Materiali edili, costi alle stelle: ripresa e bonus drogano il mercato

I magazzini di materiali edili oramai lavorano senza listini: vista la volatilità dei mercati la quotazione dei prodotti è giornaliera, gli ordini non immediatamente evadibili vengono raccolti senza preventivo con prezzo da stabilire al ritiro. Il rame non lavorato in un anno è passato da 6 a 10 euro al chilo e i cantieri vengono blindati per contrastare i furti. Il tondino di ferro, necessario per il cemento armato e che vede la produzione mondiale concentrata al 50% in Cina, in cinque mesi è aumentato del 130%. I tempi di consegna, che al massimo erano mediamente di due-tre settimane, oggi sono slittati anche a sei mesi per i materiali isolanti (e anche su questi la Cina fa la parte del leone). Le piccole imprese edili vagano alla ricerca di qualunque attrezzatura a noleggio, i ponteggi “semplici” che qualche mese fa costavano 12 euro al metro oggi sono a 24.

Domanda altissima e offerta scarsa

L’edilizia in Italia è in un boom senza precedenti per il mercato “assistito” dai bonus. Il recupero del 110% delle spese di ristrutturazione ha reso quasi introvabili anche gli ingegneri strutturisti perché l’antisimica “trascina”, insieme alla riqualificazione energetica, numerosi altri interventi. L’edilizia è la punta dell’iceberg ma la forte domanda partita in primavera sulla scia del miglioramento della situazione Covid sta stressando un po’ tutti i settori economici. Il carburante è in crescita costante e in tre mesi i prezzi alla pompa sono aumentati del 30%. I rischi di una significativa ripresa dell’inflazione ci sono tutti.

La Cina, in “vantaggio Covid” di alcuni mesi sul resto del mondo per la ripresa, ha messo da parte enormi quantità di prodotti che vende col contagocce nel più grande gioco alla speculazione mondiale che si sia mai visto. Apre e chiude i rubinetti delle forniture a seconda della sua convenienza. La logistica è sotto stress, complice anche il blocco di sei giorni a fine marzo del canale di Suez per l’incidente alla portacontainer Ever Given: da lì è partito un effetto domino che condiziona ancora oggi i trasporti via mare.

Che fare del bonus 110%?

È il mercato bellezza, con la sua regola base del prezzo determinato dall’incontro tra una domanda altissima e un’offerta scarsa stabilita dagli avvoltoi, sia che si tratti di avvoltoi capitalisti classici o di comunisti cinesi. E quella che in teoria potrebbe essere una fase d’oro si sta rivelando un incubo per le economie che hanno bisogno di prodotti finiti. L’effetto è prevedibile: aumenteranno le diseguaglianze, i ricchi diventeranno più ricchi e i poveri più poveri.

Il governo Draghi sta cercando di mettere una piccola pezza a queste distorsioni che, ovviamente, finiscono per riflettersi anche sugli appalti pubblici. Ha istituito un fondo di 100 milioni a compensazione dei maggiori costi che sostengono le imprese. Difficilmente basterà e, comunque, non coprirà gli appalti dei privati. E, soprattutto per per le aziende medio-piccole, l’effetto è paradossale: o lavorano in perdita per evitare contenziosi o chiudono nel momento in cui il lavoro abbonderebbe. In ogni caso il bonus edilizio 110%, uno dei punti di forza del governo Conte che già scontava una burocrazia quasi inestricabile e tempi strettissimi, sembra diventato un castello di carta. Un problema in più per la futura legge di bilancio di Draghi che dovrà decidere se chiuderlo nel 2022 o prorogarlo.