Da Labriola a Gramsci, quel marxismo
che ha saputo essere originale

Dopo gli eventi del 1989 e la rapida dissoluzione dell’impero sovietico, fu facile pronosticare la prossima morte del “marxismo teorico” (secondo la definizione che, in un saggio del 1937, ne aveva data Benedetto Croce). Con la fine del comunismo, si ripeté, anche il marxismo come filosofia era destinato a perire, a vantaggio di un orizzonte culturale ormai dominato dalle figure del mercato globale e della liberaldemocrazia.

L’89 e la crisi del “marxismo teorico”

La diagnosi si rivelò per molti versi esatta, nel senso che la lunga tradizione di pensiero che aveva sostenuto le esperienze del movimento operaio mostrò presto la corda, e su aspetti tutt’altro che marginali. Sia lo schema socialdemocratico – scaturito dall’ultimo Engels e dall’ortodossia di Kautsky – sia le dottrine del “materialismo dialettico” – da Lenin a Stalin fino ai loro ultimi seguaci –, si trovarono meritatamente ai margini del dibattito europeo. Anche le teorie marxiste meno sclerotizzate, si pensi a un Lukács o a un Korsch, per quanto capaci di mediarsi con le novità degli scritti giovanili di Marx (l’alienazione) e di generare correnti originali (la Scuola di Francoforte), pagarono il pegno di un’impostazione fondata sull’idea hegeliana di totalità e su nozioni di ordine etico o metafisico.

Tuttavia il “marxismo teorico” non morì (né nel 1900, come aveva sentenziato Croce, né nel 1989), e in certo modo riuscì persino a ravvivare la sua immagine, spesso fondandosi su uno strumento incisivo, e direi persino di “purificazione” intellettuale, come la filologia. È il caso di Marx, la cui opera, dal 1975 e con un secondo inizio nel 1998, viene pubblicata nella seconda MEGA  (Marx-Engels-Gesamtausgabe, edizione delle opere complete di Marx ed Engels) con scoperte inesauribili, che vanno dai manoscritti preparatori del Capitale a duecento quaderni di appunti. È il caso di Gramsci, che dopo l’89 ha conosciuto la sua maggiore e più vasta fortuna globale, anche con l’avvio della Edizione nazionale degli scritti (promossa dalla Treccani e dalla Fondazione Gramsci) e grazie a innovative ricerche filologiche e cronologiche. È interessante osservare come in questo Marx Revival (così lo ha definito Marcello Musto nella sua recente biografia einaudiana) gli studiosi italiani abbiano acquistato una posizione ragguardevole, osservata con attenzione in tutto il mondo.

Antonio Labriola

L’importanza della figura di Antonio Labriola

Il motivo di questa presenza della cultura italiana nelle recenti ricerche sul “marxismo teorico” non deriva solo dalla vicenda storica di un grande partito comunista, che per altro si è conclusa nel 1991, né dagli sviluppi, spesso caotici, successivi al 1968 (a cui si richiama prevalentemente la così detta “Italian Theory”), ma da una traccia profonda della filosofia italiana, che solo ora si comincia a ricostruire in maniera appropriata, oltre le improbabili “genealogie” che hanno attraversato le “politiche culturali” del passato.

Al centro di tale processo può essere collocata la figura di Antonio Labriola. Non solo perché, come aveva indicato Croce, è con lui che nasce il “marxismo teorico” in Italia e perché egli fu il primo a portare nella nostra cultura una conoscenza completa dell’opera di Marx, traducendo il Manifesto e svolgendone in maniera originale, nei tre saggi editi sul materialismo storico, i princìpi filosofici. Ma anche per la ragione più specifica che Labriola fu, per così dire, un “grande mediatore” nella storia intellettuale italiana e perciò l’epicentro dei suoi movimenti più profondi e radicali. I documenti di cui oggi disponiamo attestano l’influenza che le sue idee esercitarono sulla formazione delle filosofie di Croce e Gentile (per non parlare di un altro autore presto dimenticato come Rodolfo Mondolfo), anche oltre il periodo che i due maestri dell’idealismo dedicarono al pensiero di Marx.

Il marxismo arricchito con aspetti originali

Arrivato tardi alla scoperta delle idee marxiste, Labriola vi portò l’intero bagaglio dei suoi studi precedenti, segnati dall’influsso dello hegelismo meridionale e dello herbartismo, riuscendo così ad arricchire la lezione marxiana di aspetti originali. Soprattutto pesò il magistero di Bertrando Spaventa (che si è ricominciato a studiare, per fortuna, in occasione del bicentenario della nascita), di cui “tradusse” nel lessico marxista i due concetti fondamentali: la circolazione del pensiero europeo, che nel suo quarto saggio (Da un secolo all’altro) diventò una teoria dell’interdipendenza globale, e la riforma della dialettica hegeliana, che egli ripensò come una “filosofia della praxis”, secondo la felice formula adoperata nel terzo saggio (Discorrendo di socialismo e di filosofia). Attraverso Spaventa, poi, Labriola “mediò” il marxismo con i grandi classici della tradizione nazionale, a cominciare da Bruno e Vico.

