Costituente, identità, rinnovamento: una girandola di equivoci intorno al congresso Pd

Congresso costituente. Una formula che è tornata improvvisamente ad essere ripetuta a ogni pie’ sospinto nel dibattito del centrosinistra, con un’agitazione quasi febbrile che basta da sola ad evidenziare tutto lo smarrimento in cui versano i vertici del Pd e dei suoi partiti alleati dopo la sconfitta dello scorso 25 settembre. Infatti, la vittoria della destra alle politiche, per quanto annunciata, è piombata come un macigno sul campo progressista, che tuttora non sembra capace di venire a capo della situazione. Congresso, dunque: perché si avverte la necessità di affrontare una discussione vera, anche aspra, per chiarire certi nodi che, evidentemente, non sono ancora venuti al pettine. E costituente: perché l’obiettivo è quello di dare un nuovo impulso ad un partito incagliatosi in una secca che rischia di risultare fatale.

Una costituente che sa di salto nel buio

Quella della costituente, però, non è una novità: questa formula dal senso vago e dai contorni sfumati viene invocata ogni volta che si arriva ad un passaggio di fase e le prospettive sembrano farsi incerte e nebulose. Già alla vigilia del XIX congresso del Pci, a fine ’89, Giuseppe Chiarante e Pietro Ingrao ammonivano Achille Occhetto e gli estensori della prima mozione circa gli effetti di quel salto nel buio “costituente” che sarebbe stato lo scioglimento del Partito Comunista Italiano. E il tempo, ci sembra, alla fine ha dato ragione a loro due.

Sia chiaro: non si intende qui sostenere che il Pd non abbia bisogno di un forte rinnovamento, anzi. Ma l’utilizzo continuo di questa formula rappresenta un po’ il sintomo di una coazione a ripetere, di un tic di un gruppo dirigente che nemmeno stavolta pare avere le idee chiare. E, se è vero che in questa fase è più che lecito non avere certezze, è vero anche che è richiesto a dei dirigenti politici di essere in grado di analizzare le cause di una sconfitta storica (che si è consumata ben prima del 25 settembre 2022) e di saper interpretare la realtà cogliendone opportunità, contraddizioni, novità.

In altri termini, l’assillo più grande sul futuro del Pd sembra essere quello della sua identità, ritenuta dai più ambigua e contraddittoria. E, di conseguenza, compito del prossimo congresso dovrebbe essere quello di decidere “chi siamo e cosa vogliamo”: in buona sostanza, occorrerebbe stabilire qual è il “blocco sociale di riferimento” di quel partito (come si legge e si sente dire spesso nelle analisi più approfondite).

Per quanto però molte ambiguità permangano – soprattutto agli occhi di elettrici ed elettori – è difficile immaginare che in quindici anni di vita il Partito Democratico non abbia sviluppato una sua identità ben precisa. Essa, infatti, esiste ed è radicata nelle sue pratiche di governo, nelle relazioni intessute a livello locale, nazionale, comunitario e internazionale, e persino nella forma mentis e nella cultura dei suoi dirigenti che, nonostante la provenienza da due partiti con storie e tradizioni differenti, hanno dimostrato tutto sommato di essere compatti nei tornanti decisivi delle vicende di quel partito, persino quando si sono verificati passaggi traumatici a cui, per inciso, sono seguiti sforzi di autocritica piuttosto pigri. È questo, dunque, il grosso equivoco della discussione precongressuale: il Pd un’identità chiara ce l’ha e, d’altronde, ce lo spiega bene Gianni Cuperlo quando motiva all’Huffington Post le ragioni della sua corsa per la segreteria.

Un’identità difficile da scalfire

Di fronte a tutto questo, quindi, è difficile immaginare un congresso che, quasi taumaturgicamente, possa rovesciare il tavolo semplicemente in forza della discussione tra gli attuali gruppi dirigenti. Al momento, infatti, nessuno dei candidati sembra avere alle spalle un legame forte col sindacato e con i movimenti ambientalisti – mondi a cui dovrebbe iniziare a rivolgersi il Pd secondo buona parte della sua ala sinistra – che possa innescare un conflitto all’interno del Partito Democratico tale da produrre, attraverso la lotta e la contestazione delle scelte passate, un reale cambiamento.

