Da boss a presidente
le origini del trumpismo

Divisivo, sconsiderato, incompetente, maschilista, ignorante, pericoloso, xenofobo, razzista, isolazionista, protezionista, populista: l’elenco degli epiteti poco lusinghieri sul conto di Donald Trump è ormai lungo come una quaresima. Resta il fatto che il tycoon newyorkese, con un linguaggio quasi adolescenziale e con una retorica primitiva, ha saputo calamitare gli umori yankee avversi alla “power élite”. “Ciò che davvero importa -ha detto il 20 gennaio nel suo discorso d’insediamento – non è quale partito controlli il governo, ma se il governo è controllato dal popolo”.

L’immagine del popolo che mette in riga l’establishment tramite il leader scelto dal popolo non è però nuova. Al contrario, l’hanno usata in molti, da Franklin D. Roosevelt a Ronald Reagan. Così come l’idea che la fedeltà al partito può entrare in contrasto con la fedeltà al paese, incentivando la corruzione, la rapacità clientelare, le menzogne della stampa, la passione smodata per il potere, risale addirittura agli albori della rivoluzione americana. Lo storico Arnaldo Testi vi ha dedicato pagine magistrali, che oggi meritano di essere rilette anche per evitare abbagli clamorosi nell’analisi del trumpismo (Trionfo e declino dei partiti politici negli Stati Uniti, 1860-1930).

Solo durante l’età jacksoniana – il periodo che va dagli anni Trenta alla guerra civile del 1861-1865, e che prende il nome dal presidente Andrew Jackson – nei comizi dei politici, negli editoriali dei giornali e negli slogan elettorali iniziano ad essere esaltate le virtù di una vigorosa competizione tra partiti, programmi e principi contrapposti. Anche la fedeltà al partito viene proclamata come un valore positivo e eticamente edificante. Questi principi erano invece fortemente osteggiati dagli intellettuali liberali della élite colta e patrizia, settentrionale e metropolitana. Storicamente repubblicani, dopo la guerra civile – nelle cui ragioni si erano identificati- si considerarono sempre più degli “indipendenti”.

Di fronte agli scandali che avevano segnato le due amministrazioni di Ulysses Grant (1869-1877), cominciarono a chiedersi quale nazione fosse uscita da quella guerra sanguinosa. I Liberal Reformers, come furono chiamati, avviarono così una critica radicale della democrazia di massa, in cui proliferavano politici di professione semianalfabeti e volgari, e burocrazie di partito dedite al saccheggio delle risorse pubbliche, che stritolavano i cittadini onesti con la loro avidità di cariche pubbliche e di prebende di vario tipo.

All’indomani della guerra civile, in A True Republic (1879) Albert Stickney propose addirittura l’eliminazione del sistema dei partiti, e la sua sostituzione con assemblee locali e rappresentanti del popolo senza scadenza di mandato, revocabili solo in caso di cattiva condotta. Queste suggestioni utopiche furono accolte con freddezza dai riformatori liberali che, sotto la guida di Henry Adams, Robert R. Bowker e Theodore D. Woolsey, si erano impegnati in campagne memorabili contro quel “partito-macchina” che intrappolava la libertà di scelta dell’elettore.

Nacque allora il movimento degli Young Scratchers, così chiamato perché chiedeva agli elettori di cancellare (“scratch”) dalla scheda i nomi dei candidati non graditi. Conservatori per mentalità ed estrazione sociale a dispetto del loro nome, gruppo di pressione sui vertici del partito repubblicano che però rifiutava la disciplina di partito, per diffondere i propri programmi i Liberal Reformers avevano creato una fitta rete di circoli, associazioni, leghe, agenzie. Una febbre organizzativa animata dal tentativo di limitare il suffragio universale nei grandi centri urbani, “regno delle classi pericolose”.

All’inizio del Novecento, furono i progressisti a sferrare un duro attaco contro i “politicians”. Per uomini come i senatori Robert La Follette del Wisconsin e George Norris del Nebraska, che erano stati tra gli architetti delle scissioni del partito repubblicano nel 1912 e nel 1924, la conquista dell’autonomia dagli apparati di partito era una bandiera e perfino una ragione di vita. Nelle sue memorie (pubblicate nel 1913), La Follette – uno dei primi fautori delle elezioni primarie dirette – racconta così il suo primo incontro, quando era ancora un giovanotto ingenuo, con uno stagionato boss repubblicano: “Era un buon rappresentante della politica vecchia maniera: la politica della forza e delle manovre segrete. Era dittatore assoluto nel suo territorio; poteva fare i candidati e distruggere gli eletti. Mi combattè per vent’anni”.

Di avviso opposto era invece un altro repubblicano progressista, Theodore Roosevelt. Di famiglia aristocratica, educato nella New York multietnica e ad alta concentrazione di immigrati, aveva maturato una diversa sensibilità, se non un vero e proprio disincanto, verso le forme più discutibili della politica popolare. Giunse quindi alla conclusione, come ricorda nella sua autobiografia, che “c’è spesso molto di buono nel tipo del boss, specialmente nelle grandi città, che assume nei confronti della gente del suo distretto, in maniera abile e rozza, la posizione di amico e protettore. [….] Ad alcuni dei suoi elettori rende favori legittimi, e ad altri favori illegittimi; ma con tutti conserva relazioni umane”.

Fu in questo clima che il boss si trasformò gradualmente da mascalzone in benefattore sociale. Secondo il reporter Lincoln Steffens, divenuto celebre per le sue inchieste sulla corruzione nel mondo politico e finanziario, il boss era un dirigente naturale del popolo venuto dal popolo. Il suo peccato consisteva nell’aver tradito, nell’essersi venduto per denaro agli uomini d’affari, nell’aver acconsentito alla degenerazione della democrazia americana in una plutocrazia. La sua colpa, inoltre, era quella di alimentare una “idiota devozione a una macchina che è usata per portarci via la sovranità”, che trasferisce “a un partito la lealtà dovuta agli Stati Uniti”. E tuttavia non faceva mistero di detestare profondamente quei riformatori “upper class”, petulanti ed elitari, paternalisti e sostanzialmente indifferenti ai bisogni degli umili, avvolti nell’ipocrita mantello della loro rettitudine morale e alterigia intellettuale, (The Shame of the Cities, 1904). C’era una volta in America….