Da Platone ai 5 stelle:
così l’ apologia
dell’incompetenza

In un dialogo abitualmente poco considerato, Platone introduce un argomento che ben si adatta alla realtà politica del nostro paese. Quando nel corso di un’assemblea si tratta di decidere la costruzione di edifici, vengono chiamati quali consiglieri gli architetti. Se, invece, si tratta di navi, vengono convocati gli esperti di costruzioni navali, e così via per altri argomenti che implichino il possesso di conoscenze tecniche specifiche. E se qualcuno, sprovvisto delle necessarie competenze, si mette a dar consigli, viene deriso, sbeffeggiato e infine ridotto al silenzio.

Ma se la discussione riguarda il modo di governare lo Stato, chiunque può alzarsi a dire la sua, indipendentemente dal fatto che sia architetto o calzolaio, commerciante o marinaio, senza che nessuno si azzardi a rimproverarlo o ad impedirgli di parlare. Ciò accade – secondo il filosofo – perché la politica non è un’arte come lo sono l’architettura o l’ingegneria, per la quale sia necessario disporre di competenze riconosciute. Da ciò consegue, inoltre, che la virtù politica non è né insegnabile, né suscettibile di essere trasmessa di padre in figlio, come avviene invece per altre abilità artigiane.

E’ francamente temerario immaginare che Luigi Di Maio e gli altri leader del Movimento 5 stelle intendano consapevolmente riprendere la tesi platonica, anche perché lo stesso filosofo ne offrirà una versione radicalmente diversa in altri suoi scritti. E tuttavia non si può non restare colpiti da quella che appare una sia pur casuale coincidenza di vedute, e non su temi marginali, ma sul modo stesso di concepire e praticare la politica. Elogio dell’incompetenza – così si potrebbe definire l’atteggiamento assunto dai grillini già durante la campagna elettorale, e poi puntigliosamente ribadito nei primi sei mesi dell’attività di governo.

Quando Laura Castelli, viceministro dell’economia nell’attuale esecutivo, commenta i dati forniti da Pier Carlo Padoan, professore ordinario di economia, autore di 180 pubblicazioni scientifiche, vice segretario dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, affermando testualmente, con una smorfia di disprezzo, “questo lo dice lei” , ciò che si realizza è precisamente una situazione nella quale la mancanza di competenze specifiche agisce come arma per zittire il malcapitato interlocutore, colpevole di essere unanimemente riconosciuto come esperto di livello internazionale. Qualcosa di molto simile si potrebbe ripetere anche a proposito di numerosi altri casi simili, per lo più erroneamente commentati come semplici gaffes o lapsus inoffensivi. Se il ministro per le infrastrutture ignora che il tunnel del Brennero non è stato ancora completato, se il Presidente del Consiglio afferma perentoriamente che con l’8 settembre del 1943 comincia la fase di espansione e crescita del nostro paese (anziché la guerra di liberazione nazionale), se la ministra della salute non sa letteralmente che pesci pigliare sulla questione dei vaccini, se il vicepremier Di Maio incespica pateticamente arrampicandosi sui congiuntivi, se il guru pentastellato Di Battista confonde fra le vicende storico-politiche di paesi dell’America latina – tutto ciò non può essere semplicisticamente liquidato come un’innocua testimonianza di umanissimi errori.

Sia pure indirettamente, questi e altri episodi simili pongono esattamente il problema implicito nella citazione platonica. Alludono ad un modo di concepire la politica remoto anni luce dall’accezione che ne aveva proposto Max Weber all’inizio del Novecento: la politica non è – non deve essere – “professione”, ma piuttosto improvvisazione. Non deve richiedere conoscenze, ma preferibilmente incompetenze. Non deve essere coniugata col sapere, ma con l’ignoranza. Ed è tanto più genuina, vicina al popolo, al riparo da disonestà e corruzione, quanto più sia assimilabile ad un esercizio puramente dilettantesco.

Alla resa dei conti, è questo il vero – e strategico – cambiamento introdotto da un governo che pretende di caratterizzarsi appunto per la discontinuità rispetto al passato. Accreditare l’improvvisazione come requisito essenziale di un nuovo modo di concepire l’attività di governo. Interrompere il circuito virtuoso fra competenze e decisioni, liberando queste da ogni corrispondenza con i “saperi” che dovrebbero esserne a fondamento. Far passare come ciarpame obsoleto ciò che distingue la politica nel suo statuto migliore, come agire volto al benessere della comunità, dal puro e semplice esercizio del potere.

Una farsa, che potrebbe trasformarsi in dramma. Soprattutto quando l’irresponsabilità nella scelta delle parole – come è accaduto più volte con Di Maio – può condurre a definire la stesura del contratto di governo con l’espressione “stiamo scrivendo la storia”. O a proclamare che con la concessione di qualche centinaio di euro si è “abolita la povertà”.