Cuperlo: “Al congresso scegliamo chi siamo, contro la destra sociale non basta una sinistra delle libertà”

Quella del 25 settembre, per il Partito Democratico e la sinistra, è stata una disfatta che viene da lontano e che ha portato per la prima volta la destra postfascista e sovranista, da sola, alla guida del Paese. In tutto questo, il Pd si trova a dover affrontare un congresso che può risultare cruciale per il suo futuro. E poi l’Europa e la guerra in Ucraina. Ne parliamo con Gianni Cuperlo, tornato alla Camera dei Deputati grazie alla sua elezione nel collegio plurinominale Lombardia 1 – 01.

cuperloNel Pd (ma soprattutto fuori) c’è chi evoca lo scioglimento o, almeno, una nuova denominazione, a quindici anni dalla sua nascita. È vero che il tempo della politica corre sempre più veloce, ma fa impressione questa smania di azzerare e di cambiare tutto, tanto più se guardiamo ai settanta anni di vita del Pci e dei Popolari/Dc o al secolo e passa del Psi… Siamo davvero a questo punto?
Se muovi da quei rimandi storici purtroppo è così. E in questo senso colpisce la disinvoltura con cui si evoca lo scioglimento o superamento della prima forza della sinistra nel Paese. Per altro all’indomani di una sconfitta che nessuno nega, ma anche del primato di una destra estrema che mai nella vicenda repubblicana aveva goduto del consenso utile a governare in prima persona. Invece è accaduto, questo strappo si è consumato, e dinanzi a una rottura simile il primo dovere è attrezzare una opposizione credibile nel Parlamento e fuori da lì, ma assieme a questo dobbiamo finalmente affrontare la ragioni di un risultato che non trova una sola spiegazione negli ultimi mesi compresi limiti o errori della campagna elettorale, ma affonda nell’ultimo decennio e qualcosa in più.

Un’altra espressione che si sente usare sempre più spesso è la “traversata nel deserto”. Quale deve essere secondo te l’approdo o almeno la prima oasi?
Lascerei stare le formule di rito quando si perde: i deserti da traversare, l’appello a cambiare per non morire, l’invito a rifondare tutto e al top delle preferenze “via la classe dirigente e avanti i nuovi”. Perché poi, se a questi slanci riformatori e rottamatori non fa da contraltare una chiara, esplicita, cultura politica con le scelte che comporta e ci si limita a resettare la cabina di regia il rischio di incamminarsi sullo stesso sentiero senza capire perché in quindici anni hai cambiato nove segretari, subito un paio di scissioni e perso per strada sette milioni di voti te lo ritrovi in casa. Prendi questo evergreen sugli operai che non ci votano. A ogni scrutinio parte l’intemerata. Peccato che da trent’anni i partiti della sinistra in Europa, da ultimo anche nella roccaforte scandinava, non riescono a trattenere quel consenso. In Germania il partito più votato dai salariati e dai lavoratori dei servizi a bassa qualifica è Afd (Alternative für Deutschland), per capirci gli eredi del nazismo, con la Spd al terzo posto dietro la Cdu. In Francia si replica col Front National che raccoglie il 28 per cento del voto operaio. La domanda non è cosa hanno votato questa volta, ma perché negli ultimi decenni la sinistra non si è posta il tema di andare a recuperare quel consenso scegliendo di compensarne la mancanza con la conquista della classe media. Operazione che ha visto dagli anni ’90 la Terza via blairiana o il Nuovo Centro tedesco teorizzare solamente il lato luminoso della globalizzazione salvo ritrovarsi col più classico “esercito di riserva” relegato nella precarietà. Sino a scoprire che lo stesso ceto medio era azzoppato dalla triade micidiale crisi-pandemia-guerra. Letto così quel 19 per cento del Pd in buona misura è il consuntivo di una strategia poggiata su premesse errate sul versante dell’analisi di processi destinati a incidere sull’economia reale, dei livelli di sfruttamento e produttività, della stessa struttura di un welfare inabile a redistribuire risorse oltre il perimetro della fascia sociale già garantita. Lì, precisamente in quel divorzio tra bisogni e rappresentanza, si incunea una destra che individua il nemico da colpire: una volta sceglie i migranti, la puntata dopo la burocrazia di Bruxelles o i vaccini. Adesso sono alla prova del governo, ma se dovessero fallire non esiteranno a incolpare la democrazia e le sue procedure. Pensaci, ma vorrà significare qualcosa che negli ultimi sedici anni la percentuale della popolazione mondiale che vive in paesi di democrazia compiuta è scesa dal 46 al 20 per cento. Voglio dire che esiste un tema enorme che non so definire in altro modo se non come il legame entrato in una crisi profonda tra capitalismo e democrazia. Ecco, penso e spero che il congresso del Pd non eluda ancora una volta questo capitolo perché sarebbe una colpa imperdonabile.

