Dagli specchi ustori agli scudi spaziali, la scienza tra guerra e pace

Per il loro atteggiamento riguardo alle politiche militari dei loro paesi, gli scienziati possono essere suddivisi in “falchi”, favorevoli agli armamenti e a politiche aggressive, e “colombe” , sostenitori della distensione, del controllo degli armamenti, del disarmo. Non sempre, tuttavia, è possibile seguire questo schema. Un esempio significativo, in tal senso,  è quello di Enrico Fermi, che è stato il più importante scienziato italiano del secolo scorso. Tra i suoi maggiori contributi ricordiamo la statistica di Fermi-Dirac, la teoria del decadimento beta e gli esperimenti sulla radioattività indotta da neutroni, in particolare da neutroni lenti. Fin qui Fermi è uno scienziato “puro”: come lui stesso disse più tardi: “ la vocazione dell’uomo di scienza è di spostare in avanti le frontiere della nostra conoscenza”.

I ragazzi di via Panisperna. Da sinistra: Oscar D’Agostino, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Franco Rasetti ed Enrico Fermi. Foto scattata da Bruno Pontecorvo

Emigrato negli Stati Uniti dopo aver ricevuto il premio Nobel (1938), partecipò attivamente al Progetto Manhattan per costruire la bomba atomica, l’arma più micidiale che sia mai stata concepita, e realizzò il primo reattore nucleare. Verso la fine della guerra fece parte di
una commissione scientifica, composta da quattro scienziati di primo piano, che doveva dare consigli tecnici sull’uso dell’arma nucleare contro il Giappone; la conclusione fu la seguente:
1 – la bomba dovrà essere usata contro il Giappone al più presto;
2 – dovrà essere usata su un doppio bersaglio, cioè su installazioni militari o impianti bellici circondati o adiacenti ad abitazioni;
3 – dovrà essere usata senza preavviso sulla natura dell’arma.
Hiroshima e Nagasaki rispondevano a questi requisiti!
Negli anni successivi si aprì il dibattito sulla opportunità di sviluppare la bomba termonucleare, o bomba H, un’arma che avrebbe potuto raggiungere una potenza esplosiva superiore a quella di mille bombe di Hiroshima; a questo punto Fermi assunse il ruolo della colomba, contro il falco Edward Teller: si oppose, anche se con insuccesso, allo sviluppo di questa terribile arma, anche per motivi morali.

La scienza in guerra

Spesso, in caso di guerra, gli scienziati si sono schierati con il loro paese, mettendo a disposizione dei militari le loro competenze tecnico-scientifiche. Molti gli esempi storici. Il primo caso accertato è quello del più grande scienziato dell’antichità, Archimede, che aiutò Gerone, il tiranno di Siracusa, a difendere la città dall’assedio dei Romani, nel 212 a.C.

Stampa che riproduce l’uso degli specchi ustori durante l’assedio romano a Siracusa

Gli storici dell’epoca descrissero le macchine belliche – ancorché poco credibili – di sua invenzione, tra cui la manus ferrea, artiglio meccanico in grado di ribaltare le imbarcazioni nemiche, e gli “specchi ustori “, che concentravano la luce solare sulle navi nemiche, provocando incendi.

Un altro caso significativo è quello di Leonardo da Vinci. Il grande pittore così si espresse sulla guerra, che definì come « discordia, o vo’ dire pazzia bestialissima ». Ma nella «lettera di impiego» a Ludovico il Mor , vanta le sue capacità di contribuire alla guerra con le sue invenzioni. La lettera elenca dieci punti, nove dei quali sono un catalogo di armi e macchine da guerra; solo il decimo presenta le sue qualità di ingegnere civile e di artista. “Sono in grado di creare ponti, robusti ma maneggevoli, sia per attaccare i nemici che per sfuggirgli; (…) sono in grado di sbriciolare ogni fortificazione, anche la più resistente (…)  Costruirò carri coperti, sicuri, inattaccabili e dotati di artiglierie, che riusciranno a rompere le fila nemiche, aprendo la strada alle fanterie (…) farò catapulte, mangani, macchine per lanciare pietre e ‘fuochi’ e altre efficaci macchine da guerra, ancora in modo innovativo.”

