in particolare nella parte più debole della società, si è destinati a perdere.

Per chi abbia a cuore il destino della sinistra e, più in generale, della democrazia italiana, diviene ora molto importante capire quale discussione si aprirà nel Partito Democratico. Si tratta finalmente di fare una discussione seria sulle scelte politiche compiute non solo in questi mesi ma nel corso di questi anni. Nessuno di noi ha passione per il rito delle autocritiche, ma il problema è che senza fare chiarezza su ciò che è stato giusto e ciò che è stato sbagliato nel passato, è difficile riguadagnare credibilità. Lo si è visto anche nella campagna elettorale: quando il PD ha levato la sua voce giustamente critica verso l’orrore della legge elettorale e ha giustamente sottolineato quanto sia pericolosa la pretesa di imporre il cambiamento delle regole a colpi di maggioranza non ha potuto trovare ascolto in quanti ricordano benissimo che quella legge elettorale fu fatta dal PD e imposta con la inusitata decisione di porre il voto di fiducia al governo. Insomma, la riflessione dovrebbe essere seria, approfondita, allo scopo di aprire, credibilmente, una fase nuova. Ma c’è qualcosa di più profondo che riguarda la costituzione materiale, la cultura politica e i legami con la società di questo partito. Sembra quindi venuto il momento di fare un bilancio a circa quindici anni dalla nascita del Partito Democratico per andare a un congresso che non sia una resa di conti tra dirigenti, ma l’occasione per ridefinire i fondamenti e la funzione nazionale di una comunità politica.

 

 

 

Questo articolo di Massimo D’Alema

sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista Italianieuropei

che sarà in edicola dal 13 ottobre