Crisi climatica, abbiamo tutti una nuova sfida: adattarci

Tutti i giornali ne parlano, le rassegne stampa tengono l’argomento nel dovuto conto, ma non è l’invasione dell’Ucraina né la persistenza, per quanto di minore virulenza, del Covid-19. No. Si tratta, invece, dell’ultimo rapporto (27 febbraio) dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) che è stato definito dal Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, “un atlante della sofferenza umana”. Dal canto suo, sintetizzando i contenuti delle 3.500 pagine in poche parole, il presidente dell’ Ipcc, Hoesung Lee ha detto che “le mezze misure non sono più una possibilità”.

cambiamenti climaticiPerché? Perché, spiega ancora Hoesung Lee, “questo rapporto è un terribile avvertimento sulle conseguenze dell’inazione. Mostra che il cambiamento climatico è una minaccia grave e crescente per il nostro benessere e per un Pianeta sano. Le nostre azioni di oggi determinano il modo in cui le persone si adattano e la natura risponde ai crescenti rischi connessi ai cambiamenti climatici”.

I contenuti del Rapporto, l’analisi delle situazioni e delle responsabilità che hanno portato ad un così drammatico presente e alla sua proiezione nel futuro (incremento delle temperature, scioglimento dei ghiacciai polari, innalzamento del livello dei mari, aumento degli eventi estremi) sono note anche al più irriducibile dei negazionisti e sono facilmente consultabili e scaricabili dai siti internet.

Ma quello che caratterizza in modo nuovo questo rapporto mi pare sia una non trascurabile presa d’atto: l’adattamento alla crisi climatica e l’adattamento alle sue future conseguenze. Che è come dire (ma non è assolutamente questo l’approccio di questo rapporto): il guaio è fatto, vediamo che si può fare per non soccombere. Non tutti per lo meno.

Ma attenzione: ipotizzare le possibilità di adattamento ad un ambiente che cambia nelle sue essenziali caratteristiche climatiche è un approccio importante.
È anche l’approccio che ridimensiona l’importanza di due più ricorrenti tematiche: la resilienza e la sostenibilità. La resilienza perchè nulla sarà più come prima; la sostenibilità (mi riferisco sempre alla definizione della Commissione Brundtland 1987) perché mica vogliamo proporre alle generazioni che verranno dopo di noi un futuro come il nostro presente.

E, ancora, attenzione al fatto che l’adattamento non sia l’equivalente di rassegnazione. Nel senso che, comunque, non vanno abbassate le difese e i contenuti degli accordi di Parigi 2015 per il contenimento dell’aumento delle temperature terrestri entro 1,5-2 gradi centigradi. Quei contenuti devono sempre essere al primo posto. Se poi, realisticamente, ci si rendesse conto che, malgrado la decarbonizzazione; malgrado il massiccio ricorso a fonti di energia pulite e rinnovabili; malgrado la messa in pratica di tutte le “virtuose” azioni previste a Parigi, non si riuscisse a contenere l’incremento delle temperature, allora si può lavorare a quello che si potrebbe definire un piano B.

Solo allora, però e dopo avere in tal modo creato tutte le premesse perché l’adattamento sia a modi di vita diversi da quelli odierni in un pianeta il cui ambiente sarà perfino irreversibilmente modificato in molte sue parti. Adattamento, dunque, ma non tutti se lo potranno permettere e se mai si dovesse registrare la temuta estinzione del genere umano, questa non coinvolgerà tutti, ma riguarderà i più poveri, deboli ed emarginati. Perché le conseguenze del mutamento climatico non hanno impatto solo su ambiente ed economia. Ma hanno effetti di rilevante portata sulle crisi umanitarie in termini di sempre più difficile disponibilità di cibo e acqua.

Inoltre non si deve trascurare che i mutamenti climatici non provocano solo l’incremento delle temperature, ma ancor più immediatamente, sono alla base dell’incremento del numero e della intensità degli eventi definiti estremi: uragani, alluvioni, disastri naturali in genere. Tutti eventi il cui verificarsi incide negativamente soprattutto sulle popolazioni più povere incrementando i drammatici flussi migratori dei profughi ambientali.

Insomma non deve essere un Don’t look up (consiglio vivamente la visione di questo film presente anche su Netflix), ma un più realistico ed accettabile guardiamoci intorno e vediamo come si può stare, tutti, nel migliore dei modi possibile in un mondo che è comunque, il migliore possibile.