Col dilagare del covid
aumentano anche
i disturbi mentali

Come stiamo? Una domanda che pare quasi scontata nel corso di questa emergenza sanitaria. Lo è meno se non si riferisce solo alla salute fisica, che giustamente preoccupa molto. C’è un altro tipo di salute, di cui poco si parla, se non tra gli specialisti: quella mentale. Non era molto in voga, come tema, neppure prima che il Covid esordisse sulla scena mondiale, nonostante fosse già un problema molto concreto. Così concreto e attuale che durante la pandemia, con il suo seguito di restrizioni e ossessioni, la situazione è peggiorata.

Le conseguenze del disagio psicologico determinato dall’emergenza-COVID si faranno sentire a lungo, anche dopo che i vaccini e i lockdown avranno portato a qualche risultato più o meno definitivo sul piano della salute fisica. Le avvertirà sia chi è considerato “sano di mente” sia chi era malato in precedenza. L’ha scritto, senza mezzi termini, l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS): “La salute mentale e il benessere di intere società sono state gravemente colpite da questa crisi e sono una priorità da affrontare con urgenza”. Infatti, secondo l’OMS, bisogna aspettarsi un aumento della sofferenza mentale nei prossimi mesi e anche negli anni che verranno.

L’Italia non investe nella salute mentale

Nel nostro Paese – dopo la rivoluzione avviata 43 anni fa dallo psichiatra Franco Basaglia e dalla legge 180/1978 – la priorità e l’urgenza di misure di contrasto non dovrebbero essere considerate secondarie. Infatti le politiche sulla salute mentale restano marginali, a parte qualche centro di spicco e qualche apprezzabile iniziativa locale. L’avvertimento arriva anche da un recente libro (Il sale e gli alberi. L’esperienza della deistituzionalizzazione, Negretto Editore, Mantova, 2020); firmato dallo psichiatra ed esperto dell’OMS Ernesto Venturini, il volume è ispirato dalla sua esperienza per il superamento dell’ospedale psichiatrico di Imola, tra anni Ottanta e Novanta. La principale responsabilità dei ritardi nel nostro Paese, scrive, è anche, “senza dubbio, la crisi del Welfare State e l’affermarsi di politiche… che provocano tagli importanti nei finanziamenti alla salute pubblica”. Infatti – come riporta l’Ansa – in Italia “viene investito appena il 3% del Fondo sanitario nazionale in questo ambito”, mentre in altri Stati europei (come Germania, Francia e Regno Unito) “la percentuale è tra il 10% e il 15%”.

Nel frattempo è arrivata la pandemia. Ed è inevitabile che il clima generato abbia colpito e colpisca non solo chi da prima aveva disturbi psichiatrici, ma anche chi ha dovuto e deve confrontarsi con nuovi disagi e sofferenze psicologiche: nella vita di relazione e di fronte alla paura per il futuro, sul fronte razionale della sicurezza economica e su quello irrazionale, ma altrettanto reale, delle paure e delle fobie difficili da sedare o archiviare. Durante (e dopo) l’emergenza sanitaria, ci sono vari terreni in cui la sofferenza mentale mette radici. L’allarme non è un’ipotesi, è un dato di fatto al centro di studi scientifici.

L’avvertimento dell’ISS

In Italia lo stesso Istituto Superiore di Sanità ha svolto una ricerca intitolata “L’impatto della pandemia COVID-19 sulla salute mentale”. “È verosimile”, vi si legge, “che la domanda di interventi psicosociali aumenterà notevolmente nei prossimi mesi e anni. L’investimento nei servizi e in programmi di salute mentale a livello nazionale, che hanno sofferto per anni di limitati finanziamenti, è quindi ora più importante che mai. Gli ultimi mesi hanno comportato molte sfide, in particolare per gli operatori sanitari, gli studenti, i familiari dei pazienti affetti da COVID-19, le persone affette da disturbi mentali e più in generale le persone che versano in condizioni socio-economiche svantaggiate, e i lavoratori i cui mezzi di sussistenza sono stati minacciati. L’impatto economico sostanziale della pandemia può infatti ostacolare oltre che i progressi verso la crescita economica anche quelli verso l’inclusione sociale e il benessere mentale. Numerosi studi mostrano che la perdita di produttività lavorativa è tra i principali determinanti della cattiva salute mentale”.

Il Centro di Riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute mentale dell’ISS è stato attivo sin dalle prime fasi della pandemia. Ha partecipato, tra l’altro, a uno studio coordinato dal Dipartimento di Salute mentale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. L’obiettivo: valutare le aree del funzionamento psicosociale, tra cui la presenza di sintomi dello spettro ansioso-depressivo, ossessivo-compulsivo e post-traumatico da stress. I risultati, ottenuti su un campione di 20.720 partecipanti, evidenziano che durante il primo lockdown sono aumentati i livelli di ansia, depressione e sintomi legati allo stress, soprattutto tra le donne. Inoltre, la lunga durata dell’esposizione alla tensione consente di delineare il rischio di un peggioramento dei sintomi ansioso-depressivi in futuro.

