Crisi di governo, M5s alla ricerca dell’identità perduta

Niente lamentele, preoccupazioni o perplessità da parte di chi, nel 2018, ha votato M5S. Un terzo dei votanti (32,68%), in una elezione che aveva raccolto una percentuale di adesione al voto altissima (72,93%), rispetto ad oggi, aveva regalato al M5S una valanga di deputati (221) e di senatori (112) che dovevano “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” (Beppe Grillo, 2013), il tutto condito con una forte diffidenza nei confronti dell’Unione europea e della Nato. Più o meno come la Lega (arrivata al 17,37% nel 2018), che voleva ritornare a prima di Maastricht, per non parlare di Fratelli d’Italia (4,35%, a quei tempi).

Poi la “vecchia” politica ha preso il sopravvento. Il Parlamento è diventato ingovernabile, diviso tra un centro destra vincente, ma non troppo (37%), un M5S trionfante, ma non abbastanza (32,68% invece dell’auspicato ed impossibile 51%, per governare da solo), e un centro sinistra sconfitto e marginale con appena il 22,85% dei voti e un Pd ridotto al 18,72%, ulteriormente ridimensionato dalla scissione di Matteo Renzi l’anno dopo (2019).

Forse è opportuno ricordare che gli italiani hanno votato questo Parlamento. Così, dopo le elezioni “rivoluzionarie” del 2018, sono iniziate le solite grandi manovre, con un primo governo “gialloverde” e populista con M5S e Lega e il Conte 1. Poi, nelle migliori tradizioni della famigerata “prima Repubblica”, è arrivato un ribaltone con un governo giallorosso e il Conte 2, sostenuto da M5S e Pd.

Le cose non andavano tanto male perché “Giuseppi” Conte aveva ottenuto dall’Unione europea una serie di aiuti per l’Italia. Ma l’impaziente Matteo Renzi, nel gennaio del 2021 innesca una nuova crisi che si concluderà con l’incarico da parte del presidente Mattarella a Mario Draghi.

Da Conte 1 e 2 al governo Draghi

L’ex governatore della Banca Centrale Europea (BCE), diventa, così, il “deus ex machina” della politica italiana, garante in Europa che gli enormi investimenti ed aiuti all’Italia, più di 191 miliardi di euro, saranno ben spesi. In pratica, tutto il contrario della “volontà popolare” espressa dalle elezioni del 2018.

Il M5S ha obiettivamente “tradito” le sue promesse, a parte il reddito di cittadinanza, e così ha iniziato quasi subito a sfarinarsi, perdendo pezzi, soprattutto a destra. Poi è arrivata la mega scissione di Luigi Di Maio, ministro degli esteri in carica, con il suo Insieme per il Futuro, su posizioni “atlantiste”. Ecco perché l’avvocato Conte, dopo qualche contorsione, ha annunciato il “non voto” del M5S al Decreto Legge “Aiuti” per lavoratori ed imprese, schiacciati da troppe crisi.

Certo, una crisi di governo, in questo momento, sarebbe assurda e rischiosissima, ma chi se ne frega. Meglio la ricerca di un’impossibile identità perduta e un “piccolo” dispetto da parte dell’avvocato pugliese, infastidito per esser stato defenestrato troppo rapidamente. E gli italiani? chi se ne frega. Intanto Salvini, finalmente in coro con Giorgia Meloni, può invocare “elezioni, elezioni”. E la crisi economica, energetica, idrica e bellica? chi se ne frega. Solo Enrico Letta, che si sente e conta poco, ragiona sotto voce e con moderazione in aiuto del governo Draghi, ma, a quanto pare, pochi lo ascoltano. Però, possiamo aggrapparci ad una speranza: che la saggezza del presidente Mattarella e la pazienza di Mario Draghi la rendano una “pseudo crisi”.