Dal Macro all’Asilo, il futuro
dell’arte a cinque stelle e due lire

Polo del contemporaneo e del futuro. Bello e prodigo di promesse come un pacchetto natalizio che al primo impatto non rivela la sostanza del regalo imbustato là dentro dentro, il nome con cui l’assessore alla cultura del Comune di Roma Luca Bergamo battezza il riassetto della sua rete espositiva consacrata ai linguaggi di oggi, presentato ieri mattina.

Luca Bergamo. Foto di Ella Baffoni

Il futuro? Il contemporaneo? A dare forma a queste definizioni buone per ogni stagione c’è per ora solo una vaga vocazione all’esplorazione dell’universo scientifico e delle nuove forme di comunicazione interattiva dischiuse dalla tecnologia che l’assessore considera obiettivi primari e assegna ad un’unica cabina di regia e finanziamento, l’Azienda speciale del Palaexpo’, cui conferisce il governo, la gestione e, almeno sulla carta, il rilancio di tre diversi luoghi, precipitati dopo anni di abbandono in una disastrosa crisi di pubblico, mezzi ed identità: il padiglione umbertino di via Nazionale rimesso in uso per i mondiali del ’90 e animato ad intervalli sempre più distanziati da sporadiche iniezioni di richiami ed idee; i grandi spazi del Mattatoio, nati come ritrovo decentrato per il pubblico modaiolo e nottambulo di Testaccio e ora sfilati alla programmazione del Macro, e la casa madre dello stesso Macro realizzata con una confezione d’autore, l’architetta francese Odile Decq, in anni di vacche grasse come risposta comunale al museo mazionale del Maxxi. Ambizione ridisegnata ad ogni cambio di direzione e di giunta per poi precipitare in un interregno di reggenze provvisorie che si prolunga dall’inizio della giunta Marino.
Proprio sul Macro di via Reggio Emilia l’unica vera e radicale svolta presentata dall’assessore Bergamo con un inusuale annuncio a scoppio ritardato: la consegna della cabina di regia ad un nuovo curatore, Giorgio De Finis, autore di un rivoluzionario progetto che prevede la trasformazione del Macro da museo ad Asilo aperto a tutti gli artisti che vorranno collaborare, realizzando a rotazione sul posto, da soli o insieme, opere, performances istallazioni; e aperto a tutti gli abitanti della città, che potranno incontrarli, vederli al lavoro liberamente. E gratuitamente.

Danilo Bucchi, la stanza di Pinocchio al Maam. Foto di Ella Baffoni

Niente più biglietto. Niente piu mostre. E’il Macro che mette in mostra se stesso e quel che accade al suo interno. Ogni giorno qualcosa di diverso, secondo un calendario diffuso via Internet che illustrerà e aggiornerà appuntamenti ed eventi, tra i quali De Finis conta di inserire incontri a cadenza settimanale con artisti, ospiti e intellettuali stranieri di varie discipline, perché Asilo vuole essere una finestra aperta sul mondo. Nessun filtro di qualità. Chiunque può candidarsi a partecipare e lasciare un segno del suo passaggio. Nessuna distinzione tra artisti di nome e di rango, artisti di strada e aspiranti artisti che vogliano uscire allo scoperto, cimentarsi. Dire e far vedere la loro.
Il budget? Quattrocentomila euro all’anno per due anni. Lo stesso stanziamento all’osso con cui il Macro è sprofondato nel baratro.
Anche con questa cifra, obietta De Finis, si può fare, è già successo. Proprio qui a Roma. In una ex fabbrica in disarmo di salumi sul fondo della Prenestina, il raccordo a due passi. Sette anni fa Giorgio De Finis la scoprì per caso in una esplorazone a piedi di quel lembo di periferia che non è più città. Uffici e officine quasi inabitabili furono occupati da un centinaio di famiglie senza alloggio. Zingari e migranti stranieri, in gran parte sudamericani. La minaccia dello sfratto da parte di un immobiliarista che aveva acquistato l’area per specularci incombeva come una spada di Damocle. Ma loro resistevano e De Finis offrì loro un’arma insperata per defendersi. Chiamando una serie di writers a lavorarci dentro e un cineasta a girarci un film che trattava quel lembo di terra come una sorta di Luna, nella quale quella pattuglia di diseredati aveva trovato approdo.
Poi venne una pittrice ad affrescare un locale da adibire a scuola e doposcuola per la gente del quartiere. Il passa parola fece il resto, quelle sale cadenti si riempirono di opere, murales, istallazioni, e trascinati dall’esempio anche gli occupanti cominciarono ad addobbare decorare con le loro mani i luoghi di vita comune, i cortili e persino le loro case. Oggi la fabbrica, ribattezzata Museo dell’Altro e dell’Altrove, contiene oltre 500 opere. Firme prestigiose o di autori in carriera accanto a quelle di artisti di strada.
Anche la qualità è cresciuta,  sempre più creazioni che catturano sguardo, emozioni e pensieri. Un luogo di incredibile vitalità. Come a Roma non ce ne sono altri. Vengono dall’estero a visitare quella sorta di miracolo di convivenza e creatività. Lo sfratto è stato bloccato, probabilmente per sempre. Cultura? Controcultura? Arte che resta o arte a perdere? Domande che lì, dove il conflitto sociale è corpo a corpo quotidiano, non hanno senso.
Ma che ingombrano il terreno ora che si vuole trapiantare lo stesso modello qui al Macro, in un museo, un edificio di pregio architettonico che impone evidenti vincoli di rispetto. Estenderne il richiamo e l’uso all’intera città e al suo pubblico. Sventolarlo con eccesso di semplificazione come esempio profetico di vera democrazia. Un’utopia, la definisce Michelangelo Pistoletto superstar dell’arte povera, utilizzato come testimonial del contemporaneo da curatori di mezzo mondo che governano il mercato asfittico e autoreferenziae dell’arte, ma ora qui come paladino dell’antisistema a benedire il nuovo corso del Macro.

