Crollo della Lega anche nel Nordest. Da Salvini solo parole…

Sedici milioni e mezzo di italiani non hanno votato. Cioè ai seggi si sono presentati solo sei italiani su dieci. Il disastro comincia così, un’onda lunga ormai e non si capisce se abbia raggiunto l’apice. Ma chi non vota, non vota. Punto e a capo ed è chiaro che in Italia e, in particolare, in quella parte d’Italia che economicamente conta di più, il Nord, ha vinto FdI, ha perso il Pd, ha perso ancor più la Lega di Matteo Salvini, nati entrambi, la Lega e il baldo Matteo, qui, a nord del Po, figli di Umberto Bossi, ormai ultra ottantenne, non in splendida forma, trincerato nella sua casa varesotta, che una idea in testa ce l’aveva e che, per quanto predicasse dal campaccio di Pontida la secessione e brindasse con l’acqua santa raccolta alle sorgenti del Po, fiume sacro alla patria padana, era un moderato che in fondo reclamava solo autonomia da “Roma ladrona”.

Matteo Salvini
Matteo Salvini

Ricordiamo Bossi perché viene voglia di rimpiangerlo considerando i figuri che circolano adesso. Ma lo ricordiamo anche per quella sua celeberrima e colorita minaccia, quando annunciò la discesa in campo dalle valli del Bresciano e della Bergamasca di milioni di fucilieri pronti a difendere la libertà dei padani, colonna sonora il coro del Nabucco. Dunque, si sa ormai, in quelle valli montane, la roccaforte, la Lega di Salvini s’è beccata una scoppola formidabile, doppiata dalla Meloni: un sedici per cento contro il trentadue per cento dell’odiata “coatta della Garbatella”.

Nordest in rivolta

Sono numeri minori, in assoluto, ma valgono per quel tanto di simbolico che rappresentano. Altro peso avranno quelli del Nordest. Qui la storia alle spalle sarebbe complicata, bisognerebbe risalire a Comencini, leader autonomista veneto di fatto cacciato da Bossi, si potrebbe risalire a Gentilini, sindaco di Treviso, quello che toglieva le panchine per costringere gli immigrati a stare in piedi, leghista risoluto, duro e puro, che prima di domenica ha avuto modo di dichiarare: “La Meloni mi piace”. Lasciamo stare il protagonismo di Zaia e di Fedriga, presidenti di Veneto e Friuli, in realtà mai eccessivamente esposti nella loro polemica nei confronti di Salvini, ma critici di sicuro e, adesso, a urne chiuse, a sconfitta avvenuta, in rivolta.

Però nelle capitali del “piccolo è bello”, del benessere materiale diffuso, dei capannoni a oltranza, dell’imprenditoria diventata modello, del metal mezzadro, di quelli che si rimboccano le maniche, eccetera eccetera secondo la retorica, e pure la realtà, del Nord laborioso, l’esito è un tracollo, una catastrofe, una frana. Ovviamente al Sud è andata peggio: in Campania siamo al quattro per cento. A dimostrazione che il progetto “nazionale” di Salvini s’è dissolto.

elezioni toscanaSulle percentuali ci si potrà esercitare a lungo, salvo attendere quelle definitive, magari voti disaggregati. Sulle ragioni che hanno spinto così in su Fratelli d’Italia e così in giù la Lega (solo in tre regioni, Friuli, Piemonte e Lombardia ha superato il dieci per cento) ci si potrebbe esercitare ancora più a lungo e se ne potrebbero dire di ogni genere: cambiamenti sociali e della stessa struttura economica e produttiva, novità e difficoltà nella propaganda (Salvini ha perso, per le note vicende, la Bestia Morisi), forse gli affari con Mosca al Metropol, l’albergo (ma crediamo poco che il tema abbia scalfito la coscienza degli elettori).

