Dai presidenti di regione
alla stampa: l’Italia
paese della confusione

“Vaccini, sfida di Draghi alle regioni”; “No alle deroghe”; “De Luca, il virus e la politica dell’autarchia”; “Sale la tensione, Draghi vuole riaprire”; “Così vaccinerò gli italiani”; “Gli anziani possono aspettare. La sfida di De Luca a Draghi”; “Il governo non sa ancora quanto vuole spendere per aiutare i disoccupati”. Sono, questi, solo esempi di un campionario di titoli che campeggiano sulle prime pagine dei giornali italiani. Piccolo campionario, insufficiente a registrare il cancan del vocìo che si leva dai talk televisivi, che sono ormai disseminati in ogni ora della giornata.

Chi ha deciso di chiamarli “governatori”?

In queste ore è il governatore della Campania, De Luca, a far da padrone in questa perenne nuvola mediatica fatta di risse politiche e d’improvvisazioni circensi. Lui vuol fare ciò che – dice lui – è più utile alla sua regione: cioè, dopo aver vaccinato gli over ottanta, dare via libera alle isole per renderle free-Covid. Quelle del bel golfo campano, naturalmente. Ci sono le vacanze alle porte e ci sono interessi localistici e di categorie importanti da tutelare. E’ lui, ora, il populista di turno che però si trova a fare braccio di ferro con il generale dei generali, capo in carica per le vaccinazioni. Scontro epico: Sud versus Nord; Mare versus Montagna.

E’ da mesi che l’abuso della parola “governatori” mi dà fastidio. Mi frulla per il cervello e mi segnala una cosa molto semplice e pericolosa: il lento ma sostanziale cambiamento che, anno dopo anno, è avvenuto nelle Regioni. Un cambiamento che ha riguardato sia la funzione e sia il ruolo delle istituzioni nate nel 1970. Ci siamo tutti abituati, forse troppo presto, a usare nel linguaggio corrente, e in particolar modo in quello giornalistico, questa parola. Forse perché ci permetteva non solo di accorciare, usando una metonimia, ma anche di semplificare un concetto: dire presidente della Regione porta via più spazio, specie nei titoli. Poi ci abbiamo preso gusto e ne abbiamo abusato. Più che altro ne hanno abusato coloro che da semplici presidenti di son ritrovati a esser governatori. E l’immensa schiera di servitori che allignano ovunque.

Come ha scritto giorni fa, Aldo Grasso “il governatore si sente più personaggio del presidente, cerca visibilità e consenso, fa il fenomeno. I nomi sono conseguenza delle cose, ricordava Dante nella Vita nuova: il governatore con la sua voglia di protagonismo, mette in discussione il concetto stesso di Regione. Governatore si usava molto nell’impero fascista e, prima ancora, come narrano i Vangeli, in terra di Giudea: il più famoso si chiamava Ponzio Pilato”.
In effetti, ci sono tra i nostri emeriti governatori coloro che se ne sono lavate le mani rispetto alle esigenze generali della società, così come ci sono stati coloro che le mani ce le hanno messe fin troppo, avvantaggiando categorie a loro più vicine o settori che rappresentano utili bacini elettorali. La parola “governatore” segnala, infine, la deriva cui è giunta la personalizzazione della politica.

L’occasione mancata dei giornalisti

Grande è la confusione sotto il cielo e, a differenza di quanto affermava Mao, la situazione non è per niente eccellente. Tanta, troppa confusione che non serve ad una popolazione stressata da un anno di pandemia. Un andirivieni di voci che frastorna il cittadino; comunicazioni che si sovrappongono e creano disorientamento; indicazioni alle quali non fanno seguito le azioni indicate; utilità ed efficacia dei vaccini che segue il mutar dei cieli e degli umori, richieste di categorie bisognose che in gran parte rimangono inevase. Un intero sistema è come impazzito e la comunicazione e il giornalismo anziché tendere le mani ai cittadini, aiutarli a capire, ci mettono anche loro lo zampino enfatizzando questo o quell’aspetto in base alle convenienze editoriali o di bandiera. Con un gioco degli specchi che sta prendendo sempre più campo: gli influencer che si trasformano in politici e i politici in influencer.

Una volta Eugenio Scalfari definì il giornalista come una “sottospecie funzionale dello scrittore”. Il che significava che bisognava saper scrivere ma anche sapere per chi si scriveva, cioè per i lettori, cioè per i cittadini. Siamo ora in una fase nella quale gran parte della “sottospecie” non solo non ha la capacità di usare un ampio repertorio linguistico, adattandosi all’uso di quella lingua di plastica in gran spolvero sui media. Molti si scrivono addosso; altri scrivono per compiacere il capo di turno; altri scrivono copiando con estrema cura le notizie che scorgano dalla rete.

L’informazione che in questa pandemia doveva avere un colpo d’ali sta, in realtà, sprecando un’occasione d’oro. Non sta dando il meglio di sé. Eccezioni esistono, eccome. Ma sono sempre più rare le testate che reggono l’urto della spettacolarizzazione imperante e che hanno il coraggio di cambiare l’agenda dei temi da trattare, guardando magari oltre il giardino di casa propria. Di ritrovare il senso di quella ragione civile che ha caratterizzato molte stagioni del giornalismo. Ha detto Miche Santoro a Domani: “L’informazione non doveva fare così schifo come ha fatto nel racconto della pandemia. Il pensiero critico non trova cittadinanza. Il dibattito politico, culturale, scientifico viene ridotto alle linee mosse dal governo”. Speriamo che non sia troppo tardi e che il giornalismo sappia levarsi dalle sabbie mobili degli stereotipi imperanti: se ci sei, batti un colpo.