Dal Medioevo a oggi, se le fake news
sono sdoganate anche dagli storici

Partiamo con una domanda provocatoria: dietro le notizie false di carattere storico ci sono anche coloro che studiano e insegnano la storia, insomma gli addetti-ai-lavori? Pare proprio di sì. Per spiegare il senso del paradosso occorre una premessa dedicata al medioevo farlocco. Imperversa quello basato sui luoghi comuni e, come si usa dire oggi, sulle fake news: negli organi di informazione, dove viene evocato come prospettiva negativa ogni volta che qualche cosa (a caso) va storta; nei discorsi dei politici, che ne sventolano lo spauracchio per accusare di arretratezza o di autoritarismo gli avversari; persino nei discorsi fatti al bar. Tanto che il vocabolario di Treccani.it specifica – giustamente – che la parola “medioevo” (si può scrivere pure con la M maiuscola) designa anche “con tono polemico e spregiativo, il carattere retrogrado e anacronistico di istituti, mentalità, costumi che siano in aperto contrasto con le esigenze o l’evoluzione della vita moderna”. Di questi aspetti su Strisciarossa.it abbiamo già scritto tempo fa, con la modestia dello stile giornalistico, nell’articolo “Stereotipi e false immagini sul Medioevo che non merita tanta denigrazione”.

Come nasce un luogo comune

Tuttavia il fluire del racconto del medioevo, vero o presunto, nella società contemporanea è una materia troppo seria per lasciarla ai giornalisti; i quali, per altro, sono troppo spesso le vittime, e ancor più spesso i propalatori, degli odierni luoghi comuni. Infatti da qualche anno gli storici medievisti accademici, italiani e stranieri, hanno acceso più di un riflettore sull’uso e l’abuso di quella sterminata epoca, per la prima volta considerata (in senso negativo) come un periodo a sé stante dagli umanisti italiani del XIV secolo (dura oltre mille anni, secondo l’accezione più trendy dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 all’arrivo di Colombo in America nel 1492).

Una testimonianza importante di questo interesse accademico è rappresentata da un libro, disponibile in formato elettronico, edito quest’anno dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: si intitola Il falso e la storia. Invenzioni, errori, imposture dal medioevo alla società digitale. È a cura di Marina Gazzini – professoressa associata di Storia medievale, Comunicazione storica e Public History all’Università degli Studi di Milano – e con i contributi di nove colleghi: Michele Ansani (Storia della scrittura ed Esegesi delle fonti medievali – Pavia), Antonio Brusa (medievista, è stato docente di Didattica della Storia a Bari e a Pavia), Tommaso di Carpegna Falconieri (Storia medievale – Urbino), Paolo Chiesa (Filologia mediolatina – Milano), Maria Elena Cortese (Storia medievale – Roma), Gianmarco De Angelis (ricercatore di Storia medievale – Padova) Amedeo Feniello (Storia del medioevo – l’Aquila), Thomas Frank (Storia medievale – Pavia), Francesco Mores (Storia della chiesa – Milano).

Alla ricerca del falso e del complotto

Il volume parte proprio dalla constatazione della valanga di bufale, fake news e teorie del complotto in salsa “medievale”. Per sottolineare che “la società contemporanea appare particolarmente sensibile al tema del ‘falso’ e anche la storia diviene facilmente oggetto di falsificazione”. Cosicché, “prendendo in considerazione diverse tipologie di usi, riusi e abusi della storia, il libro passa in rassegna le tante ragioni che inducono a produrre falsi: ambizioni frustrate, interessi economici, sete di potere”. Autori e autrici indagano dunque sulle diverse forme di mistificazione della realtà, nella consapevolezza che da alcuni anni a questa parte il Web ha moltiplicato a dismisura le occasioni per diffonderle. Però essi lo fanno partendo da un presupposto condiviso: “Nessuna contrapposizione tra i ‘cattivi’ (i falsari e i loro complici, consapevoli o meno dell’inganno) e i ‘buoni’ (i paladini della verità, dell’onestà, della genuinità), ma una ricerca sulle origini e sulle finalità di rivisitazioni, errori e invenzioni vere e proprie”.
“Individuare i motivi per cui si costruisce un falso è fondamentale, sempre”, si legge nell’introduzione, “Per lo storico è anche intrigante”. Tuttavia lo scopo dello studioso “non è la messa in berlina di chi ha inventato le fake news e la loro demolizione, ma la ricostruzione dell’ambiente che ha prodotto il falso e la comprensione delle sue finalità”. Perché “i falsi sono documenti altrettanto importanti per la storia, anzi forse lo sono ancora più di quelli autentici”, dato che “svelano messaggi preterintenzionali e pertanto più genuini”. D’altra parte ogni fonte a disposizione dello storico è “comunque una distorsione della realtà”, essendone “una rappresentazione”; ma “non è la realtà. È il filtro attraverso cui si depositano informazioni, intenzioni, prospettive. Vero, falso, finto: tutto è storia”.