Incontro ‘Parte da Noi’ con Elly Schlein
Elly Schlein durante l’incontro ‘Parte da noi’ nel quale annuncia la sua candidatura a segretario del PD (ph Luigi Mistrulli / Fotogramma.it)

Non è un caso, dunque, che i ragionamenti fatti da tutti (personale politico, opinionisti, commentatori…) pecchino di astrazione: si auspica un rinnovamento che però deve essere innescato a tavolino, seguendo tappe già prestabilite nel ruolino di marcia stilato dal segretario dimissionario Enrico Letta. Mentre, forse, sarebbe stato più opportuno fermarsi per analizzare concretamente ciò che si muove oggi nella società italiana, altrimenti non si capisce come il confronto tra le opzioni politiche in campo dovrà essere indirizzato dal Manifesto dei valori e dei principi redatto dall’elefantiaco comitato costituente. Un comitato che, va da sé, è caratterizzato dalla trasversalità di idee e provenienze dei suoi membri (altra caratteristica tipica dell’identità del Pd) e che sembra formato più per non scontentare nessuno che per dare nuovi impulsi alla cultura politica dei democratici.

Se dunque sono questi i contenuti e le modalità della discussione, c’è il forte rischio che anche il prossimo congresso del Partito Democratico non riesca a destare interesse nei soggetti protagonisti delle vertenze sociali e ambientali che, a dire il vero, in questi anni si sono spesso trovati i Dem dall’altra parte della barricata. Ambiti e realtà oggi nettamente separati tra loro, drammaticamente non comunicanti. E, fintantoché permarrà questo stato, è difficile immaginare da dove possa arrivare nuova linfa per il partito.

L’anomalia Cuperlo

cuperloIn questo quadro, la scelta di candidarsi da parte di Gianni Cuperlo ha destato un po’ di meraviglia. In primo luogo, perché è arrivata quando lo scontro congressuale sembrava ben avviato sui binari della contesa Schlein-Bonaccini; poi perché una candidatura di sinistra, per quanto sostenuta da Dario Franceschini, c’è già ed è proprio quella dell’ex vicepresidente dell’Emilia Romagna. E chissà, quindi, che non si vada verso uno scenario a tre come nel 2013, quando furono protagonisti delle primarie un candidato di destra (Matteo Renzi), uno progressista “nativo” del centrosinistra prodiano (Giuseppe Civati) e un esponente degli ex diesse (Cuperlo stesso). Se allora, però, la candidatura d’area da parte di Cuperlo era comprensibile perché Civati si poneva in aperta contestazione con le scelte del vecchio gruppo dirigente del Pd, oggi, con un partito decisamente più spostato a destra rispetto a nove anni fa e con ben due batoste prese alle ultime politiche, si fatica a vedere il senso di una seconda candidatura “di sinistra”, la quale rischia di agevolare la corsa di Stefano Bonaccini.

A ben guardare, però, lo zoccolo duro dei dirigenti che provengono dai Democratici di Sinistra ha mostrato in questi mesi un atteggiamento di distacco verso Elly Schlein. Come allora con Civati, infatti, gli ex diessini hanno guardato con molta tiepidezza a chi parla un linguaggio più netto e coraggioso del loro e si occupa anche di tematiche più innovative. C’è, per così dire, una certa refrattarietà al cambiamento che caratterizza il gruppo storico della sinistra Pd e, non a caso, la candidatura di Cuperlo è l’unica che si pone in controtendenza rispetto al senso generale del dibattito sul futuro del partito: “Il Pd non deve essere rifondato nei valori”, dice chiaramente il deputato triestino nell’intervista ad Alessandro De Angelis. Non si ravvisi, però, malignità nella posizione di chi scrive se si evidenzia come allora Cuperlo fu in prima linea nel procedere allo scioglimento della Fgci, aprendo così la pista alla fine del Pci, mentre oggi difende con forza “la strada tracciata da Prodi e Veltroni”.

A Cuperlo dunque i principi e l’identità del Pd vanno bene così come sono (anche se certe pratiche lo convincono meno, tant’è che è stato uno dei pochi a tenere la barra dritta durante la segreteria di Renzi) e affronterà la prova di circoli e gazebo in loro difesa. Se la situazione è questa, però, viene da chiedersi perché a sinistra deve essere tutto fermo in attesa che si decida delle sorti definitive del Pd, partito in cui le ragioni del lavoro, dell’ambiente e della pace, tutto sommato, sembrano anche stavolta destinate a restare alla porta.