Leonardo

Altri esempi illustri non mancano.  Niccolò Fontana, soprannominato Tartaglia, nel 1531, si occupò del problema di mettere a segno i colpi di cannone e notò che l’inclinazione ottimale dell’arma da fuoco doveva essere di 45 gradi.
Galileo arrivò alla conclusione che la traiettoria di un proiettile segue l’andamento di una parabola. Gaspard Monge, inventore della geometria descrittiva, progettò fortezze.

Questi esempi non sono a sostegno della tesi che chi lavora per gli armamenti è un falco. Gli scienziati che, durante la Seconda guerra mondiale, hanno lavorato per realizzare la bomba atomica hanno fatto questa scelta perché concreto era il rischio che la realizzasse per prima la Germania nazista, con conseguenze drammatiche.

Indifferenti e falchi

Venendo a tempi più vicini a noi, possiamo classificare le posizioni degli scienziati rispetto alla guerra in tre categorie. La più numerosa comprende tutte quelle persone che, nel chiuso dei loro laboratori, sembrano indifferenti al problema o, più probabilmente, ritengono di non avere responsabilità diverse da quelle di ogni altro cittadino. E che un’organizzazione scientifica non sia un organismo qualificato a esprimersi su questioni che hanno implicazioni politiche. Non credo che questa posizione sia giustificabile, se non altro perché a un più elevato livello di competenza deve corrispondere un maggior grado di responsabilità.

Una seconda categoria, ristretta ma significativa, è costituita dagli scienziati di rilievo che agiscono come consiglieri militari del governo o delle industrie, e che sistematicamente spingono verso lo sviluppo di nuove armi e contro i trattati che ne limitano lo sviluppo per garantire al mondo una maggiore sicurezza. Sono questi in particolare a essere classificati come come “falchi”.

Max Planck è un caso particolare. Il padre della fisica contemporanea, sottoscrisse, con altri novantadue fra i più noti rappresentanti della cultura e della scienza tedesche (ottobre 1914 ), l’«Appello al mondo colto»; in esso si legge: “Se non fosse stato per il militarismo tedesco, la cultura tedesca sarebbe stata da tempo spazzata via dalla faccia della terra. (…) L’esercito tedesco e il popolo tedesco sono uno.”

Fritz Haber, chimico tedesco, ottenne il Premio Nobel per la sintesi industriale dell’ammoniaca. È anche considerato il padre delle moderne armi chimiche.
La sue ricerche hanno portato all’uso di gas cloro e fosgene. Sotto la sua direzione fu creata nel 1915 una unità nella quale militavano altri scienziati, James Franck, Otto Hahn, Gustav Hertz, Erwin Madelung e Hans Wilhelm Geiger. Dal febbraio 1915 supervisionò personalmente i preparativi per l’attacco di gas tossico vicino alla città belga di Ypres, da cui iprite.

Alla fine della guerra i soldati russi ebbero 419.000 vittime a causa dei gas, la Germania 200.000, la Francia 190.000 l’Austria-Ungheria 100.000, gli Stati Uniti quasi 73.000, gli italiani 60.000. La moglie di Haber, Clara Immerwahr, il 2 maggio, la mattina dopo la celebrazione della vittoria di Ypres, si sparò in segno di protesta contro le attività del marito.

Un secolo prima, invece, Michael Faraday si era rifiutato di partecipare alla produzione di armi chimiche per la guerra di Crimea per ragioni etiche. Trent’anni dopo troviamo altri “falchi” che spingono verso lo sviluppo di nuove armi, fino alla bomba H, alla bomba N, e per la realizzazione del progetto delle “Guerre stellari”.
Il rappresentante più noto è Edward Teller, il padre della bomba H (sostenuto, in Italia, da Antonino Zichichi); egli è giunto fino a teorizzare il dovere dello scienziato di impegnarsi nella ricerca militare.

Interessante notare che a volte alcuni di questi falchi hanno anche seminato dubbi sul danno causato dal fumo passivo e sulla origine antropica (emissione di gas serra) dei cambiamenti climatici: ne ho conosciuto uno quando ero un giovane laureato, Fraderik Seitz; era un ottimo fisico, una persona umanamente gradevole, e mai avrei immaginato di ritrovarlo nella schiera dei falchi.

Le colombe

Sul fronte opposto troviamo la terza categoria,le “colombe”. Ricordiamo il matematico Tullio Levi-Civita, che, fedele all’internazionalismo e alla fraternità del mondo scientifico come di quello civile, si schierò apertamente contro l’incombente guerra del 1914-18.