Ecco dunque Falconieri mentre riflette sulle differenze che, nel racconto del medioevo, corrono tra i falsi storici, le rappresentazioni idealizzate che attengono alla sfera letteraria, artistica e simbolica e le informazioni distorte divulgate senza consapevolezza della loro erroneità. Gazzini si dedica alle teorie pseudo-storiche (tra cui quella di un inatteso Isaac Newton, nel 1728) che mettono in discussione l’impianto cronologico tradizionale, contraendo il tempo da centinaia a migliaia di anni. Brusa esamina la figura di Cristoforo Colombo, osannato o bistrattato a livello pubblico, dalla consacrazione del Quadricentenario (1892) ai dubbi e alle contestazioni nel Cinquecentenario (1992), con le successive contese morali e identitarie degli ultimi vent’anni; lo stesso Brusa propone un versione aggiornata del suo meraviglioso Prontuario degli stereotipi e delle false conoscenze medievali. Cortese ci fa giocare con il passato, descrivendo riuso e abuso della storia nei videogame.

Poi Chiesa tratta della Mappa di Vinland, il più celebre falso medievistico del Novecento, pagata a peso d’oro ed esibita nel 1965 dall’Università statunitense di Yale (era stata considerata una prova inconfutabile della scoperta vichinga dell’America, molto prima di quella attribuita a Colombo). Feniello si dedica a uno dei più famosi e originali falsari medievali, Pietro Diacono, col quale non nasconde di simpatizzare. Ansani spiega che per mettere “l’istoria a soquadro” (come scrisse Scipione Maffei nel 1727) sono sufficienti un errore di trascrizione da parte di un editore e pure l’assenza di attenzione per alcuni dettagli. Frank legge il medioevo usando come punto di riferimento teorico i saggi di Hannah Arendt sul problema della verità e della menzogna in politica, scritti negli anni Sessanta del XX secolo. De Angelis e Mores trattano delle analogie e delle differenze tra il lavoro dello storico e quello del giudice e del giurista di fronte alla percezione degli indizi, richiamando un’analogia già cara allo storico ateniese Tucidide più di 2.000 anni fa.

Se i professionisti diventano complici

Qual è dunque il senso della provocazione, lanciata all’inizio dell’articolo, sulle responsabilità degli storici e degli insegnanti nella divulgazione di informazioni infondate? Il fatto è che spesso i professionisti della storia – in modo più o meno consapevole – sono complici di fake news e/o contribuiscono alla loro divulgazione. Nel volume di cui stiano scrivendo non si nasconde questa circostanza. Lo stesso professor Falconieri sottolinea che un certo tipo di errore, “diffuso nell’opinione comune, lo troviamo asseverato persino nei libri di scuola, continuando a essere propalato a onta del fatto di essere stato riconosciuto come tale dagli storici ormai da diverso tempo”. Sono false convinzioni ormai sedimentate, come l’inesistente ius primae noctis, la mai esistita “piramide feudale” o l’idea di un medioevo credulone, ignorante, oscurantista.

Scrive Falconieri: “Si lamenta (giustamente) la carenza di comunicazione tra accademia e pubblico; si parla di ‘aggiornamento asincrono’ e di ‘schemi storiografici decrepiti’. Ma il punto fondamentale su cui occorre ragionare è il seguente: da dove derivano queste interpretazioni distorte? Che responsabilità hanno avuto e hanno tuttora gli storici? Infatti, appare fuor di dubbio che il concetto di ‘medioevo’, benché oggi sia comprensibile un po’ da tutti, abbia un’origine altolocata”. Il professore cita come testimone il collega Brusa, quando già nel 2007 parlava di “stereotipi colti”: “Trovano una loro origine nel mondo scientifico, per quanto, a volte, la loro grande diffusione lascerebbe intendere il contrario”.

Lo stesso professor Brusa torna sulla questione in questo volume. Scrive, dopo aver proposto i 64 luoghi comuni sul medioevo, che “questo affollarsi di false conoscenze” è “un campanello di allarme che non può non essere ascoltato dai medievisti. La totalità di queste misconoscenze, infatti, è di origine colta: prodotti desueti dell’Accademia o di manipolazioni storiche passate. …Questi stereotipi sono passati, più o meno tutti, dai canali ufficiali della produzione e dell’apprendimento storico. Quindi, a differenza della maggior parte delle conoscenze che fanno parte dell’infinito universo della storia pubblica, circolano attraverso canali comunicativi (le aule universitarie e scolastiche, i manuali) che ricadono nell’orizzonte di lavoro di ricercatori e insegnanti. Il fatto che molte di queste misconoscenze continuino a sopravvivere “indisturbate” nel campo dell’educazione formale dei cittadini – dopo decenni di corsi e decine di articoli – non può non essere motivo di preoccupazione in chi produce conoscenza e forma gli insegnanti”. È difficile essere in disaccordo, tanto più che gli effetti della conoscenza falsa o distorta della storia – inclusa quella contemporanea – continuano a generare pessimi frutti a livello sociale e politico, a partire dal negazionismo e dai rigurgiti nazifascisti, come ci racconta la cronaca quotidiana.

 

Marina Gazzini (a cura di), Il falso e la storia. Invenzioni, errori, imposture dal medioevo alla società digitale, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 2021.

Il libro sarà presentato il 18 novembre a Milano – aula Malliani dell’Università degli Studi, in via Festa del Perdono 7 – nell’ambito del dibattito “Il Medioevo dopo il Medioevo”, che fa parte del programma di BookCity. Partecipano Marco Brando, Antonio Brusa, Paolo Chiesa, Marina Gazzini e Francesco Mores. È possibile partecipare di persona (prenotando) o seguire la diretta online. Link: https://www.bookcitymilano.it/eventi/2021/il-medioevo-dopo-il-medioevo