Craxi, Cuore
e le sbarre:
caro Serra era solo satira

Lui, tra i pentiti dolenti per gli “eccessi” di Mani Pulite, un po’ facevo fatica a immaginarlo, eppure Michele Serra, in un branetto del documentario di Antonio Nasso 1992, l’anno del diluvio, visibile sul sito de la Repubblica, si duole, con parole al solito intelligenti, di alcune prime pagine “sopra le righe” pubblicate da Cuore in quegli anni ribollenti di polemiche, denunce, furori. Prime pagine dedicate a Craxi e al Psi. L’auto-tirata d’orecchi non riguarda per fortuna il titolo “Scatta l’ora legale, panico tra i socialisti”, di cui chi scrive queste note fu autore, ma quello che sovrastava una foto di Bettino dietro le sbarre: “Pensiero stupendo”, con evidente richiamo alla canzone di Patty Pravo. Parola a Serra: “Se avessi un diritto, uno solo, di censura postuma non farei la prima pagina con Craxi dietro le sbarre prima che venisse travolto dagli avvisi di garanzia”. Così Michele, il diretùr, come veniva citato nel colophon di Cuore, il “settimanale di resistenza umana” (così recitava il sottotitolo) che ho avuto l’onore e l’ottima sorte di far nascere, insieme a Serra stesso e a Piergiorgio Paterlini. Più che condivisibile, in generale, il resto della “confessione”: “Non è mai un pensiero stupendo qualcuno in galera. Lo è diventato a furor di popolo perché abbiamo perso un po’ di umanità”. Ma davvero quel titolo era un indice di disumanità forcaiola in quel contesto storico e su quelle pagine verdoline?

Da Mani Pulite sono passati trent’anni. Fu un robusto, magari in certi casi sconnesso e perfino discutibile tentativo di applicare la legge penale anche ai reati non di sangue, ma economico-sociali, come la corruzione, la concussione, l’evasione fiscale, tutte porcheriole che finiscono per mettere le mani in tasca ai cittadini che le tasse le pagano e sopportano costi maggiorati per opere pubbliche e affini. Ci furono suicidi tra gli indagati (Gabriele Cagliari, Raul Gardini), e pure non poche assoluzioni in corso d’opera, ma poi la fila degli imprenditori fuori dagli uffici di Colombo, Di Pietro & soci per confessare-denunciare c’era e mica ce la siamo sognata. Insomma, lo Stato, col potere giudiziario, incideva sull’onda di una discreta rabbia sociale qualche bubbone tangentizio, tipo la maxi bustarella ai partiti targata Enimont, su cui avrebbero gettato luce le dichiarazioni di un ex presidente della Montedison ed ex amministratore delegato della Ferruzzi Finanziaria dal nome abbastanza evocativo: Giuseppe Garofano. Suggestivo sì, perché di quella madre di tutte le tangenti si erano giovati tutti i partiti ma nell’insieme dei maneggi emersi con Mani Pulite il ruolo di primattore era stato quello del Psi, partito che portava nel simbolo un garofano, così come deciso dal segretario Bettino Craxi qualche anno prima.

Moralità della satira

Fin qui la cornice. Poi c’era la satira. Giusto per evocare l’appetito dei socialisti nel loro insieme e di quelli di rito ambrosiano in particolare (erano i tempi della “Milano da bere” e pure da spolpare), Cuore aveva pubblicato uno dei tanti titoli puntualmente indirizzati a sferzare l’evidente, debordante malcostume, arrivato a far lievitare i costi di ampliamento della metropolitana in modo quasi surreale, con cifre a chilometro ben più alte di quelle pagate negli altri paesi europei. Il titolo, con un occhio alla istituzione meneghina del Piccolo Teatro e al suo passato brechtiano, suonava così: “L’Opera da tre soldi ne doveva costare solo due”. Buona, anzi ottima la boutade, ma Cuore prima e durante la conflagrazione politico-sociale di Mani Pulite ci diede ben più dentro, come si dice, senza risparmio e ben lo si evince dai titoli citati da Serra. Perché i satiri – quelli che fanno sul serio, un nome per tutti: Vauro – s’incazzano forte in virtù di una speciale indignazione, di una inconciliabilità col buonpensare accomodante. Esagerano, usano il grottesco, il paradosso. Non puntano solo a far ridere, come gli umoristi. Giocano sporco, magari, e però lo fanno perché il bersaglio è, da Marziale in poi, in alto, ha armi, avvocati che sparano querele intimidatorie, capacità di influenzare media e nel caso di acquistarli. Il bersaglio si chiama Potere.