Continuando a usare le semplificazioni giornalistiche, sei d’accordo con chi sostiene che chi sta a sinistra, anche nel PD, guarda ai 5 Stelle, mentre i cosiddetti riformisti guardano a Calenda e Renzi? A parte il fatto che è difficile catalogare un movimento populista – e in alcune fasi anche xenofobo – a sinistra, non trovi sconcertante essere passati dalla ambizione della vocazione maggioritaria all’inseguimento di Conte o del Terzo-quarto-quinto polo?
Sì, credo sia il modo migliore per andare contromano. Pensare che dopo la doppia batosta del 2018 e delle scorse elezioni tutto sta a scegliere tra Conte e Calenda, prima che andare a farfalle, è la rinuncia a esercitare la funzione di un gruppo dirigente, che invece sarebbe indicare una rotta come espressione della propria identità. Insomma: chi sei e quale parte di società ti candidi a rappresentare, promuovere nelle tutele, emancipare nei diritti. Qualcuno lo ha scritto meglio: non siamo divenuti il partito dei ceti medi, ma un partito di ceti medi. Proprio nella selezione della classe dirigente. Trovami un operaio eletto… Da questo punto di vista c’è stata una regressione di oltre un secolo di storia.

Cosa ti aspetti dal congresso? Come evitare che si tramuti nel solito scontro di comitati elettorali di questo o quel leader?
Io vorrei un congresso centrato su questi snodi per scegliere finalmente chi siamo. Non un concorso ai gazebo con filiere di correnti a spolparsi l’osso di una tradizione dissipata. Se ci contentiamo di quello temo che la discesa proseguirà e non sarà neppure lenta. Da questo punto di vista, forse, la parabola dei socialisti francesi qualcosa dovrebbe insegnare. Se non altro la consapevolezza di una possibile caduta del consenso che, a torto, riteniamo dote ereditata e indisponibile. Perché così non è più, e da tempo.

Te lo chiedo anche se non risponderai: chi vedi alla guida di un PD rifondato?
Invece un profilo mi sento di dartelo: vorrei un segretario o una segretaria che dopo sedici anni si offrisse di guidare il partito a tempo pieno senz’altro traguardo che quello. Vorrei che il tempo della scalata al vertice finalizzata al traguardo di Palazzo Chigi fosse per sempre archiviato e che chiunque avrà la responsabilità di rifondare questo nostro progetto vi si dedicasse con l’impegno che merita.

