Dal ’46 a oggi. Uno straordinario film sull’Ucraina da guardare a ciglio asciutto

Un film che si intitola Il processo di Kiev suscita immediata curiosità. Soprattutto se a firmarlo è Sergej Loznitsa, il principale cineasta ucraino contemporaneo, peraltro al centro di violente polemiche quando, all’inizio della guerra, si è schierato contro il boicottaggio dei cineasti e degli artisti russi chiesto e praticato da molti paesi, da molte istituzioni in tutto il mondo.

Sergej Loznitsa alla Mostra di Venezia

Loznitsa è un artista straordinario, che pratica forme di documentario “fluide” – usiamo una parola di moda – in cui il documento e la fiction si mescolano in modo straordinariamente creativo e moderno. Ha girato film di finzione come Donbass, sul conflitto che insanguina quella regione da anni (e l’ha girato nel 2018, tanto per esser chiari) e documentari sulla storia del suo paese come Baby Jar, su una delle più terribili stragi perpetrate dai nazisti durante la guerra. In più, un titolo come Il processo di Kiev è ovviamente stuzzicante. Altrettanto stuzzicante è vedere che il toponimo della capitale ucraina è scritto “Kiev”, alla russa, anche nel titolo internazionale – The Kiev Trial – e nel titolo russo che suona Kievskij process. Di cosa parlerà, questo film? E vista la grafia del nome, farà nuovamente arrabbiare gli ucraini, che da tempo (e tanto più dall’inizio della guerra) tengono molto alla grafia “Kyiv”, traslitterata dall’ucraino e non dal russo?

Abbiamo visto Il processo di Kiev in una proiezione stampa nella Sala Darsena della Mostra di Venezia (dove viene presentato fuori concorso). Svariate persone sono uscite dopo mezz’ora, quaranta minuti (su circa 100 di durata). Abbiamo il forte sospetto che queste persone non sapessero di cosa parla il film. Perché è venuto il momento di rivelarvi qual è, il processo in questione.

Gennaio 1946, processo ai militari nazisti a Kiev

Come ci informa una didascalia iniziale, siamo a Kiev/Kyiv nel gennaio del 1946. Si celebra il processo a una dozzina di ufficiali e gerarchi nazisti catturati dall’Armata Rossa dopo la liberazione dell’Ucraina, che fu in gran parte sanguinosamente occupata dall’esercito tedesco. Dopo alcune immagini di repertorio sulla città, il film ci porta dentro l’aula dove si tiene il processo. È affollatissima, di soldati e di gente comune. Gli imputati vengono presentati uno dopo l’altro e vengono loro letti i capi di imputazione. Sono tutti militari, ed è un processo militare: i giudici sono ufficiali dell’Armata Rossa.

Sono, dicevamo, una dozzina di uomini, dalle facce più comuni che possiate immaginare. Alcuni non sembrano nemmeno tedeschi. Sono in divisa, non particolarmente malconci, ma il linguaggio del corpo e soprattutto gli sguardi ci dicono che sono uomini disperati, che probabilmente hanno passato momenti assai sgradevoli. Le macchine da presa degli operatori sovietici documentano tutto, in uno smagliante bianco e nero. Gli interrogatori si ascoltano prima in tedesco, poi tradotti in russo dagli interpreti; le domande, al contrario, in russo poi in tedesco.

Finale sconvolgente

Il film è tutto qui. Solo nel finale le immagini ci portano all’esterno, e gli ultimi dieci minuti del film sono sconvolgenti: ci mostrano l’esecuzione dei prigionieri, tutti condannati a morte per impiccagione. Siamo nella piazza principale di Kiev, forse – non conosciamo bene la città – la stessa documentata da Loznitsa nel suo film Majdan. Metà dei palazzi che circondano la piazza sono distrutti (siamo, ripetiamolo, nell’inverno del ’46). Intorno allo spiazzo dove sorgono le forche, e dove i condannati vengono portati a bordo di camion, ci sarà un milione di persone. È la versione ucraina di piazzale Loreto, con la differenza che le vittime sono vive, e vengono uccise sul posto.

In precedenza, le lunghe scene degli interrogatori (montate da Loznitsa con grande acume e senso del ritmo) sono impressionanti. Da un lato vediamo in azione la macchina burocratica della guerra, che prevede un rituale preciso anche quando gli imputati sono criminali conclamati. Dall’altro le deposizioni dei nazisti ci rimettono di fronte alla “banalità del male” teorizzata da Hannah Arendt a proposito del processo Eichmann.

Anche questa guerra avrà i suoi giudici e giudicati?

Tutti dichiarano di avere “eseguito gli ordini”. Uno, a cui viene chiesto conto della distruzione di un villaggio, dice: “Avevo l’ordine di eliminare tutti gli ebrei presenti nel villaggio”. Sì, risponde l’ufficiale sovietico, però avete ammazzato tutti gli abitanti. “A un certo punto l’ordine era diventato di eliminare totalmente il villaggio”. Avete ucciso anche un gran numero di bambini. La risposta del nazista perseguiterà d’ora in poi i nostri sonni: “Correvano dappertutto, davano fastidio”. Alla fine, forse per disperazione forse per un sussulto di orgoglio, tutti, alla rituale domanda se si dichiarano colpevoli o innocenti, rispondono: “Colpevole”.

Lo sguardo di Loznitsa è neutro, senza giudizio, esattamente come quello dei cineoperatori che hanno effettuato le riprese nel ’46. Si ha veramente la sensazione che sia la Storia, con la “s” maiuscola, a giudicare. E il film acquista a posteriori una sua tragica solennità. Al tempo stesso non si può fare a meno di chiedersi se anche la guerra combattuta oggi in quello stesso paese avrà i suoi giudici e i suoi condannati. La domanda non è contenuta nel film di Loznitsa. Ce la poniamo noi, a migliaia di chilometri da quel conflitto che pure incide anche sulle nostre vite. Il processo di Kiev è un documento storico straordinario, da vedere a ciglio asciutto.