Non intendo riferirmi solo agli scienziati genericamente pacifisti, ma anche a quelli, molto competenti in campo militare, che basano la loro azione a favore di trattative e contro il riarmo incontrollato su solidi argomenti tecnico-scientifici. Sono sinceramente preoccupati della sicurezza del proprio paese, ma anche di quella del resto del mondo. Spesso nel passato hanno lavorato nel campo degli armamenti, e anche a questo devono la loro competenza. . È anche grazie all’impegno di questi scienziati, infatti, che sono stati firmati diversi trattati per il disarmo, tra cui il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) del 1968.

Una delle più note colombe è Józef Rotblat, che abbandonò il Progetto Manhattan quando fu chiaro che la Germania non avrebbe mai potuto realizzare la bomba atomica; ricordiamo anche Hans Beihe, Sidney Drell, Richard Garwin, che, tra l’altro, si opposero, con valutazioni scientifiche, al progetto delle Guerre Stellari.

Tra Sacharov e Einstein

Molto si sa sugli scontri tra falchi e colombe nei paesi occidentali: sulla decisione di usare la bomba atomica contro le città giapponesi, di costruire la bomba H, di proibire i test nucleari nell’atmosfera, di sviluppare il progetto delle “Guerre Stellari”, di realizzare trattati per la limitazione degli armamenti (Trattato di Non Proliferazione Nucleare, SALT, ABM, INF, ASAT, ecc.) per rafforzare la sicurezza reciproca.
Di questi dibattiti nei paesi del blocco sovietico ben poco si sa, data la scarsa trasparenza in quei regimi.

Nell’Unione Sovietica del tempo, alle colombe non era certo concesso di esprimere il proprio dissenso. Cito solo Andrej Sacharov, il padre della bomba H sovietica, e in seguito contrario l’entrata delle truppe sovietiche in Afghanistan . L’ho incontrato brevemente a uno dei convegni con i nostri omologhi sovietici ; grazie a Gorbaciov, era da poco rientrato dal confino a Gor’kij. Mi confermò che aveva ricevuto il telegramma di felicitazioni che gli avevo mandato a nome del nostro Dipartimento.  Nel 1975 ricevette il premio Nobel per la pace, ma non poté ritirarlo.

Andrej Sacharov

Nei paesi democratici, gruppi di scienziati impegnati per il controllo della corsa agli armamenti, per la riduzione degli arsenali esistenti e per allontanare il rischi dell’olocausto nucleare si raccolgono in organizzazioni come il Pugwash, il Bulletin of the atomic scientist, la Medical Campaign against Noclear Weapons,la Union of concerned scientists, Senzatomica , l’Unione Scienziati Per Il Disarmo (USPID), e altre.

Ricordiamo l’evento più importante.
Nel 1955 Bertrand Russell e Albert Einstein si fanno promotori di una dichiarazione, sottoscritta da scienziati e intellettuali di prestigio, in favore del disarmo nucleare e della scelta pacifista per l’umanità, Essa così conclude: “Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto. Se ci riuscirete, si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; altrimenti, vi troverete davanti al rischio di un’estinzione totale.”

Bertrand Russell

Facendo riferimento al manifesto, nel 1957 nacquero le Pugwash Conferences on Science and World Affairs, il cui scopo principale è la costruzione della pace e, in particolare, il disarmo nucleare. Le Pugwash Conferences hanno ottenuto, insieme a Josef Rotblat, il Premio Nobel per la Pace nel 1995. A ritirare il premio fu il fisico italiano Francesco Calogero, segretario generale dell’organizzazione. Oggi la carica è detenuta da un altro fisico italiano, Paolo Cotta-Ramusino. 

A distanza di tanti anni dalla sua divulgazione, il Manifesto Russell-Einstein conserva tutta la sua attualità; ha contribuito a creare una cultura diffusa – anche tra i politici e militari – per la quale l’arma nucleare è un tabù, uno strumento che può essere brandito, ma mai utilizzato. Il rischio di una guerra nucleare, per decenni scarsamente percepito, è tornato a incombere. Il conflitto tra la Federazione Russa e lo Stato Ucraino, è un terreno fertile che alimenta la minaccia del ritorno all’utilizzo degli arsenali nucleari: la Russia infatti ha minacciato di ricorrervi, se costretta.

Per saperne di più:

Fisica per la pace, curato da Pietro Greco, contiene saggi che analizzano la storia della presa di coscienza da parte degli scienziati delle loro responsabilità