Che destra è quella che governerà il Paese? Quali sono i rischi maggiori?
Penso che la domanda giusta non sia “chi ha vinto”, ma cosa è davvero uscito dalle urne e la risposta è che non ha vinto una destra liberale. Ha vinto la destra sociale, cioè la tradizione che più a lungo è rimasta confinata nei sottoscala della Repubblica, in una posizione minoritaria anche dentro il blocco conservatore. Il punto è che una destra sociale non si sconfigge contrapponendole solamente una sinistra delle libertà, delle opportunità, dei meriti. Non basta, perché quella destra si rivolge direttamente al nostro mondo e in assenza di una alternativa ne recluta una parte. Lo fa con l’arma potente dell’ideologia. Promette sostegno a ceti impoveriti e in uno scambio tra paura e protezione legittima il pensiero reazionario sul terreno della democrazia e dei diritti. La cultura liberale possiede argomenti forti a presidio della democrazia, ma non tanto forti da soddisfare una richiesta di sicurezza per chi è colpito nei bisogni materiali: il cibo, la casa, un reddito. Le basi stesse della dignità. Io penso che noi abbiamo perso qui. Ma non due settimane fa, abbiamo perso qui negli ultimi dieci anni. Ora, non so dire se questa destra, una volta al governo, vorrà fingersi moderata. Credo però che dal giudizio su chi sono deve fondarsi la nostra opposizione. Rigorosa nel Parlamento e forte nel Paese. Possiamo riuscirci se ci carichiamo il peso di quella emergenza sociale che non tollera soluzioni timide o minimali. Sei milioni di poveri sono una vergogna morale prima che un freno alla crescita. Salari inchiodati, morti sul lavoro derubricati a sistema, sono una priorità. Come lo è rivendicare un’Europa integrata nella scienza, nel garantire la salute, nelle politiche fiscali. Penso che tutte le nostre decisioni dipendano da questa premessa: se siamo convinti di interpretare una sinistra piantata nei conflitti aperti, senza la quale anche la più coraggiosa cultura delle libertà non è in grado di arginare una destra di governo che il 25 aprile non si alzerà in piedi. E però fammi aggiungere che fare chiarezza su questo vuol dire leggere la parabola degli anni alle spalle. Pronunciare finalmente un giudizio sulla politica che è stata seguita e sulla cultura che l’ha sorretta. Perché il tema non è prendere oggi le distanze dal Jobs Act (che io con pochi altri non ho votato). Il giudizio da dare riguarda l’intera strategia che puntava a modernizzare il Paese tramite il potere concentrato nel governo mentre i corpi intermedi ridotti a megafono di interessi particolari o corporativi. L’hanno chiamata “disintermediazione”. Era solo l’anticamera dove si è accomodata la destra perché quell’impianto ha favorito un distacco da pezzi interi del Paese che non abbiamo più visto, ascoltato, tutelato. Detto ciò non penso che la risposta a tutto questo sia una restaurazione. Magari sciogliendo il Pd per tornare alle case di prima, ammesso esistano ancora. Ma neppure avrebbe senso il riflesso di una vecchia sinistra, con la sfera sociale a dominare sui diritti della persona. La scelta non è tra Mélenchon e Macron. Questo lasciamolo credere a Conte, Calenda, Renzi. Il tema è ricostruire la politica nella società perché solo questo mette in sicurezza la democrazia. La destra non ha interesse a farlo. Noi sì. Ma per riuscirci dobbiamo unire rappresentanza politica e rappresentanza sociale perché solo quel legame ha scortato tutte le grandi stagioni di sviluppo della democrazia e di allargamento della cittadinanza, anche nel nostro Paese. Io penso che qui, precisamente qui, si definirà la nostra opposizione. Nel saldare ciò che per primi noi abbiamo disfatto. Nel caso nostro come autotutela di un ceto politico. Tutto questo le urne ce l’hanno detto in maniera limpida. E allora se vogliamo annullare le opa ostili sul nostro simbolo la sola via è scommettere su di noi, che vuol dire sciogliere nodi irrisolti e fare del secondo partito del Paese non una ridotta in disarmo, ma lo strumento di una alternativa radicale, radicata, popolare.

Una premier donna della destra postfascista non è anche uno schiaffo all’inconcludenza della sinistra nelle pari opportunità in politica? La stessa composizione delle liste al voto del 25 settembre la dice lunga…
L’autonomia delle donne ha una storia che va rispettata e con onestà bisogna dire che in questi anni ai vertici donne ci sono state, nelle istituzioni, nel partito, nella amministrazioni locali. Il tema riguarda la vera sconfitta, perché la fatica non è esserci, potrei elencare le due capogruppo, una presidente e donne combattenti e di valore nel Parlamento e sui territori, ma riconoscerne la leadership, cosa che non è avvenuta e che indica quanto sia inaridito questo modello di partito contrassegnato da capi corrente talvolta senza corrente – nel senso che, spesso e volentieri, si tratta di mere filiere di potere più o meno notabilare e nulla più. E allora insisto: non basta dire “rifondiamo tutto”, bisogna risultare credibili nel farlo dentro un confronto pubblico, aperto e acceso, come ha scritto Fabrizio Barca. C’è un problema di selezione della classe dirigente che riguarda donne e uomini e c’è un fallimento della classe dirigente maschile. Tutti siamo responsabili, ma non siamo tutti uguali, c’è chi ha avuto responsabilità apicali e la classe dirigente nelle posizioni apicali lasci campo ad altri, uomini e donne.

