Dal colera al Covid, Donato Greco racconta
le epidemie guardando al futuro

Riesce a farci ridere parlando di cose serie, Donato Greco, e già per questo varrebbe la pena leggere il suo nuovo libro, scritto assieme alla giornalista Eva Benelli (Le mie epidemie, Scienza Express editore, pp. 319 euro 21,00). L’autore, che al primo rigo della sua biografia ci tiene a precisare “napoletano”, ha diretto il Laboratorio di epidemiologia e biostatistica e il Centro nazionale di epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità e dal 16 marzo scorso siede nel CTS per l’emergenza Covid-19.

L’epidemia “spagnola” nel 1918
In effetti, l’importanza del luogo di nascita la capiamo già dalle prime pagine di questo volume che, come dice il titolo, racconta tutte le epidemie di cui si è occupato Greco nel corso della sua vita professionale. Il primo capitolo infatti è sul colera a Napoli, anno 1973. All’epoca Greco è un giovane specializzando in malattie infettive all’ospedale Cotugno della città partenopea, ma nei giorni di cui parliamo, si trova a Orvieto per fare il servizio militare come soldato semplice. Il 27 agosto, ascoltando la radio, viene a sapere di diversi casi mortali di gastroenterite ricoverati nel suo ospedale. Il giovane medico non ci pensa su, chiede una licenza di due giorni e il 28 parte per Napoli. Appena arrivato va al Cotugno, senza neppure passare per casa: vuole capire cosa sta succedendo. Dopo mezz’ora dal suo ingresso, arriva l’esercito e l’ospedale chiude: nessuno può più uscire dal cordone sanitario. Malati, medici, infermieri rimangono chiusi per settimane, persino il camionista con un banale mal di pancia che doveva trasportare i pomodori al nord e che si era fermato per farsi dare un’occhiata prima della partenza,viene sequestrato e si dispera perché sa che i pomodori marciranno sotto il sole nel parcheggio. Ma a Pozzuoli c’è la più grande base NATO del Mediterraneo che ospita un’unità di ricerca medica della marina americana, i medici militari il colera lo conoscono bene perché hanno basi anche in Bangladesh e in India dove la malattia è endemica. Sarà forse a causa di questa presenza, ma nel giro di poco arriva al Cotugno una delegazione scientifica dei Centers for Disease Control degli USA e dell’Oms di Ginevra. Greco ha un vantaggio sugli altri medici: parla bene l’inglese. Viene quindi scelto per affiancare i delegati ed è così che impara i segreti dell’indagine epidemiologica sul campo. Una volta usciti dalla quarantena,percorrono in macchina in due settimane tutte le strade di Napoli e provincia per andare a parlare con gli ammalati e cercare di capire quale sia stata la causa del focolaio. L’indagine conferma quello che era fino a quel momento solo un sospetto non dimostrato: l’associazione tra il consumo di cozze crude e la malattia.

Greco si occuperà di nuovo di colera in Albania e poi di un focolaio a Bari nel 1994. Anche in quest’ultimo caso, l’epidemia partì a causa del consumo di pesce crudo, ma l’indagine voleva capire come si era contaminato il pesce. Gli epidemiologi scoprono che la responsabilità è dell’acqua. I pescivendoli spruzzavano i banchi più volte al giorno per mantenere fresca la merce, ma il mercato non era dotato di acqua corrente, così i venditori la acquistavano dal proprietario di un carretto dotato di cisterna che tutte le mattine veniva riempita in mare. Purtroppo il luogo dove l’acquaiolo si riforniva era vicino alla cloaca della città. L’acqua quindi era contaminata da feci. Ed essendo il colera una malattia a trasmissione oro-fecale, ovvero che si contrae in seguito all’ingestione di materiale fecale infetto, ecco là che il gioco è fatto.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Il libro prosegue raccontando un’epidemia di salmonella in un matrimonio cilentano per studiare la quale, in un menu di quaranta portate (che Greco trascrive attentamente, per la gioia dei sensi, tra alici fritti e melenzane imbuttonate, bruschette con pomodorini del piennolo e sperlughe di fusilli al ragù… ), i ricercatori devono scoprire, come Montalbano, chi è il colpevole dei ricoveri dei giorni successivi. Non lo diremo per non togliere il gusto del giallo.

L’autore del libro affronta sul campo un’epidemia di botulino negli Stati Uniti, un focolaio di legionella su una piattaforma petrolifera in mezzo al mare, l’epatite A nella Sila, la peste bubbonica nel Casentino (dove una famigliola trova una lepre semiaddormentata al margine della strada e pensa di levarle pelle e interiora per cucinarsela in salmì senza sapere in che guai si sarebbe cacciata), la lebbra, una epidemia di polio in Albania negli anni Novanta, Ebola in Uganda nel 2000, la tubercolosi in un asilo nido marchigiano. In tutti i casi il racconto, sempre intessuto di storie di vita che si fanno leggere con gusto, si mescola con informazioni interessanti sulle malattie, la loro modalità di trasmissione, come si presentano, quali rischi comportano. Fino ad arrivare a Covid-19.

Sulla pandemia che stiamo vivendo, Greco non parla del presente, ma del futuro. La premessa è che, per una serie di motivi, dovremo convivere a lungo con SARS-CoV-2, anche se verosimilmente non vedremo più le “devastanti ondate epidemiche” a cui stiamo ancora assistendo. E allora? Allora bisogna attrezzarsi con alcune misure di gestione che impediscano di trovarsi nuovamente a dover sceglierelockdown dalle conseguenze drammatiche per la società. Tra le misure che Greco propone ci sono: proteggere i deboli, potenziare la sorveglianza sul territorio, offrire vaccinazione gratuita a tutti e soprattutto dedicare particolare attenzione alle scuole per permettere ai nostri figli e nipoti una normale vita scolastica e sociale. Il tutto accompagnato da una comunicazione adeguata. Insomma l’essere preparati deve diventare una prassi quotidiana del Paese perché “solo l’affermarsi di una cultura della preparedness che comprenda consapevolezza, azioni, comportamenti, investimenti e farmaci potrà portarci in tempi non lontani a una normale convivenza con i rischi infettivi del SARS-CoV-2”.