Da amico di Israele
dico: l’unica strada
è una pace vera

Sono un amico –definitivo- di Israele, eppure… Ricordo esattamente l’inizio di questa amicizia. Era il 1960 e sono andato a cinema con mio padre, fatto piuttosto raro, perché era mia madre che amava il cinema e mi ha trasmesso questa passione. Il film era “Exodus”, di Otto Preminger, con uno splendido Paul Newman. La storia era diversa da quella raccontata dal film, ma poi ho studiato, letto libri, visti altri film e serie televisive (l’ultima e “Fauda”). Così sono rimasto –intimamente- amico d’Israele, eppure… Lo Stato d’Israele ha una genesi lunghissima e terribile. La sua proclamazione, fatta da David Ben-Gurion il 14 maggio 1948, fu anche conseguenza di una “ingiustizia cosmica”, dalla Diaspora alle eterne persecuzioni, alla Shoah, ma si fondò su una “ingiustizia storica”, la “nakba”, catastrofe in arabo, che vide l’espropriazione di case e terreni per 700.000 palestinesi.

Israele ha dovuto combattere tante guerre, ha sopportato stragi e attentati, da parte di chi voleva/vorrebbe “cancellarlo dalla faccia della terra”, ma pochi ricordano che Israele è nato anche grazie al “sionismo socialista”, fortemente egualitario, come nei kibbutz, con il partito laburista che ha governato per decenni. La svolta è arrivata con l’assassinio del leader laburista Yitzhah Rabin, il 4 novembre 1995, da parte di un giovane ebreo estremista di destra. Rabin, generale e premio Nobel per la pace nel 1994, inseguiva l’ “utopia” di due stati per due popoli, per garantire maggiore sicurezza ad Israele. Anche questa volta, tutto è partito dallo sfratto di decine di palestinesi di Gerusalemme Est, per far spazio a nuovi coloni. In più c’è stata una manifestazione di nazionalisti di destra ebrei e poi la guerriglia e l’occupazione della Spianata delle Moschee. E così Hamas, l’organizzazione terroristica islamista, che controlla la striscia di Gaza, ha iniziato a lanciare migliaia di razzi verso le città israeliane, fino a Tel Aviv, facendo morti e feriti, per “difendere” i palestinesi e suscitare la reazione israeliana, che non si è fatta attendere. Il vacillante premier Benjamin Netanyahu ha iniziato a bombardare Gaza, facendo centinaia di morti, tra i quali molti bambini, allontanando il momento della sua defenestrazione, ma innescando in casa sua una sorta di guerra civile tra ebrei ed arabi, entrambi cittadini israeliani, mentre il neo sultano turco alza la voce per ottenere l’egemonia sul mondo mussulmano.

Ormai, la sopravvivenza di Israele non sembra più in pericolo, ma davvero si proteggono i cittadini israeliani dando spazio a estremisti di destra che sembrano gli epigoni dell’Irgum? Interessi politici, piccoli e grandi, per la conservazione della poltrona di premier in uno stato democratico o il mantenimento del potere in un’area disperata come Gaza, rischiano di innescare una guerra incontrollata, che ha già fatto centinaia di morti, senza risolvere nulla o quasi. La promessa iniziale, due stati per due popoli, è rimasta lettera morta, ma adesso, per qualche condominio e un po’ di potere, ci sono stati altri morti e bombardamenti e una convivenza lacerata. L’utopia è quella foto di due bambini, uno con la kippak e l’altro con kefiah, che si abbracciano. Forse è un falso, come sono “false” -e al tempo stesso vere- le foto dei marines a Iwo Jima o della bandiera rossa sul Reichstag a Berlino nel 1945, che rappresentano una realtà da inseguire.

La “soluzione” non è una tregua, ma una pace vera, il reciproco riconoscimento tra due popoli, per dare sicurezza ad Israele e dignità, speranza e un po’ di benessere economico ai palestinesi, che altrimenti resteranno legati mani e piedi al terrorismo islamico.

Per questo fa un certo effetto vedere la destra italiana, ancora infarcita di antisemitismo, saluti romani e svastiche, che sventola la bandiera israeliana, mentre certa sinistra, il 25 aprile vorrebbe impedire la sfilata della Brigata ebraica, che contribuì a liberare l’Italia dal nazifascimo. Per questo, sono ancora un amico –definitivo- di Israele, eppure…