Pd, finestre aperte
e un congresso
per ritrovare l’identità

Fare e disfare, l’è tutto un gran lavorare: dice un proverbio toscaneggiante. Eccoci di nuovo a disfare, dopo che per anni s’è tentato di edificare un partito democratico e di massa, il Pd. Le fondamenta, è vero, non erano un granché. Nacque, infatti, con un Dna correntizio che si sperava non fosse così caratterizzante. Invece lo è stato. E siamo punto a capo, dopo le parole del segretario dimissionario, Nicola Zingaretti. Siamo qui a raccogliere i cocci delle bravate renziane e di tutti quelli che, anche da dentro il partito, gli hanno retto il sacco. O di coloro, non pochi, i quali pur di avere un ministero o un qualsiasi altro incarico di governo o di sottogoverno erano disposti a giocarsi anche la mamma.

Risistemare la casa Pd

Che fare? Si sarebbe chiesto il buon Ilic. Rifondare un partito nuovo della sinistra? Su questa linea le argomentazioni portate da Michele Prospero in un articolo su strisciarossa (leggi qui)  hanno una loro nobile ragion d’essere. Oppure vogliamo risistemare e rilanciare quel che resta del partito terremotato? Le ipotesi sono molte, quasi quante sono le correnti del Pd, almeno stando ai titoli dei giornali. Io sostengo che risistemare la casa può essere una soluzione utile, ma di certo non meno improba rispetto a una possibile rifondazione. Rifondare è un verbo che mi fa balzare alla mente i periodi bui di rotture storiche, di spaccature e di separazioni che non hanno mai portato bene alla sinistra. Dunque risanare la casa dei democratici, è una via solo apparentemente più facile. In realtà è la vera sfida.

A patto però che la partita non sia giocata dentro le mura del Nazareno o nei corridoi di Palazzo Chigi e Montecitorio. Se così fosse ne trarrebbero un momentaneo vantaggio solo i capicorrente ma il destino del Pd sarebbe definitivamente segnato. Aprire, invece, andare nei territori dove ci sono i cittadini. Dove ci sono molti militanti ed elettori che credono ancora nella possibilità di avere un sano partito della sinistra democratica. Andare in quei territori dove si pratica il volontariato e dove, immaginatevi, si fa ancora qualche Festa de l’Unità. Dove ancora ci sono circoli aperti che fanno il tesseramento. Dove gli amministratori discutono con gli elettori e con i dirigenti del partito che li hanno candidati ed eletti. Sono migliaia e non credono alla necessità di fondare un partito (o una corrente?) degli amministratori come vanno sostenendo alcuni sindaci che amano molto parlare sui media e che dai media, naturalmente, sono molto contraccambiati.

Ritrovare una identità

Se ci fosse un “Dio della sinistra” lo pregheremmo di salvarci dai traghettatori di lungo corso. Serve un congresso, subito. Serve un segretario, subito. Servono dei contenuti di sinistra, subito. E serve ancora di più spalancare le finestre e far entrare aria nuova. Il Pd è ormai percepito come un partito di potere; un partito come tanti altri dove a contare sono quelli che sono eletti ma che una volta eletti si dimenticano completamente del popolo che li ha eletti. Il Pd, come ricorda spesso Gianni Cuperlo, ha governato per undici anni, ma l’ultima volta che ha vinto le elezioni è stato nel lontano 2006.

E’ un elettorato consapevole quello che vota Pd, composto da persone che non votano a casaccio. Che non hanno paura di un partito che governi ma che non hanno nemmeno, come troppi dirigenti nazionali, solo la fissa del governo a tutti i costi. Sono elettori che vedono allargarsi le crepe di un paese spaccato socialmente e geograficamente; vedono aumentare le disuguaglianze contro le quali è impegnato il solidarismo cattolico e il volontariato di base ma non il Pd in prima persona. I ministri del Pd sono troppo simili ai ministri degli altri partiti, troppo pronti a digerire (in nome della governabilità, s’intende) tutto, compreso ciò che non può essere digerito da un partito di sinistra. Un partito che si dice di sinistra deve alzare la bandiera di chi soffre e smettere di voler essere a la page a tutti i costi. Il Pd deve piacere ai lavoratori. Semplice.

Davanti a tutti noi stanno sfide enormi, a cominciare da quella che oggi chiamano pomposamente transizione digitale. La transizione vuol dire aiutare concretamente quelle famiglie che non hanno il computer o far arrivare la rete in tante scuole dove si dovrebbe praticare la didattica a distanza. Lì, per ora, si pratica solo la distanza. E poi il lavoro. Sì, il lavoro che ormai è diventato merce rara con migliaia di giovani che sono in fuga per trovarlo altrove perché qui non c’è. E nell’elenco lungo delle cose da fare non può mancare l’ambiente e lo smantellamento di una burocrazia che la pandemia ha reso più pesante sia negli uffici locali sia nei lunghi corridoi ministeriali. Quanti progetti ci sarebbero per far intervenire i territori, per discutere nei circoli, per fare un congresso vero dove scompaginare le correnti e darsi una linea, un’identità.

Aprire le finestre, anche alle sardine

Altro che tatticismi, altro che accordi sottobanco. Aprire le finestre e parlar chiaro. Come ha fatto, ad esempio, Beppe Provenzano a proposito di quella frangia del Pd che sembra voglia rimettersi con Renzi. Parole chiare: ” Liberiamoci dal fantasma di Renzi anche perché Italia Viva, che è responsabile di aver riportato la Lega al governo, mi pare guardi a destra. Ma ho fatto un fioretto: non parlerò di Renzi finche non avrà chiarito i rapporti con l’Arabia Saudita. Fare come un leader, non come Marzullo”. Cioè: non si faccia le domande e non si dia lui stesso le risposte, come ha fatto recentemente in più di un’occasione.

Tranquilli, a risolvere tutto ci penseranno loro, le sardine. Sono diventate come i pompieri di Viggiù che quando passano i cuori infiammano. Fecero la loro fulgida comparsa quando la sinistra emiliana, e più generale quella italiana, tremavano al sol pensiero di perdere anche quelle terre dove il socialismo delle origini e i comunisti italiani avevano eretto robuste roccaforti. Poi scomparvero nelle nebbie padane. Ricompaiono ora che c’è bisogno dell’esercito della salvezza. Benvenute. C’è bisogno anche di loro. Ma c’è bisogno soprattutto che gli elettori e i militanti di questo partito maltrattato dai suoi dirigenti vengano rimessi al centro e non lasciati da soli nelle periferie del nostro Paese.