La guerra. Come in tutte le guerre (ma forse qui in misura anche maggiore) emergono gli orrori. C’è un dittatore sanguinario che ha messo sotto attacco le stesse fondamenta dell’umanità. Che minaccia l’uso dell’atomica! Eppure bisogna cercare la pace. Ma come? E, tanto per buttarla in politica e nelle divisioni della sinistra, ritieni credibili questi appelli a manifestare per la pace, senza indicare nettamente una scelta di campo? Non sarebbe stato più credibile manifestare il 25 febbraio all’indomani dell’invasione russa?
A dire il vero noi lo abbiamo fatto e siamo andati per primi sotto l’ambasciata russa di Roma. È stato poche ore dopo l’invasione dell’Ucraina. Da allora non è cambiata la responsabilità della tragedia. Putin è il dittatore che ha ordinato questa mattanza, gli ucraini difendono il proprio paese e senza il sostegno dell’Europa con ogni probabilità sarebbero stati travolti in poco tempo. Detto ciò siamo all’ottavo mese di un conflitto che potrebbe durare a lungo e dinanzi a una escalation militare che colpisce civili evocando il rischio atomico. Cos’altro deve accadere perché l’Europa allarghi ogni spiraglio di una tregua così da arrestare i massacri ed evitare una catastrofe umanitaria senza eguali dopo Hiroshima? Quanto agli appelli a manifestare siamo stati ancora in quest’ultima settimana al presidio dinanzi a quella stessa ambasciata e andremo in ogni piazza che sarà convocata sulla base di una piattaforma chiara perché viviamo la stagione più angosciante degli ultimi decenni, un popolo sta pagando un prezzo destinato a lasciare traccia sulle prossime generazioni e nessuno può restare inerme. La pace è il valore costitutivo dell’Europa rinata nella seconda metà del ‘900.

Non credi che tra gli errori commessi in campagna elettorale ci sia stato anche un atteggiamento troppo passivo rispetto agli attacchi mossi da destra e dagli alleati mancati, che dipingevano il PD come un partito dell’establishment votato sempre e solo a governare? Eppure di cose positive ne sono state fatte nel governo Draghi e anche prima. Non per le élite, ma per i ceti più deboli, nel campo del lavoro e del welfare. Perché questo pudore a rivendicarle? Perché questa mancanza di orgoglio, quando nei talk i conduttori accompagnano con sorrisetti complici gli attacchi degli avversari? Non dà anche questo il segno di uno scarso senso di comunità?
Quelle cose positive, come le chiami tu, le abbiamo rivendicate ed è giusto continuare a farlo, ma chiediamoci perché non è bastato. L’ultima vittoria elettorale del centrosinistra risale al 2006. Sono passati sedici anni eppure per oltre dieci di questi sedici anni siamo stati al governo. Sempre con motivazioni legittime, una volta per evitare la bancarotta finanziaria del Paese, un’altra per non dare pieni poteri a Salvini, una terza per completare il piano vaccinale e spendere al meglio le risorse in arrivo dall’Europa. Alla fine però la percezione da parte di un pezzo del nostro mondo è stata che l’obiettivo del governo da mezzo fosse divenuto il fine ultimo della nostra iniziativa. E questo prezzo lo abbiamo pagato nelle urne. Il congresso deve servire anche a ricostruire dall’opposizione l’identità di una forza che con umiltà è capace di rimettersi in sintonia con la parte di paese che ci candidiamo a rappresentare.