Salvini dà la colpa al sostegno a Draghi

Salvini, in una logorroica conferenza stampa ieri mattina, ha pure cercato di spiegare che la Lega è stata punita per il suo sostegno al governo Draghi… un governo che ha generosamente definito “litigioso, fermo, inadempiente, confuso…”: “Gli elettori hanno premiato gli oppositori”. Non ha tenuto conto ovviamente delle proprie colpe, del Papeete, del suo esibizionismo a volte melodrammatico a volte d’avanspettacolo, delle felpe, dei suoi contorsionismi in materia di politica estera, delle sue oscure pratiche. Non ha saputo parlare di disoccupazione, di redditi, di debito pubblico, di scuola… L’unica insistita proposta: la tassa piatta, la flat tax, che non ha convinto nessuno e che ha indotto molti tra i meno ricchi a sospettare la fregatura. Gli è mancata l’immigrazione. Quando salì al ministero, esordì gridando: “E’ finita la pacchia”. Anticipò la Meloni, contro l’Europa. Ma a questo punto, tra covid, bollette energetiche, guerre, economia in sofferenza, soldi in tasca degli elettori pochi, l’argomento immigrazione non ha smosso il “popolo” di destra.

Salvini ha rivelato di aver sofferto la sconfitta, ma di essersi risvegliato “carico a molla”. Il suo stanco entusiasmo lo ha destinato al successo della destra: “Finalmente gli italiani hanno potuto scegliere il loro governo e questo governo resterà in carica per cinque anni”. “Una bella giornata”, si è consolato. “Tireremo diritti”, ha promesso recuperando slogan fascisti e della collega-avversaria Meloni. Vedremo come.

Vedremo come ad esempio reagirà ciò che resta della Lega alla pretesa di FdI di transitare al presidenzialismo, forma istituzionale che fa a pugni con l’autonomia rivendicata dalle regioni leghiste, come cercherà di prendersi la rivincita alle prossime regionali di Lazio, Molise, Friuli, Lombardia (dove la destra è arrivata alla maggioranza assoluta e sarà difficile a Salvini sostenere la ricandidatura di Fontana).

Per capire perché le cose siano andate così bisognerebbe ripercorrere decenni di politica (magari a partire dall’assassinio di Aldo Moro), di rivoluzioni nella società italiana, segnata da uno spaventoso degrado culturale, di invasione di nuovi strumenti e di nuove forme della comunicazione (pensate che il Pd, comunque secondo partito in Italia, non dispone di una propria voce tra i media), soprattutto di mutazioni antropologiche all’insegna del consumismo, dell’individualismo, dell’egoismo. Mettiamoci la sfiducia che è un’arma agitata contro tutti e soprattutto contro chi s’era assunto responsabilità di governo. E ancora: la memoria corta, il fascino degli agitatori e dei capipopolo, l’aspirazione alla protezione di un leader… Mettiamoci pure la “parità di genere”. La signora Clinton dichiarò al Corriere che la vittoria della Meloni, una donna, avrebbe rappresentato una rottura con il passato e sarebbe stata una “buona cosa”, una novità, insomma. Peccato che la Meloni e quelli che stanno attorno a lei e ai suoi alleati di governi ne abbiano visti e frequentati più d’uno.

Parole parole parole

Conclusione: la Lega è precipitata dal trentaquattro per cento delle europee del 2019  a poco più dell’otto per cento, il suo segretario, cioè il “capitano”, si sente accerchiato, contestato dai suoi dirigenti e in primo luogo da quella gente che da lui non ha avuto alla fine nulla se non una manciata di parole. I “padroncini”, lo zoccolo duro del leghismo nordico, si sono chiesti che garanzie potesse offrire lui, sicuramente battuto: meglio la Meloni, sicuramente vincente, come da insistiti sondaggi.

Salvini ha ricordato però in conferenza stampa un paio di numeri su cui riflettere: la Lega ha ancora mille e quattrocento sedi fisiche (cioè “sezioni”), ottocento sindaci e ha organizzato quest’anno seicento congressi cittadini. Sono cifre che dicono ancora di un radicamento e se vogliamo di una forma-partito, nella tradizione dei partiti storici italiani, quelli che non esistono più… Non vorremmo dover apprendere da Salvini il valore di un rapporto concreto, materiale, fisico, visibile, tra le forze politiche e il paese.