Al Maam, Museo dell’Altro e dell’Altrove. Foto di Ella Baffoni

Un’utopia ripete con occhi sognanti Luca Bergamo, un modo che sperimenta la Roma del futuro. Come fai a non essere d’accordo? Poi ci ripensi e ti chiedi: come può questo stesso personaggio invocare una città a misura degli ultimi e poi sedere nel ruolo di vicesindaco accanto a un sindaco come Virginia Raggi? Predicare il diritto alla casa, all’accoglienza e all’ascolto accanto a chi ha scatenato con imprevidenza e disinteresse lo scandaloso e brutale sgombero in piazza della Repubblica? A chi si trincera con i benpensanti cinque stelle che condannano senza se e senza ma l’occupazione delle case, fregandosene delle ragioni e dei destini della famiglie da cacciare? O non difende gli assegnatari di colore bloccati da squadracce fasciste? A chi da il via libera per pura convenienza allo stadio della Roma, ignorando ogni impatto ambientale? E così via fino a Spelacchio.
La sensazione di un ipocrita gioco delle parti è molto forte. La giunta continui pure a maltrattare o ignorare gli ultimi, il vicesindaco offre una ciambella di salvataggio ai penultimi, cioè agli artisti fuori copione. E poi via. Il Macro non è certo il Palazzo d’inverno. Forte un altro sospetto non irrilevante di scorrettezza o forzatura istituzionale. Perché l’annuncio dello stravolgimento del Macro avviene mentre l’azienda del Palaexpo’ che dovrebbe autorizzarla è ancora commissariata e il nuovo consiglio d’amministrazione, nomine messe a bando, non è ancora né composto, né insediato: i nuovi scelti sarebbero messi di fronte al fatto compiuto o scelti ad hoc tra chi è già disposto a dare via libera.

Pablo Echaurren al Maam. Foto di Ella Baffoni

Anomala, col metro di misura grillino anche la nomina ad personam e a progetto di De Definis, laurea da antropologo e non critico d’arte, che non avrebbe avuto titoli e competenze sulla base delle norme comunali. Penso che De Finis si sia conquistato i galloni di curatore sul campo e che molte nomine nel settore culturale dovrebbero nel rispetto dei meriti esser svincolate da questi laccioli. Ma dubito che ufficialmente in casa cinquestelle condividano questa opinione: visto che il sindaco di Parma, il primo espresso dal movimento, è stato espulso e scomunicato proprio per una nomina culturale ritenuta poco ortodossa.
E infine tre dubbi sul problema che riguarda l’arte di oggi. A che e a chi serve pensare che siamo tutti artisti, una formula che andava tanto negli anni Settanta? Successe qualcosa di analogo al festival dei poeti di Castel Porziano, in migliaia sulla spiaggia a contestare gli invitati in programma, poco allenati anche se bravi e schierati, a contendergli il palco con balbettii e persino con una spaghettata fino a quando la struttura crollò. Una sola eccezione: il silenzio e l’ascolto conquistato la seconda sera, dai poeti americani delle Beat generation che le loro poesie le cantavano e sapevano dirle meglio. E’ la società dello spettacolo bellezza. Ma perchè l’arte di oggi deve, adeguandosi, rassegnarsi alla superficie e non cercare la profondità?
La seconda obiezione riguarda l’idea che l’unico modo di superare il museo e le sue incostrazioni pedanti e muffose, non sia provare a cambiarlo, ma eliminarlo di scena, insieme alla storia che il museo deve come istituzione custodire e preservare a futura memoria. Non è anche questo un invito all’accettazione passiva del presente alienato che stiamo vicendo?
Un’ultima nota. L’esperimento De Finis scatterà ad ottobre e durerà due anni. Nel frattempo il Macro ospiterà solo una mostra sui Pink Floyd. Ancora incerta la sorte della collezione, per ora resterà negli scantinati del museo.