Da Erdoğan offesa
a una donna e schiaffo
ai valori dell’Europa

Qualcuno dice che bisognerà vedere che cosa succederà nelle prossime ore. Se Recep Tayyip Erdoğan licenzierà il capo del cerimoniale della presidenza della Repubblica sarà il segno della volontà di contenere la crisi che lo sgarbo di Ankara ha aperto tra la Turchia e l’Unione europea. Se non lo farà, sarà la sanzione di una rottura che va ben oltre il recinto dei rapporti diplomatici: un atto politico deliberato, un segnale inviato al mondo, non il primo né il più duro ma sicuramente il più esplicito, del ruolo che l’autocrate turco ha assegnato a se stesso. Farò la Turchia grande di nuovo: lo ha detto e lo dice spesso nei suoi bagni di folla organizzati nei minimi dettagli, e aveva cominciato a dirlo prima che a Washington si insediasse Donald Trump. Delle loro regole, le fisime di Bruxelles sui diritti umani, le loro ingerenze su come amministriamo la giustizia contro i nemici del popolo, i dubbi sulle nostre imprese militari, le loro simpatie per i curdi, tutti terroristi, e le loro fissazioni su quelli che chiamano genocidi del passato, i greci dell’Asia Minore, gli armeni che se ne andarono perché volevano andarsene, di tutto questo non c’importa nulla, questo l’armamentario per la sua tiritera patriottica ai comizi.

L’Europa è nemica. Sono preistoria i tempi in cui si negoziava sui dettagli dell’adesione e Joschka Fischer si batteva in Germania contro scettici e islamofobi e diceva che senza Turchia l’Europa era una costruzione incompleta. Quando l’ex sindaco di Istanbul Erdoğan è diventato primo ministro, nel 2004, i rapporti si stavano già raffreddando e sono diventati poi sempre più difficili quando con le sue riforme nel segno d’una autarchia crescente l’uomo è diventato presidente. Entrare in Europa? Ma quando mai. Una retrouvaille politica c’è stata solo quando s’è fatta durissima la fuga dei disperati lungo la rotta balcanica e nel 2016 la Commissione di Bruxelles e il governo tedesco, con gli altri che lasciavano fare, pensarono bene di comprarsi la pace al prezzo di miliardi (tre e poi altri tre) perché i turchi se li tenessero loro, i profughi. Una bruttissima pagina, che Angela Merkel preferirebbe probabilmente cancellare dalla propria biografia ora che se ne andrà in pensione.

L’Europa è nemica perché per i sogni neo-osmanici della Turchia è un ostacolo, ben più della Russia, con la quale i rapporti fanno tira-e-molla, e degli Stati Uniti, i cui soldati sono fianco a fianco nelle esercitazioni della NATO pure se la settimana successiva vanno a massacrare i curdi che combatterono con la copertura degli aerei americani e perché con Trump s’è negoziato bene il modo di cooperare senza disturbarsi nel gioco dei rapporti con i paesi arabi, in Siria, in Libia. Con Biden, ora, si vedrà.

Lo sgarbo è anche un’altra cosa

Ma lo sgarbo di Ankara è stato anche un’altra cosa. In passato i presidenti della Commissione e del Consiglio dell’Unione erano nel palazzo di Erdoğan, come dappertutto, ospiti dello stesso rango. Ci sono le immagini trasmesse in queste ore dalle tv di mezzo mondo a testimoniarlo. Tre presidenti, tre sedie. Ma stavolta tra i tre c’era una presidente e questo per i padroni di casa rappresentava un problema, evidentemente. Come interpretare l’affronto che le è stato fatto indicandole il divano come se fosse un’accompagnatrice? Una gaffe mostruosa del cerimoniale? Un riflesso inconsapevole di un macho maleducato e maldestro? Della stima che ha Erdoğan per le donne si sono avute già molte e significative manifestazioni, fin da quando si gloriò in pubblico del velo che la moglie aveva ritirato fuori dal cassetto. Ma negli ultimi tempi questo maschilismo venato di conservativismo religioso e di compiacenza verso gli stati più arretrati della società turca, quelli lontani dalle grandi città, si è fatto sempre più politico.

L’ultimo atto clamoroso è stato il ritiro dalla convenzione di Istanbul per la difesa delle donne contro le violenze di genere, ma sono mesi e anni che il regime oppone resistenze e ostacoli giuridici alla parità dei diritti, predica la sottomissione delle donne nella famiglia, tollera i matrimoni infantili, fa rivalere nei tribunali le infamie del delitto d’onore e le attenuanti agli stupratori e agli uxoricidi. Una donna che ha accoltellato il marito che la stava strangolando è dovuta fuggire in Europa perché per il tribunale chiamato a giudicarla neppure la legittima difesa è un diritto d’una moglie. Una stagione di ritorno all’oscurantismo che sta animando le proteste di migliaia di donne, che a Istanbul, ad Ankara, a Smirne, in tutte le grandi città stanno scendendo in queste ore in piazza. Con molto coraggio.

 

Insomma, ci sono buone ragioni per ritenere che l’affronto a Ursula von der Leyen sia stato un atto deliberato. Un segnale inviato agli europei e all’opinione pubblica interna, alla pancia reazionaria e retrograda del paese. Ma della vergogna di Ankara Erdoğan non è il solo colpevole. Il presidente del Consiglio Charles Michel lo è anch’egli, non fosse che per omissione. Avrebbe potuto, avrebbe dovuto, alzarsi o meglio non sedersi quando a Ursula von der Leyen è stato indicato il divano. Non lo ha fatto perché non è stato pronto di spirito? Perché ha temuto di ingigantire l’incidente diplomatico (come se non fosse enorme già di per sé)? L’opinione pubblica europea si aspetta che Michel spieghi il suo comportamento, pavido o complice e che ne tragga le conseguenze. Qualcuno ricordava ieri sera che fra la presidente della Commissione e il presidente del Consiglio i rapporti non siano proprio idilliaci e che siano frequenti gli scontri sui limiti e l’estensione delle reciproche competenze. Erdoğan avrebbe potuto pensare di entrare in questo gioco di rivalità. È forse un modo di attribuire al presidente turco troppa raffinatezza di spirito, ma certo rimanda al problema del sempre più intollerabile dualismo delle istituzioni europee, tra il Consiglio che rappresenta i governi dei paesi e le loro sovranità gelosamente conservate e la Commissione che non riesce a farsi governo degli europei.