Covid zero: in Cina crescono sfiducia e malessere, ma Xi non è in discussione

“In Cina si registra un malessere generalizzato per lo sbriciolamento in corso della fiducia in un governo e in un Partito comunista che non sono riusciti a sconfiggere il Covid a dispetto di ciò che avevano promesso”. Il sinologo Francesco Sisci, professore di geopolitica alla Luiss, ha diretto per anni l’istituto di cultura italiana di Pechino. Membro del consiglio scientifico di Limes, ha scritto per la rivista diretta da Lucio Caracciolo la prima intervista a Papa Francesco sulla Cina. “Le proteste sono state limitate – spiega – ma non si placano la delusione e la frustrazione della gente che la politica del Covid zero costringe a forti limitazioni delle libertà personali. Tutto questo, però, oggi non mette in discussione il ruolo di Xi Jinping”.

xi jinpingAnche la Cina, come l’Iran, è attraversata da proteste inimmaginabili fino a poche settimane fa. Il Covid fa da detonatore a un disagio molto più profondo?
No. All’inizio i cinesi avevano molta fiducia nel governo. Vedevano che la pandemia aveva messo in crisi le società occidentali e che la Cina invece, già dal 2020, aveva ritrovato una sua normalità anche se limitata. Si ricominciava a produrre, l’economia era stata rimessa in sesto, si tornava a viaggiare. Poi la situazione è cambiata e sono riemersi contagi e restrizioni. Oggi la fiducia nel governo si sta frantumando anche perché, banalmente, attraverso le immagini dei mondiali del Qatar, i cinesi hanno percepito che nel resto del mondo gli stadi sono pieni, la gente è ovunque. Una normalità che in Cina non si sa quando tornerà. Tutto ciò produce sfiducia nel fatto che il governo possa portare il Paese fuori dal Covid.

E questo disagio diffuso non mette in discussione l’intero sistema?
Non c’è una protesta forte e generalizzata contro Xi come avviene in Iran contro gli ayatollah. Si registra un elemento che è nello stesso tempo meno politico e più politico: la gente non ha più fiducia nel sistema per quel che riguarda il recupero della propria libertà individuale. Stiamo parlando di milioni di persone che vivono da anni una condizione simile a chi è recluso in carcere e non intravede la prospettiva di uscirne. Questo malessere, tuttavia, non giunge a mettere in discussione il sistema in generale, malgrado l’evidenza di un approccio sbagliato del governo.

Un governo che non sembra intenzionato a fare passi indietro rispetto alla politica del Covid zero…
Senza una grande campagna vaccinale, senza un vaccino efficace, senza un sistema sanitario efficiente, senza aver raggiunto alcuna immunità di gregge il governo cinese non può tagliare il sistema dei lockdown senza rischiare un’ondata mortale di Covid.

Quanto è diffusa in realtà la protesta?
Al momento sembra sia stata limitata. È bastato che la polizia occupasse le strade e i posti di raduno più importanti e arrestasse e intimidisse gli attivisti. Però è come togliere la febbre senza curare il male che l’ha generata. Non si può superare lo stato di frustrazione di un intero popolo che si sente recluso con una politica di timide aperture. La riduzione delle libertà personali e la prospettiva di guadagnare di meno senza la contropartita di uno Stato che garantisca la salute individuale e collettiva non potrà non avere conseguenze di medio e lungo termine.

Che genere di conseguenze immagina?
Vedremo. Ricordo solo che dopo i fatti di Tienanmen e la repressione del movimento studentesco del 1989 si registrò profonda sfiducia dei cittadini cinesi nel governo. La leadership politica di allora reagì siglando con i giovani e con la parte più dinamica della società una sorta di patto: “arricchitevi, basta che non vi impicciate di politica”. In questo modo comprarono il consenso e lo tacitarono. Oggi la leadership cinese può mettere un tappo simile al malessere diffuso e alle proteste. Ma come comperare oggi la credibilità perduta? Con quale nuovo patto? Sarà il tempo a darcene risposta.

