Dal vertice UE via libera all’adesione di Ucraina e Moldova, ma non sarà una passeggiata

Non ci sono stati veti e se c’erano riserve da parte di quattro o cinque paesi sono rimaste nel cassetto. Il Consiglio europeo ha approvato la concessione all’Ucraina e alla Moldova della qualifica di stati candidati all’entrata nell’Unione. Con una formula inedita e spericolatamente vaga è stato assicurato un “percorso verso l’Europa” anche alla Georgia. Nello stesso tempo si è ingarbugliato ancora il già complicatissimo percorso verso la UE dei paesi dei Balcani occidentali: Albania, Montenegro, Serbia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia del nord (ci sarebbe anche il Kosovo che molti stati non riconoscono e non ha ancora presentato domanda di adesione). Un veto opposto dal governo bulgaro alla Macedonia del Nord per ragioni linguistiche e costituzionali difficilmente comprensibili fuori da quell’area continua a bloccare l’allargamento a quei paesi. Una circostanza che testimonia due verità amare e purtroppo evidentissime: la prima è l’assurdità della regola che impone l’unanimità per le decisioni del Consiglio europeo, la seconda è la persistenza – se non addirittura l’aggravamento – delle fibrillazioni nazionalistiche, sempre passibili di sfociare in conflitti aperti, in quella parte d’Europa. Una lezione che non andrebbe sottovalutata anche per quanto riguarda le regioni più ad est, dove il nazionalismo panrusso ha scatenato una guerra devastante contro l’Ucraina ma dove si agitano anche altre spinte nazionalistiche.

Volodymyr Zelensky e Maia Sandu

Dopo il voto unanime del Consiglio a favore dell’Ucraina e della Moldova il clima ieri sera a Bruxelles era di grande soddisfazione. All’entusiasmo, comprensibilissimo, di Volodymyr Zelensky che aveva seguito la riunione collegato da Kiev, e della prima ministra moldava Maia Sandu, facevano eco il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, di Ursula von der Leyen, di Mario Draghi, cui viene riconosciuto il merito di aver convinto durante il viaggio in treno verso Kiev dei giorni scorsi Emmanuel Macron e Olaf Scholz che qualche riserva sull’opportunità di procedere tanto speditamente l’avevano avuta, insieme – pare – con i governi austriaco, spagnolo, portoghese e olandese. Il francese aveva anche abbozzato un suo schema alternativo, che vedremo più oltre. Si è unita al coro dei giudizi sul carattere “storico” dell’evento anche Roberta Metsola, che ha portato nel sacco della soddisfazione generale per l’accettazione delle candidature anche un voto a larghissima maggioranza del Parlamento europeo di cui è presidente: 529 sì, 45 no e 14 astensioni.

I criteri di Copenaghen

In questo clima sono stati pochi, ieri, a sforzarsi di definire in modo spassionato, razionale e giuridicamente corretto quanto è avvenuto. La qualifica di candidato comporta per gli stati che la acquisiscono la possibilità di iniziare con Commissione, Consiglio e Parlamento un negoziato, i cui termini debbono essere decisi assieme, sulle riforme necessarie perché si possa arrivare all’adesione. La materia è regolata dall’articolo 49 del Trattato, il quale rimanda all’articolo 2, nel quale sono fissati i princìpi fondamentali dell’Unione europea in materia di libertà civili, stato di diritto, democraticità delle istituzioni e dei processi politici. Tutti gli stati membri, poi, debbono dimostrare di rispettare i cosiddetti “criteri di Copenaghen”, formulati nel lontano 1993 in un Consiglio europeo nella capitale danese, i quali, oltre alla “presenza di istituzioni stabili a garanzia della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti umani, del rispetto e della tutela delle minoranze”; richiede “un’economia di mercato affidabile e la capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione”; nonché “la capacità di accettare gli obblighi derivanti dall’adesione, tra cui la capacità di attuare efficacemente le regole, le norme e le politiche che costituiscono il corpo del diritto dell’Unione (l’acquis), nonché l’adesione agli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria”.

