Cultura, Appendino
smantella e licenzia

Un merito, la sindaca torinese Appendino ce l’ha: ha fatto tornar di moda un certo movimentismo d’epoca nella città (ex) operaia per eccellenza.  All’antivigilia di Natale, con Torino invasa di turisti, piazza Castello sembrava un palcoscenico d’altri tempi, con manifestanti sparsi tra il mercatino di Natale e il magnifico Palazzo Madama con megafoni e manifesti colorati: è stata la terza manifestazione contro lo smantellamento sistematico del Modello Torino dopo altri due presidi nei giorni scorsi alla Galleria d’Arte Moderna e al Teatro Regio. L’occasione è data dal licenziamento di ventotto lavoratori della cultura, in città: ma la battaglia che si sta combattendo qui è molto più grande di ventotto famiglie messe sulla strada da un giorno all’altro. In un panorama nazionale che da decenni vede la cultura derubricata a svago per oziosi (è la filosofia propugnata, in origine, da Giulio Tremonti per far felice il suo “padrone ideale” Silvio Berlusconi), Torino ha brillato in controtendenza e da città/fabbrica si è trasformata in città/museo: una capitale della cultura nei fatti, con centri di produzione del contemporaneo accanto a poli museali d’eccellenza. Tutto questo fino all’ascesa della sindaca bocconiana cinquestelle.

La Reggia di Venaria

Perché l’unica strategia messa in campo da Chiara Appendino e dalla sua giunta (che peraltro comincia a perdere i pezzi come quella cugina di Virginia Raggi a Roma) è la distruzione – appunto – del Modello Torino: quel sistema che, puntando sulla cultura, ha dimostrato che buona amministrazione e spirito critico insieme possono produrre ottimi risultati anche economici. Appena insediata, Appendino ha licenziato a mezzo stampa la persona che quel modello aveva portato all’eccellenza: Patrizia Asproni, manager culturale coi fiocchi e fin lì presidente della Fondazione Torino Musei. Il sistema culturale della città, infatti, ruotava intorno a una strategia di stretto coordinamento progettuale ed economico delle varie realtà con un ruolo guida riservato, appunto, alla Fondazione. La stessa che oggi Appendino depaupera in modo definitivo licenziandone 28 dipendenti: si tratta di 13 operatori del Borgo Medievale, 6 della Biblioteca d’Arte della Gam (Galleria d’Arte Moderna), 6 della Fototeca e 3 del Museo Diffuso della Resistenza. Borgo Medievale è un piccolo gioiello nel cuore del Parco Valentino, mèta soprattutto delle passeggiate dei torinesi, mentre il Museo Diffuso della Resistenza è quello che pone in relazione Storia e turismo culturale. I licenziamenti della Biblioteca e della Fototeca, invece, faranno sì che le due strutture, quelle nelle quali vanno a studiare sia gli universitari sia gli aspiranti artisti dell’Accademia Albertina, verranno semplicemente chiuse.

La motivazione è quella di sempre: cronica assenza di fondi legata al (presunto) buco lasciato dall’amministrazione precedente.  Sulla vicenda del “buco” ci siamo già dilungati qui su Strisciarossa, ma questa volta c’è anche un problema formale: il nuovo presidente della Fondazione Torino Musei, Maurizio Cibrario,lo ha confessato a mezza bocca: i finanziamenti comunali sono collegati a un vasto progetto di ristrutturazione del sistema e, «se i licenziamenti venissero revocati, verrebbe meno il requisito di continuità aziendale e non sarebbe possibile approvare la bozza di bilancio e del piano di ristrutturazione il prossimo 28 dicembre». Un pasticcio, insomma, generato dalla volontà frettolosa di distruggere il “Modello Torino” nascondendosi dietro al dito della “riorganizzazione”: comunque vada, per la cultura a Torino è un brutto Natale.