Bettino Craxi, con tutto il rispetto per la persona umana dovuto a chiunque, era il ras incontrastato di un partito spesso sovrapponibile a un comitato d’affari e dei più voraci. Craxi era il potere, potere forte, e trent’anni fa non aveva bisogno della compassione di una manciata di giornalisti prestati alla satira, trionfava in congressi para-coreani dominati dalla piramide dell’architetto Panseca, regalava alla fidanzata Ania Pieroni un’emittente tv, la romana GBR e potremmo continuare. Col segretario del Psi, Cuore si esercitò con gusto nel cosiddetto tormentone, dedicando attenzioni “morbose e persecutorie” non a un debole (Vieni avanti cretino) ma a un potentissimo (Vieni avanti Bettino). Mai l’avrebbe fatto con un leader in disarmo, sarebbe stato solo carognesco. Esagerò? Continuo a pensare che a debordare siano stati quei politici pizzicati con le mani nella marmellata. Dobbiamo ancora rimestare il discorso sui “limiti della satira”? Cuore pubblicò nel luglio del ’94 un libricino scritto e disegnato, dal titolo Com’è profondo il mare. Era dedicato alla strage di Ustica e qualcuno non gradì l’idea di proporre vignette satiriche (molte già uscite sulla rivista) su un tema così terribile. Peccato che tra i sostenitori più convinti di Com’è profondo il mare ci fosse proprio l’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica. Il sottotitolo del librino lo spiegava civilmente benissimo: “Moralità della satira, immoralità della menzogna”. Credo che il sottotitolo fosse di Michele. Che fortunatamente si è dimenticato di un pezzetto di quella prima pagina cuoresca su Craxi e il “Pensiero stupendo”: sotto la fotona del leader socialista c’era la fotina del figlio Bobo, titolo “Pensierino stupendino”. La bontà, come ora va di moda, è sempre una virtù? O qualche volta la cattiveria è necessaria? Eravamo crudeli e gaglioffi? Può darsi. Liberatori-risarcitori per tanti lettori? Sì. Personalmente pentito? No.

Per tornare a Mani Pulite, al match magistratura contro politici maneggioni, non pensiamo, manco per scherzo, che fu il pool milanese ad abbattere la cosiddetta Prima Repubblica, perché lei esiste ancora e i vizi di quella stagione si sono moltiplicati. Oggi talvolta è lo Stato stesso a fornire l’assist ai corrotti (vedi i bonus edilizi, con quattro miliardi di euro “fumati” da una filiera di abili contraffattori, addirittura sorpresi dalla facilità della ruberia), non si corrompono più i politici, ma è la politica stessa che purtroppo, in certi pessimi casi, dà le carte, tra favori e torsioni della legge, in piena collaborazione con la famosa “gente”. I partiti? Ecco, quelli sì che, cullati dalla “fine della Storia”, si sono sfibrati e snaturati a forza di tirate contro le ideologie e i nemici del pragmatismo a basso profilo. La via giudiziaria può contribuire al risanamento morale di un Paese, ma non basta. Non è bastato ai tempi di Mani Pulite, non basterà mai. E forse non è sbagliato ravvisare nel celebre lancio di monetine a Craxi all’uscita dall’Hotel Raphael un primo germe di populismo. E pensare che a Bettino, una volta, le monetine piacevano…