Clima, troppa schizofrenia, eccetto Pd e sinistra

Schizofrenia del dibattito pubblico italiano. Da settimane una buona fetta delle prime pagine dei giornali è spesso dedicata al caldo anomalo di questa estate 2022, senza paragoni a memoria di dati meteo-climatici: è il segno di una crisi climatica che investe sempre più direttamente e violentemente la nostra vita quotidiana, che con la siccità eccezionale che dura da mesi produce danni anche economici rilevanti; ed è il segno – in questo caso incoraggiante – che i media italiani, seppure con ritardo rispetto ai grandi giornali europei, danno spazio adeguato al tema del “climate change”. Quasi tutto il resto delle prime pagine è invece monopolizzato dalla politica, specie ora che è partita la campagna elettorale. Dov’è la schizofrenia? Nel fatto che questi due flussi informativi non comunicano tra loro: come se il clima fuori controllo non fosse politica, non avesse niente a che fare con il confronto elettorale tra leader, partiti e schieramenti in vista del voto del 25 settembre.

Non è normale. Non è accaduto lo stesso per altre crisi drammatiche degli ultimi anni: quella economica che dal 2008 ha generato una lunga e dolorosa recessione, quella sanitaria della pandemia, quella bellica innescata dall’aggressione russa all’Ucraina. Tutte e tre queste emergenze hanno segnato in profondità il dibattito politico, che invece quasi non reagisce alla quarta, l’emergenza climatica. eppure la possibilità di arginare il riscaldamento globale è politica allo stato puro: chiede risposte politiche urgenti e impegnative su scala globale – per stabilizzare il clima bisogna azzerare entro metà del secolo l’uso di combustibili fossili -, le chiede tanto più in Italia dove per ragioni geografiche – ci troviamo sull’orlo meridionale dell’Europa temperata – siamo più esposti di ogni altro Paese europeo al rischio di una rapida tropicalizzazione delle condizioni climatiche.
Questo “sdoppiamento di personalità” del dibattito pubblico avviene solo in Italia, o in Italia molto più che altrove. Le ragioni sono diverse e sono antiche: da sempre la nostra politica, quasi tutta, fatica ad integrare nelle sue visioni, nei suoi progetti, nei suoi linguaggi la “novità” – una novità nata almeno mezzo secolo fa… – della questione ambientale come prioritaria questione politica.

C’entra la mancanza di un forte partito Verde, che come accade in molti Paesi europei imponga l’ambiente come tema centrale nella discussione politica. Non c’entra una presunta, da taluni sostenuta, indifferenza ambientale degli italiani: una fake-news, abbiamo tra le associazioni ambientaliste più seguite d’Europa, l’esito plebiscitario dei referendum contro il nucleare e a favore dell’acqua pubblica hanno dimostrato che gli italiani sono tutt’altro che insensibili agli obiettivi proposti dal mondo ecologista.

Il problema è di classi dirigenti, non solo politiche, che con rare eccezioni (e anche perché tendenzialmente “gerontocratiche”) sono incapaci di vedere che la “transizione ecologica”, soprattutto di fronte all’attuale, drammatica crisi climatica, risponde a un interesse primario dei cittadini e richiede politiche pubbliche “green” determinate e incisive. E tanto meno sanno capire che questa prospettiva non è soltanto “giusta” nell’interesse delle generazioni future ma è anche per l’Italia un’occasione preziosa per costruire “qui e ora” nuovo e duraturo sviluppo fondato sull’eco-innovazione, sull’economia circolare, sulla sostenibilità ambientale di produzioni e consumi. Fino a oggi questa inadeguatezza di chi “comanda” non ha dato luogo ad alternative, ad offerte politiche più “contemporanee”: ha solo contribuito ad allargare la distanza tra governanti e governati, che peraltro si manifesta a 360 gradi, non solo sui temi ambientali, e semmai ha alimentato il pericolo dell’accendersi di fiammate populiste, anti-politiche.

Certo in questa oscurità non tutte le vacche, per dirla con Hegel, sono nere. Sono nere, nerissime (suggestioni fascistoidi a parte…) le destre di Meloni, Salvini e Berlusconi, che presentano la transizione ecologica, dalle energie rinnovabili alla gestione sostenibile dei rifiuti, come un inutile spreco e talvolta giungono a negare o a minimizzare la gravità della crisi climatica. Al loro confronto, i leader conservatori e moderati europei da Macron a Johnson, dai popolari tedeschi ai liberali olandesi, fanno la figura di ecologisti radicali.

Sono scure tendenti al nero anche le vacche di Calenda e di Renzi: propongono di militarizzare il territorio pur di ricoprire l’Italia di inceneritori di rifiuti e rigassificatori, anche loro rimuovendo di fatto l’urgenza di uscire il prima possibile dalla dipendenza dai combustibili fossili. Il duo Calenda-Renzi agita come un totem la cosiddetta Agenda Draghi: ecco, le politiche ambientali sono il terreno sul quale il bilancio dell’ultimo governo è più deludente, anche per avere a suo tempo affidato il neonato ministero della transizione ecologica a un ministro – Roberto Cingolani – che ha lasciato irrisolti tutti i nodi dell’arretratezza italiana nelle politiche ambientali.

Come si leggeva sulle pagelle scolastiche di una volta a proposito di alunni “assenteisti”, sono non classificabili i Cinquestelle: a parole decisamente ambientalisti, al punto da motivare il loro recente no al governo Draghi anche con l’opposizione (in sé sacrosanta) all’inceneritore che si vuole costruire a Roma, nella realtà hanno governato per quattro anni e mezzo senza mai declinare la transizione ecologica come una vera priorità (unica eccezione “virtuosa” il superbonus edilizio).

Restano le vacche di Pd e sinistra. Certo sono meno nere di tutte le altre, e finalmente nel discorso pubblico della leadership democratica – soprattutto con Enrico Letta segretario – le parole sulla priorità di politiche ambientali avanzate hanno guadagnato stabilmente una posizione di riguardo.
Ma il Pd, che vinca o perda le prossime elezioni, è chiamato a fare molto di più: soprattutto a convincersi, e a fondare su questa convinzione la sua “proposta di futuro”, che mobilitare il Paese in un grande sforzo di contrasto della crisi climatica, incentivare l’innovazione tecnologica orientata alla sostenibilità ambientale, impegnarsi per città con meno automobili e trasporti pubblici efficienti e puliti, non sono appendici commendevoli del proprio programma di riforma economica e sociale ma ne sono il cuore.

A convincersi e a convincere, per esempio, che imboccare un cammino che porti rapidamente al 100% di energia rinnovabile è una scelta vincente su tanti fronti: contro siccità e ondate di calore estremo, per fare spazio a imprese innovative e creare molto più lavoro di quanto ne danno le energie fossili, per disarmare i Putin di oggi e di domani che usano la nostra dipendenza dal loro gas per ricattarci.
Si parla e si straparla in queste settimane di chi è più rifomista. L’aggettivo ha perso ormai molta parte del suo significato e dei suoi connotati storici, basti pensare che si chiama dei “conservatori e riformisti” il gruppo di Giorgia Meloni al Parlamento europeo. Se il Pd e i suoi alleati vogliono restituire senso a un concetto che ha un posto di prima fila nella storia migliore della sinistra europea, devono colorarlo di verde. E se provassero a farlo già in queste settimane di campagna elettorale, magari si accorgerebbero che funziona pure rispetto al consenso.