Dal rosso al nero: quegli strani passaggi
nei momenti più difficili della sinistra

Venticinque anni dopo il saggio di Norberto Bobbio su “Destra e sinistra”, crocevia prezioso per la discussione sulla contemporaneità o sul declino della distinzione destra/sinistra, la domanda se destra e sinistra abbiano ancora significato è sempre più attuale. Proprio il superamento di questa coppia concettuale è infatti una delle idee-forza che ha dato alimento alla nascita e all’affermazione di nuovi movimenti e partiti politici che rifiutano di definirsi in base a questa distinzione (tra i casi più vistosi quello italiano del Movimento cinquestelle), mentre spesso la destra e la sinistra odierne sembrano scambiarsi i ruoli tradizionali: con una destra sempre più popolare nel linguaggio e nel consenso e una sinistra che interpreta meglio il pensiero delle élite, con la destra liberista che invoca cambiamenti radicali – meno Stato,meno vincoli per l’attività economica – e la sinistra riformista che si fa conservatrice – dei sistemi di welfare, dello Stato diretto protagonista della vita economica… D’altra parte la perdita di senso, quanto meno di senso universale, dei concetti di destra e sinistra è in buona misura un dato oggettivo e anche fisiologico, legato sia all’emergere di grandi questioni inedite – una per tutti il problema ambientale – impossibili da declinare politicamente secondo questo discrimine, sia alla fine di una lunghissima epoca in cui l’Europa, dove tali categorie hanno preso forma e hanno a lungo impregnato di sé le vicende storiche, è stata il centro – economico, geopolitico – della realtà politica globale. Così, queste due parole suonano oggi del tutto inappropriate per definire protagonisti del nuovo secolo estranei alla geografia e alla storia europee. Il regime cinese è di destra o di sinistra? E il radicalismo islamico?

E però, anche rimanendo dentro l’orizzonte geografico e temporale dell’Europa dei due secoli scorsi, non è vero che destra e sinistra siano stati campi inequivocabilmente distinti, separati da confini netti e insuperabili. In un saggio del 2001 intitolato “LesDreyfusardssous l’Occupation”, Simon Epstein ha mostrato per esempio che per la Francia della prima metà del Novecento questo assunto non regge alla prova di fatti storici, smentito dai numerosissimi casi di socialisti, radicali, repubblicani che all’inizio del secolo parteciparono alla mobilitazione in difesa del capitano Dreyfus – quasi un “romanzo di formazione” della sinistra francese – e quarant’anni dopo sostennero, talvolta con ruoli di diretto coinvolgimento politico e istituzionale – il collaborazionismo filonazista nella Francia di Vichy. La tesi di Epstein sull’inconsistenza del luogo comune storiografico che vede “due France”, di sinistra e di destra, irrimediabilmente e inconciliabilmente contrapposte dalla Rivoluzione francese in poi, si può applicare con buona approssimazione anche a una dicotomia più generale: quella che racconta la sinistra e la destra come due sfere di appartenenza ideologica, politica, culturale del tutto incomunicabili. (…).

Naturalmente il fenomeno generale dei passaggi dal rosso al nero non è spiegabile solo riconoscendo le “affinità elettive” – culturali, ideologiche, dettate dalla comune tipologia sociale di molti dei suoi protagonisti: giovani borghesi “ribelli” – che legavano dalla fine dell’Ottocento sinistra e destra radicali. A determinarlo furono anche avvenimenti della “grande storia”. In particolare, le diverse sue ondate giungono all’indomani di cadute rovinose della sinistra: è stato così dopo il trauma della prima guerra mondiale, che aveva costretto il movimento socialista a “nazionalizzarsi” mostrando che l’idea di nazione mobilitava le masse ancora di più dell’idea di classe, e che per moltissimi giovani militanti socialisti divenuti soldati fu anche un doloroso trauma personale; è stato così in Italia all’inizio degli anni ’90 dopo la “messa a morte” per via giudiziaria del Partito socialista.

Di generalizzabile, nelle biografie politiche qui tratteggiate, non vi sono gli esiti, difficilmente riducibili a criteri omogenei. In alcuni casi i passaggi dal rosso al nero riguardano personalità politiche che con le loro riflessioni di frontiera anticiparono nuove visioni poi divenute patrimonio della stessa sinistra: la dimensione nazionale come orizzonte irrinunciabile dell’azione socialista; la necessaria autonomia del sindacato dal partito; l’obiettivo di una correzione radicale del capitalismo ma senza un suo “superamento; il tema della “società aperta” contro un peso eccessivo dello Stato. In molti, richiamano vicende personali che vedono un progressivo scivolamento da intenti e posizioni meramente revisionisti verso cambiamenti di campo culturalmente irreversibili e talora segnati da derive tragiche. In altri ancora, l’itinerario è di andata e ritorno, l’avvicinamento alla destra radicale rappresenta una parentesi dentro biografie politiche che cominciano e finiscono nella sinistra. Così, dare attenzione alle singole biografie riduce il rischio di sovrapporre alla varietà d’itinerari e motivazioni che popola il fenomeno generale dei passaggi dal rosso al nero, spiegazioni sbrigativamente unificanti: per esempio, non tutti i socialisti rivoluzionari avvicinatisi al nazionalismo all’inizio del Novecento diventeranno fascisti, non tutti i fascisti con un passato socialista transitarono dal nazionalismo.(…).