Insomma, malgrado sia diventato bersaglio delle proteste di piazza Xi manterrà saldo il timone del potere?
Penso di si, anche se non sappiamo cosa accadrà nel medio-lungo periodo

Secondo molti osservatori i funerali di Jiang Zemin potrebbero costituire l’occasione per un rilancio e un allargamento delle proteste. In fondo, spiegano, Tienanmen prese spunto dalla morte di un leader popolare come Hu Yaobang…
Non credo. Questo in Cina è successo due volte: la prima nel 1976 con la morte di Zhou Enlai e la seconda nell’89 con la morte di Hu Yaobang che era a favore degli studenti. Ma allora le leadership cinesi erano contraddistinte da fazioni contrapposte. Oggi non ci sono queste divisioni, il potere è saldamente nelle mani di Xi e le forze dell’ordine non hanno dubbi su chi seguire nell’applicazione della legge.

Torniamo alla politica del Covid zero, cosa non ha funzionato?
Hanno ideologizzato la lotta alla pandemia. E all’inizio hanno propagandato il raggiungimento di una certa normalità come prova della superiorità del sistema sociale e politico cinese. In quel periodo, ricordiamolo, il Covid si espandeva in Occidente creando una situazione drammatica a causa dell’aumento dei contagi e dei decessi. In realtà, i cinesi hanno pensato che il Covid fosse un po’ come la Sars del 2003. Allora, con un sistema draconiano, riuscirono a fare sparire quella pandemia. Ecco, hanno creduto che si potesse tenere sotto controllo anche il Covid: bastava impedire il contagio. In realtà il virus si è evoluto e continua ad evolversi. Noi, già nel 2021, abbiamo iniziato a tirare fuori la testa dalla sabbia grazie ai vaccini. Loro invece, non hanno trovato un vaccino efficace. A quel punto, se lo avessero importato, avrebbero smentito la retorica della superiorità del loro sistema e avrebbero dimostrato che i progressi della ricerca e della tecnologia cinese non sono avanzati come negli Stati Uniti. Sono rimasti intrappolati tra le maglie della loro stessa propaganda.

Come se ne esce a questo punto?
Un po’ più di tolleranza sarà un prezzo da pagare. Si registra già un certo prudente allentamento delle restrizioni, anche se oltre non si può andare senza una campagna vaccinale di massa. Questa sarà rilanciata per raggiungere una certa immunità di gregge. Stanno cercando di uscire da questa drammatica situazione, ma in ritardo. Avranno davanti settimane e mesi molto difficili. Il danno di credibilità comunque è stato fatto, vedremo quali saranno le conseguenze.

Il sinologo Jean-Pierre Cabestan, intervistato da La Stampa, parla di un Partito comunista cinese ormai totalmente isolato. Condivide?
Jean-Pierre è un amico, una persona molto capace e perbene. Ma forse la metterei in termini diversi: parlare di un Pcc isolato è un po’ una contraddizione in termini. Il Partito comunista conta novantasette milioni di iscritti su un miliardo e quattrocento milioni di abitanti. Escludendo i bambini un cinese su dieci è iscritto a quel partito. Non vedo un problema di isolamento. È certo, tuttavia, che il partito ha perso quella credibilità totale che vantava fino a poco tempo fa, dopo essere riuscito nei primi mesi a mettere sotto controllo un virus che stava creando disastri in tutto il mondo. Questa tuttavia è una fase, non sappiamo cosa accadrà di qui a un anno.

Le Monde mette a confronto le realtà iraniana, russa e cinese parlando di “contromodelli in panne”. Uniti dalla teoria del declino dell’Occidente questi tre regimi vivono oggi crisi gravissime che li farebbero scadere al rango di “non modelli”…
Io la metterei così: queste crisi provano che l’America è più forte di quanto pensassimo solo un anno fa, quando la ritirata dall’Afghanistan provocò il timore diffuso che alla fine prevalessero Russia e Cina. Senza entrare nel merito delle crisi iraniana, russa o cinese, che sono particolari e molto diverse tra loro, c’è da rilevare che le società liberali, e gli Usa come loro emblema, malgrado limiti e difetti dimostrano più resilienza di quanto credessimo.