Covid, via l’emergenza ma la prudenza è più che mai d’obbligo

Dal primo aprile in Italia non ci sarà più lo stato di emergenza. Sperando che non sia un pesce d’aprile, il presidente Draghi dal teatro del Maggio musicale fiorentino ha annunciato che da quella data potremo avviare un ritorno alla normalità, o almeno a una nuova normalità, visto che sarà difficile cancellare quello che è successo negli ultimi due anni.

Vale la pena ricordare che lo “stato d’emergenza” è uno strumento che può essere attivato per “calamità naturali o connesse con l’attività dell’uomo, che in ragione della loro intensità ed estensione debbono, con immediatezza d’intervento, essere fronteggiate con mezzi e poteri straordinari da impiegare durante limitati e predefiniti periodi di tempo”. Era stato dichiarato il 31 gennaio 2020 ed aveva attribuito al governo e alla protezione civile poteri speciali come operare in deroga alle leggi vigenti per motivi sanitari. Ma doveva avere una durata limitata nel tempo.

Con la fine dello stato d’emergenza vengono anche attenuate alcune limitazioni introdotte per fronteggiare Covid-19. Innanzitutto si abbandonerà il sistema delle regioni a colori, ideato dal governo Conte per limitare il contagio nei momenti più bui della pandemia. Inoltre, precisa Draghi, “metteremo gradualmente fine all’obbligo di utilizzo del certificato verde rafforzato, a partire dalle attività all’aperto – tra cui fiere, sport, feste e spettacoli”. Ovviamente si continuerà a monitorare con attenzione la situazione pandemica, “pronti a intervenire in caso di recrudescenze”.

Un punto particolarmente importante è quello che riguarda le scuole che “resteranno sempre aperte per tutti: saranno infatti eliminate le quarantene da contatto”, via anche le mascherine FFP2 nelle classi e cesserà l’obbligo di mascherine all’aperto.

Diminuzione costante

La strada per la riapertura comincia in realtà già dal primo marzo, data in cui non ci sarà più l’obbligo di quarantena per i viaggiatori che arrivano da paesi al di fuori dell’Unione Europea:  basterà essere in possesso di un certificato di vaccinazione, di guarigione o di un test negativo. Inoltre aumenterà il numero di spettatori in stadi e palazzetti. Dal 10 marzo sarà possibile tornare a consumare cibi e bevande al cinema nelle sale teatrali e nei locali di musica dal vivo. E, sempre dalla stessa data, si potrà far visita ai familiari in ospedale per 45 minuti al giorno.  Il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, invece, ha confermato che il 15 giugno scadrà l’obbligo di vaccinazione per gli over 50 e quello di presentare il certificato verde rafforzato per accedere al luogo di lavoro.

Le decisioni arrivano dopo i tanti segnali positivi sul fronte epidemiologico. I casi sono in diminuzione costante da 5 settimane a questa parte. Negli ultimi 7 giorni, ad esempio, ci sono stati 325.923 casi, in diminuzione del -18,2% rispetto alla settimana precedente. In calo anche il numero dei deceduti e dei ricoveri.

Insomma, stiamo per buttarci tutto alle spalle e non vediamo l’ora di poter tornare indietro nel tempo? Speriamo di no, sarebbe un errore abbassare la guardia, come dimostra il caso di Hong Kong dove è in atto una quarta ondata con la saturazione degli ospedali e gravi conseguenze sui servizi sanitari. Certo Hong Kong non ha i nostri livelli di copertura del vaccino, e questo è un problema con la variante che corre velocissima. Nuovi studi dal Sudafrica dimostrerebbero che l’ondata di Omicron è stata più veloce e ha causato una incidenza minore di ricoveri e di morti rispetto a quelle precedenti, ma questo è avvenuto non perché il virus è diventato più “buono”, ma perché ha trovato una popolazione che aveva sviluppato una immunità in parte naturale, in seguito all’infezione, in parte dovuta alle vaccinazioni.

Un altro errore sarebbe pensare di dimenticare gli insegnamenti della pandemia riguardo ad esempio al ruolo della sanità pubblica e della medicina territoriale. E un errore ancora più grande sarebbe dimenticare che un’altra epidemia è sempre possibile, causata da una variante di SARS-Cov-2 ma anche da qualche altro virus la cui emergenza potrebbe essere favorita dal nostro sistema di vita predatorio e poco attento alla salvaguardia degli ecosistemi.