Crisi climatica: vicini al punto di rottura ma quasi tutta la politica non lo capisce

Anno complesso il 2022 appena archiviato, anno di porte girevoli.

Siamo usciti dal tunnel della pandemia, così nella percezione collettiva e così in larga misura anche nei dati oggettivi. Siamo entrati in un altro tunnel molto buio: la guerra in Europa scatenata da Putin contro l’Ucraina.

C’è poi un tunnel molto più lungo di questi e certamente non meno drammatico che l’intera umanità sta percorrendo da decenni e che nell’anno appena concluso si è fatto ancora più oscuro: il tunnel della crisi climatica. Il clima sta impazzendo dappertutto, ma noi europei e noi italiani siamo nell’occhio del ciclone. Il 2022 è stato in Italia l’anno più caldo in assoluto dal 1800, in Europa le temperature medie sono aumentate negli ultimi trent’anni di 0,5 gradi per decennio. Mezzo grado in più ogni dieci anni vuol dire che il vecchio continente è vicinissimo alla soglia critica di riscaldamento globale indicata dalla scienza come punto di non ritorno oltre il quale gli effetti del “climate change” possono diventare irreversibili e catastrofici.

Un problema serio per noi umani

orso polare isolato su una lastra di ghiaccioUn problema per “il pianeta” la crisi climatica? No, un problema terribilmente serio e potenzialmente esiziale per noi umani. La Terra da quando esiste ha vissuto sconvolgimenti climatici incomparabilmente più profondi di quello attuale, tra glaciazioni che ne hanno fatto un’unica e immensa palla di neve e tropicalizzazioni estese fino alle regioni polari. La novità di oggi è nella rapidità del cambiamento – temperatura media terrestre più calda di oltre un grado dalla rivoluzione industriale – e nelle sue cause: la causa della crisi climatica siamo noi, siamo noi che bruciamo combustibili fossili saturando l’atmosfera di anidride carbonica – CO2, il gas maggiormente responsabile del “climate change” – e siamo noi che distruggendo enormi estensioni di foreste pluviali riduciamo la capacità di assorbimento naturale della stessa CO2.

Infine c’è una terza novità che rende inedita la crisi climatica odierna: la sua prima vittima è Homo sapiens, che ha raggiunto un grado avanzatissimo di evoluzione culturale e che rischia se non l’estinzione come specie certamente un radicalissimo collasso socio-economico. Il clima che cambia produce già oggi danni rilevantissimi alle attività economiche, basti pensare ai processi di desertificazione che ormai lambiscono anche le latitudini temperate aggredendo l’agricoltura, con le ondate di calore sempre più frequenti e sempre più intense rappresenta una minaccia crescente per la salute soprattutto delle persone più fragili.

Stop rapido alle fonti fossili

L’antidoto efficace a tutto questo è arcinoto: bisogna smettere il prima possibile di utilizzare le fonti fossili – carbone, petrolio, gas – per produrre energia, e invece puntare sulle energie pulite, sole e vento innanzitutto. Non ci sono alternative rispetto a questa opzione, “tertium non datur”: o entro la metà di questo secolo raggiungeremo il 100% di energia prodotta con le fonti rinnovabili, oppure la crisi climatica diventerà – è bene ripeterlo: per noi umani, non per “il pianeta” – una definitiva catastrofe.

Ancora, va sottolineato che la transizione energetica verso il 100% di rinnovabili non è solo indispensabile per stabilizzare il clima. E’ anche un grande volano di innovazione tecnologica, di nuovo lavoro, insomma di sviluppo. Ed è, al tempo stesso, un preziosa garanzia di “libertà”: per l’Europa e per l’Italia, povere di materie prime fossili, ottenere l’energia che serve utilizzando l’energia del sole e del vento di cui disponiamo abbondantemente è la via più sicura per renderci indipendenti dai vari “Putin” che controllano buona parte delle riserve di petrolio e di gas.

Purtroppo la transizione energetica sta camminando molto più lentamente di quanto dovrebbe, per i troppi interessi consolidati che le si oppongono e per le inerzie mentali di classi dirigenti spesso incapaci – come ammoniva Einstein – di affrontare efficacemente i problemi che esse stesse hanno contribuito a creare.

Italia “pigra” sulle rinnovabili

In Europa, l’Italia è in questo senso uno dei Paesi più “pigri”. Da noi nel 2022 i ritmi di realizzazione di impianti solari ed eolici sono un po’ cresciuti, ma restiamo molto al di sotto degli standard europei e di ciò che dovremmo e potremmo fare in questo campo. Siamo il “Paese del sole”, ma ogni anno installiamo meno pannelli solari di Paesi europei molto più piccoli e meno soleggiati di noi. Chi vuole realizzare un parco eolico e un impianto fotovoltaico si trova di fronte un muro pressoché infinito di vincoli burocratici, in molti casi resi ancora più impervi dall’azione sconsiderata di gruppi che nel nome abusivo dell’ambiente contrastano le nuove energie perché rovinerebbero il paesaggio: come se il paesaggio italiano non fosse prima di tutto minacciato nella sua bellezza e integrità per l’appunto dalla crisi climatica, che cancella ghiacciai millenari e inaridisce vegetazioni rigogliose.

La politica italiana è parte, parte decisiva, di questo scenario desolante. La politica della destra oggi al governo, certo. La destra italiana è di gran lunga la più antiecologica d’Europa, al confronto di Meloni, Salvini e Berlusconi i leader conservatori europei fanno la figura di ambientalisti militanti. Fino a ieri negavano l’esistenza della crisi climatica e le sue origini antropiche, ora che governano invece di agire per favorire lo sviluppo delle rinnovabili propongono di riprendere le trivellazioni in mare alla ricerca di gas, di quel gas che entro il 2050 – lo ha deciso l’Unione europea – va tolto di mezzo come fonte energetica.

La sinistra avrebbe gioco facile a contrapporre a questo “vecchiume” un’idea di futuro largamente fondata sulla transizione ecologica ed energetica. Ma non lo fa. I Cinquestelle – se si vogliono considerare sinistra – di ambiente parlano molto, ma alla prova del governo hanno del tutto dimenticato la loro apparente matrice ambientalista. Poi c’è il Pd. Immerso in una crisi verticale che ne mette in discussione la stessa sopravvivenza, impegnato in una estenuante procedura congressuale che porterà in febbraio alla scelta di un nuovo o di una nuova leader. Finora i temi legati alla crisi climatica sono stati del tutto assenti dal dibattito interno ai Democratici, ma sul punto le distanze tra i principali candidati alla leadership sono vistose: nel profilo e nel curriculum di Bonaccini i temi ambientali sono del tutto marginali, Elly Schlein al contrario basa l’intero suo discorso pubblico sulla connessione tra giustizia sociale e giustizia ambientale. Un Pd guidato da Schlein potrebbe, da una parte, collocare la sinistra italiana su quella frontiera “green” che vede schierata buona parte dei progressisti europei, dall’altra aiuterebbe in un’impresa ardua ma forse non ancora impossibile: fare del Pd quello che era nato per essere e non è mai diventato, un grande partito anche ambientalista, e così ridargli senso e futuro.