Luoghi privilegiati, anche se non esclusivi, dei passaggi novecenteschi dal rosso al nero sono stati la Francia e l’Italia. Perché qui, come detto, ha agito con più forza e più diffusa presenza nella vicenda dei partiti e dei sindacati socialisti quella figura dell’intellettuale “engagé” che di tali passaggi è stato ricorrente protagonista, e qui si è formata ed affermata quella destra rivoluzionaria che per linguaggio, capacità di evocare trasformazioni catartiche, operava su un terreno simbolico vicino e diretto concorrente rispetto a quello del socialismo più radicale. Infine, francesi e italiane sono state anche le principali occasioni storiche che hanno nutrito, come potenti catalizzatori, i passaggi di campo dalla sinistra socialista alla destra: dal 1920 l’ascesa e poi 20 anni di dittatura mussoliniana, dal 1940 alla Liberazione la Francia “fascistizzata” del regime di Vichy, negli anni ’90 la diaspora dei socialisti italiani confluiti dopo la fine traumatica del loro partito nella destra berlusconiana.

Quest’ultima si può considerare la tappa finale della storia novecentesca dei passaggi di campo dalla sinistra alla destra: pagina che non solo chiude cronologicamente il secolo scorso, ma coincide – all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica – con la caduta definitiva delle ideologie totalizzanti (e spesso totalitarie) che ne hanno segnato gran parte del corso. È una storia senza vere conclusioni. L’unica è nell’indice dei nomi: dimostra che la relativa indeterminatezza dei confini tra sinistra e destra non è una novità di oggi come spesso si sostiene. Nasce molto tempo fa, nasce alla finedell’Ottocento, dunque appena un secolo dopo il battesimo delle due categorie di sinistra e destra. Nasce quando la destra dismette i vestiti della rappresentanza soltanto delle élite sociali, economiche. Quando la destra, prima ancora che populista, si fa popolare: un cambiamento, questo sì, che non si è fermato con la fine del Novecento.

Altri passaggi infine. La fenomenologia novecentesca dei passaggi radicali di campo politico non si esaurisce nelle parabole biografiche dal rosso al nero. A essa appartengono a pieno titolo due altre storie. Una è la vicenda degli itinerari nell’opposta direzione, dal nero al rosso: peraltro molto più rari per il carattere ideologicamente e politicamente più strutturato, meno permeabile a contaminazioni esterne, dei movimenti socialisti rispetto alle destre rivoluzionarie. Per esempio, passeranno dal “nero” al “rosso” molti giovani francesi che negli anni ’30 e ’40 avevano simpatizzato per la destra nazionalista sostenuto attivamente il regime di Vichy, e dopo la guerra militeranno nella sinistra: tra loro anche figure centrali della sinistra francese della seconda metà del Novecento, come HubertBeuve-Mery, collaborazionista negli anni di Vichy e poi fondatore e a lungo direttore del quotidiano progressista “Le Monde”, e come François Mitterrand, militante in gioventù delle Croix-de-feu del colonnello de La Rocque e che dagli anni ’70 sarà per vent’anni leader indiscusso dei socialisti francesi. Passaggi di campo analoghi riguarderanno in Italia tanti giovani intellettuali fascisti – da Delio Cantimori a Felice Chilanti, da Giulio Carlo Argan ad Eugenio Scalfari – che nel dopoguerra aderiranno stabilmente a posizioni di sinistra.

L’altra storia è quella, abbondantissima, degli ex-comunisti divenuti pubblici censori dello stalinismo e in generale dell’ideologia comunista: gli “eretici e rinnegati” del saggio autobiografico di Isaac Deutscher, che quasi sempre si attesteranno su posizioni anti totalitarie e dunque incompatibili con movimenti e pensieri di estrema destra. Nell’elenco degli “eretici e rinnegati” figurano nomi eccellenti della cultura europea del Novecento: George Orwell, Boris Souvarine, André Malraux, André Gide, Ignazio Silone, Stephen Spender. Fino ad Arthur Koestler, autore del romanzo “Buio a mezzogiorno” – pubblicato nel 1940 – nel quale la scoperta della natura irreparabilmente disumanizzante del comunismo si proietta nella descrizione minuziosa e drammatica dei meccanismi perversi del processo e della “liquidazione” di un dirigente bolscevico dissidente da parte del potere staliniano. A questa stessa storia appartiene l’ondata di intellettuali di sinistra nell’Europa occidentale legati o comunque vicini ai partiti comunisti chenel 1956, all’indomani dell’invasione dell’Ungheria ribelle da parte delle truppe sovietiche, si separarono pubblicamente dalla “casa” e molto spesso anche dall’idea comunista.

Entrambe le vicende – i passaggi dal nero al rosso, le fughe radicali e irrevocabili da un’iniziale fede nel comunismo come speranza messianica di emancipazione sociale – hanno poco in comune con quelle qui raccontate, tranne per un aspetto: richiamano anch’esse al tempo stesso percorsi individuali e temi di riflessione collettiva. Nel primo caso la scelta della sinistra come solo campo politico e culturale, in particolare dopo la seconda guerra mondiale e la tragica caduta dei fascismi, nel quale praticare valori e obiettivi “rivoluzionari” o comunque di radicale cambiamento sociale. Nel secondo la presa d’atto e la denuncia dello spirito antiumanitario del comunismo realizzato, all’insegna del rifiuto di un’idea generale – annullare la singolarità degli individui in progetti di società totalitaria – che come ha insegnato Hannah Arendt è stata il segno comune dei totalitarismi novecenteschi sia “rossi” che “neri”.

 

Pubblichiamo un brano del libro di Roberto Della Seta “Dal rosso al nero. Cento anni di socialisti e comunisti passati a destra” (Franco Angeli Editore) in questi giorni nelle librerie.