Non è difficile osservare che né l’Ucraina né la Moldova – e al dire il vero anche alcuni altri paesi che pure già si trovano dentro l’Unione – ottemperano al momento a questi criteri. Tutto lascia pensare perciò che i negoziati, quando cominceranno, saranno molto lunghi e che le riforme che Kiev e Chişinau dovranno compiere richiederanno un bel po’ di tempo. Per averne un’idea, si consideri che i cinque paesi balcanici “scavalcati” ieri da Ucraina e Moldova sono sotto esame dal 2005 la Macedonia del Nord, dal 2008 il Montenegro, dal 2012 la Serbia e l’Albania e dal 2016 la Bosnia-Erzegovina. Senza contare la Turchia che venne riconosciuta candidata addirittura nel 1999, ma che poi lasciò cadere l’interesse nel negoziato. Insomma, il processo di avvicinamento arriverà a conclusione in un momento del quale è davvero impossibile oggi cogliere le caratteristiche. Che cosa sarà accaduto, nel frattempo, con la guerra? A Mosca sarà al potere ancora Putin? Infine, e anche questo va considerato nella sua importanza, l’adesione dei nuovi paesi dovrà essere approvata per via referendaria o parlamentare da tutti e 27 i membri attuali dell’Unione. Con tutta l’aleatorietà che le vicende politiche nei diversi paesi portano con sé.

Annacquamento o stabilizzazione?

È possibile che almeno per l’Ucraina i tempi vengano accelerati in nome di una speciale protezione che le istituzioni di Bruxelles accordano a un paese aggredito e, forse, anche per mandare a Mosca un segnale di fermezza? Certo, se c’è la volontà politica le regole possono essere anche cambiate e non sarebbe la prima volta che questo accade nella storia della costruzione europea. Ma va valutato molto seriamente il rischio che un annacquamento dei criteri per cui si fa parte dell’Unione apra una crisi grave nel funzionamento stesso della comunità degli stati. Si pensi, per fare solo qualche esempio, ai problemi che un’economia molto più debole creerebbe alla libera circolazione delle merci e dei lavoratori, alle esasperazioni di un dumping salariale che già ora produce gravi effetti negativi, alle incongruenze in materia di sistemi bancari e di diritto delle imprese…

Sono considerazioni di questo tipo che hanno spinto il presidente francese a proporre una via di compromesso: in attesa che i paesi candidati siano veramente in grado di accedere all’acquis comunitario si potrebbe creare un secondo livello, quello che Macron ha definito una “comunità politica europea” meno integrata e con competenze comuni ridotte rispetto all’Unione, alla quale potrebbero aderire subito l’Ucraina, la Moldova, i Balcani occidentali e magari la Georgia. Riedizione aggiornata della sempreverde Europa a più dimensioni, la “comunità” sarebbe un fattore di stabilizzazione anche nei confronti della Russia in quanto sarebbe proprio l’Unione a garantirne la sicurezza e potrebbe essere la sede adatta per una ripresa del dialogo in vista di un sistema di sicurezza collettivo. Quello che da qualche tempo viene evocato con il nome di “Helsinki due“.

Il risultato negativo delle legislative francesi ha indebolito probabilmente la posizione di Macron, ma la sua idea aveva già raccolto qualche adesione quando lui l’aveva presentata alla Conferenza sul futuro dell’Europa ed è possibile che oggi i capi di stato e di governo dei 27 ne comincino a discutere con qualche serietà. Proposte simili a quella di Macron sono state avanzate, come si sa, anche dal leader del partito democratico italiano Enrico Letta e, in una forma leggermente diversa, anche dal ministro degli Esteri austriaco.

Vertice straordinario sul prezzo del gas?

All’ordine del giorno del Consiglio europeo c’è anche la spinosissima questione energetica. La preoccupazione per le riduzioni delle forniture con cui la Russia, sotto la copertura di “problemi tecnici”, sta stressando molto seriamente i paesi più dipendenti e Mosca si è spinta fino a chiudere del tutto i tubi come ha fatto con la Finlandia e come minaccia di fare con la Lituania per punirla del blocco delle merci oggetto di sanzioni da e per Kalinin. L’aumento delle tensioni pare aver addolcito un po’ l’opposizione del fronte del no alla proposta italiana di fissare un tetto obbligato al prezzo del gas russo. Oggi i leader dei 27 potrebbero decidere di accettare la proposta avanzata da Draghi di indire un vertice straordinario sull’energia nel prossimo mese.