Per lungo tempo, anche per reazione a quelle “genealogie” di cui si diceva, il rapporto fra Gramsci a Labriola è stato negato o indebolito. Molti ricordano le parole con cui, in un saggio pubblicato nella Storia d’Italia Einaudi nel 1973, Cesare Luporini liquidò tale rapporto, parlando di «profonda frattura», «discontinuità» e «interruzione». Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Rimane il fatto che nei Quaderni del carcere, al di là delle critiche che non mancò di rivolgergli (per il colonialismo e per un certo residuo di determinismo), Gramsci considerò Labriola una eccezione pressoché unica nella vicenda del marxismo, se si eccettua Lenin per il solo aspetto pratico e politico, al punto da concludere il Quaderno 11, quello in cui più forte si era dipanata la polemica contro Bucharin, con l’auspicio di «rimettere in circolazione» e di «far predominare la sua [di Labriola] impostazione del problema filosofico».

Antonio Gramsci

L’influsso di Labriola nel pensiero di Gramsci

La lezione di Labriola penetrò in profondità nel marxismo rinnovato e non poco eretico dei Quaderni, e non fu un caso, né un espediente per sviare la censura carceraria (come riteneva Felice Platone), se nel 1932 Gramsci adoperò quella formula, filosofia della praxis, che proprio Labriola aveva per primo utilizzato, sostituendola in maniera sistematica alle antiche ricorrenze del «materialismo storico».

L’uno verso l’ortodossia della Seconda Internazionale, l’altro contro il dogma stalinista, Labriola e Gramsci delinearono, in due epoche diverse, la traiettoria di un marxismo molto peculiare. Un marxismo che aveva saputo aprirsi ad altre correnti della cultura europea, dallo herbartismo all’idealismo. Queste osservazioni aiutano a comprendere l’importanza della Edizione Nazionale delle opere di Labriola, istituita nel 2007 (con la presidenza di Fulvio Tessitore) e pubblicata da Bibliopolis, di cui è uscito nel 2018 il volume dedicato alla Prelezione del 1887 su I problemi della filosofia della storia e alle recensioni degli anni 1870-1896. Un volume, curato da Giuseppe Cacciatore e Maurizio Martirano, di particolare interesse e difficoltà, specie per la scelta e l’attribuzione delle recensioni pubblicate sulla «Nuova Antologia» e su «La Cultura» di Ruggiero Bonghi, spesso non firmate o ambiguamente siglate, di cui i curatori danno conto in una distesa Nota al testo.

Al di là dei problemi filologici sorprende, nei testi di questi anni, la delineazione e l’anticipazione di molti temi che entreranno nel successivo marxismo di Labriola, a cominciare dalla radicale confutazione di ogni finalismo, dalla critica dei fattori storici e del monismo, con l’attenzione caratteristica rivolta alla genesi e all’epigenesi delle neoformazioni sociali. Per certi versi, ancora prima della lettura di Marx, siamo già nel cuore teorico dei tre saggi sul materialismo storico.
Quando non si risolvono in una operazione “monumentale”, ma raccolgono un lavoro rigoroso e di lungo periodo, le edizioni nazionali dei filosofi arrivano anche a trasformare l’immagine tradizionale di un autore. Così è accaduto, per fare alcuni esempi prossimi, per Croce e Gramsci. Il caso di Labriola è particolarmente delicato, per un certo oblìo che ha colpito questa figura, per la dispersione delle fonti edite e per la presenza di un considerevole patrimonio archivistico (basti ricordare il Fondo Dal Pane alla Società napoletana di storia patria).

L’Edizione Nazionale, prevista in tredici volumi, ci ha dato già risultati cospicui: i cinque volumi del Carteggio, curati dal compianto Stefano Miccolis, gli scritti 1863-1868 e la nuova edizione del quarto saggio (Da un secolo all’altro), curata da Miccolis e Alessandro Savorelli, che ha sostanzialmente rinnovato tutta la fisionomia degli ultimi anni, aggiungendo (rispetto alle precedenti edizioni di Croce e Dal Pane) testi e documenti di fondamentale rilievo. È lecito attendersi, dunque, un “altro Labriola” rispetto a quello della tradizione e, auspicabilmente, una nuova stagione di studi.