Crisi economica e disagio psichico

Se ne è parlato pure durante il XXII congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia, svoltosi online nel gennaio 2021. Lì la pandemia di Covid-19 è stata definita “la tempesta perfetta”. Perché non è soltanto sanitaria; ha ripercussioni economiche, emotive e culturali in grado moltiplicare in modo senza precedenti il malessere psichico. Gran parte delle persone contagiate manifesta disturbi psicologici o psichiatrici: il 42% è colpito da ansia o insonnia, il 28% dal disturbo post-traumatico da stress, il 20% da disturbo ossessivo-compulsivo; inoltre il 32% sviluppa sintomi depressivi fino a cinque volte maggiori rispetto alla media. Non solo: almeno il 10% dei familiari di chi è morto va incontro alla depressione nel giro di un anno.

Durante il congresso della SINPF è poi emerso che la crisi economica provocata dalla pandemia incrementa a sua volta il disagio mentale in tutta la popolazione: il rischio di depressione raddoppia tra le persone con un reddito inferiore ai 15.000 euro all’anno e triplica tra coloro che sono disoccupati. Si stima così che saranno almeno 150.000 i nuovi casi di depressione dovuti alla disoccupazione provocata dal virus. Tuttavia la situazione potrebbe persino peggiorare: perché tutte le condizioni di fragilità sanitaria, emotiva, sociale moltiplicano esponenzialmente le conseguenze negative sul benessere psicofisico della popolazione. È stato inoltre confermato che ad alto rischio sono soprattutto le donne, maggiormente esposte ai contraccolpi sociali e lavorativi della pandemia: più degli uomini sono costrette a lasciare l’impiego, più dei maschi stanno sopportando il carico doppio determinato da lavoro e cura della famiglia nel corso dei lockdown. Senza dimenticare gli anziani, più fragili di fronte a contagi e disturbi mentali.

Aumenta il disagio tra gli adolescenti

Sono molto sensibili anche i giovani, soprattutto dai 16 anni in poi. Tanto che sono aumentate di oltre il 50% rispetto all’anno scorso le richieste di ricovero alla Neuropsichiatria di adolescenti in grave difficoltà: lo ha evidenziato la Fondazione Mondino – Istituto neurologico nazionale IRCCS di Pavia (specializzato nell’ambito neurologico e neuropsichiatrico infantile) in una nota diffusa poche settimane fa. Intanto i ragazzi che studiano hanno visto spegnersi la vita di relazione, con la chiusura di scuole superiori e università; chi ha concluso gli studi subisce gli effetti della crisi sulla possibilità di entrare nel mondo del lavoro.

Ha spiegato Claudio Mencacci, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano: “Fino al 10% di chi ha perso un proprio caro per il Covid-19 andrà incontro a un lutto complicato che si protrarrà oltre 12 mesi. Succederà anche a causa delle regole di contenimento del contagio, che hanno impedito a molti di poter elaborare il dolore, rivedendo un’ultima volta il congiunto per l’estremo saluto”. Secondo Matteo Balestrieri, a sua volta co-presidente e professore ordinario di Psichiatria all’Università di Udine, “le condizioni ambientali e socio-economiche hanno un grosso peso sul benessere psichico della popolazione e la pandemia di Covid-19 sta creando le premesse per il dilagare del disagio”. Ha aggiunto Mengacci: “Occorre puntare a rafforzare i servizi ed è indispensabile essere più vicini possibile ai cittadini. A partire dai medici di famiglia, che possono intercettare per primi il disagio inviando poi i pazienti dallo specialista”.

Investire in mezzi e personale

In questo contesto, le strutture pubbliche in prima linea, i Dipartimenti di Salute mentale (legati alle ASL, sono circa 180 in Italia), hanno dovuto “rivoluzionare la pratica quotidiana, nelle attività di profilo più clinico, ma soprattutto in quelle di riabilitazione ed attivazione psicosociale, per definizione inibite dalle limitazioni di contatto sociale e di movimento. È evidente la contraddizione insita nel dover praticare una clinica orientata alla ripresa ed allo sviluppo delle competenze sociali in un contesto di formale ed esplicita limitazione della socialità”. È quello che ha scritto a febbraio 2021, sul Quotidiano Sanità, Angelo Fioritti, presidente del Collegio nazionale dei Dipartimenti di Salute mentale.

Insomma, un altro intero comparto della sanità si trova sotto pressione e i suoi compiti non sono destinati a terminare con la fine della pandemia, perché la minaccia non è il virus ma la disperazione dilagante, contro la quale non ci si può vaccinare. Di certo, quindi, bisogna che già oggi – così come si pensa al futuro dei reparti di terapia intensiva o al rilancio delle medicina di base, preventiva e pubblica – si ragioni su ciò che abbiamo e su ciò che serve per affrontare la questione della salute mentale degli italiani. Prima di scoprire troppo tardi che, anche in questo campo, mancano le risorse, gli specialisti e i mezzi.