Mazzata alle onlus
dietrofront del governo:
promessa una modifica

La protesta del mondo del volontariato alla fine  ha costretto il governo alla retromarcia. La norma che cancellava gli sgravi Ires alle onlus e alle ong sarà modificata: questa è la promessa fatta dal premier Conte e dai vicepremier Salvini e Di Maio. Una promessa, appunto. Perché ormai non c’è più tempo per modificare il maxiemendamento alla legge di bilancio altrimenti si rischierebbe l’esercizio provvisorio. Quindi se ne riparlerà a gennaio, con un provvedimento ad hoc che ancora non si sa come verrà formulato. Le parole di Salvini (“cambieremo la norma, ma massima severità con i furbetti”) rendono possibili tutte le sfumature di un giro di vite contro il volontariato. Quelle di Di Maio invece sono un’ammissione di incompetenza: “”Quella norma va cambiata nel primo provvedimento utile. Si volevano punire coloro che fanno finto volontariato e ne è venuta fuori una norma che punisce coloro che hanno sempre aiutato i più deboli”.

La scelta di cancellare gli sgravi dell’Ires era stata compiuta per venire incontro alla necessità di trovare le risorse per il reddito di cittadinanza. L’ennesimo calcio – dopo molti altri, tra cui il colpo di ruspa alle ong – al mondo della solidarietà. Del resto, perché sostenere le imprese sociali che aiutano chi è povero se il reddito di cittadinanza ha già sconfitto la povertà? Ad essere penalizzati potrebbero essere gli enti ecclesiastici e le onlus non inserite nel registro del terzo settore, impegnati nell’assistenza sociale e sanitaria, nell’educazione, nella ricerca. Le maggiori imposte saranno, complessivamente, 118 milioni nel 2019, 157 milioni nel 1020 e 2021.

Commentava lapidariamente Gad Lerner: “Perché stupirsi se il governo del vaffa e del prima gli italiani raddoppia il prelievo fiscale sulle associazioni no profit? Il loro motto è me ne frego, il “buonismo” è la loro ossessione: e allora cosa c’è di meglio di una stangata al volontariato sociale? Viva l’egoismo”.

Foto di Sergio Baffoni

Ha ragione. Sarà anche Natale, ma l’egoismo in quest’anno ha la parte del leone. Più che la festa per la nascita di un bambino sembra la festa di Erode, che i bambini li faceva passare a fil di spada pur di preservare il proprio trono. Oggi i bambini nascono in strada e lì vivono, nell’indifferenza generale: non nel terzo mondo, ma in Italia. E se poi sono stati salvati da una nave durante un naufragio, andassero pure più in là; nelle case italiane o nei centri di accoglienza non c’è posto, trovassero una grotta o una catapecchia, possibilmente nascosta.
Grottesco che un atto di solidarietà possa diventare un crimine, che si chiudano i porti davanti a persone sofferenti. E se è vero che non siamo tutti così, noi italiani, è evidente che i buoni non abbiano più un punto di riferimento politico. Si sgomberano i poveri da stazioni e ospedali, e se ci sono atti di accoglienza e disubbidienza, sono circondati da un mare di indifferenza. L’empatia, la partecipazione, l’indignazione di fronte alla sofferenza sono usciti dalla normalità della vita quotidiana, diventano l’eccezione bollata con lo sprezzante “buonismo”. La cultura dei diritti universali passa in secondo piano davanti all’utile proprio, per quanto piccolo sia, e persino davanti alla speranza dell’utile, quel reddito di cittadinanza a cui aspira una moltitudine, che sarà per forza una platea molto ridotta. Tempo qualche mese si vedrà cui prodest.

Ma intanto, meglio fare i conti. Il mondo del volontariato e delle ong, se la norma non verrà cambiata sul serio, resterà sotto schiaffo: niente detrazioni fiscali, porti chiusi, il sistema dell’accoglienza che vira verso le strutture di grandi numeri e scarsa integrazione. E una stretta giuridica e organizzativa che affiderà alle questure gran parte delle scelte sui permessi di soggiorno degli stranieri. La “clandestinizzazine forzata” che ne deriverà fornirà un buon esercito di riserva per la criminalità organizzata, come è sempre avvenuto per le classi più povere e senza altre risorse, e per il lavoro nero. Come già avviene nelle campagne, da Saluzzo a Rosarno, dal foggiano al messinese. Se si volesse combattere davvero il caporalato, lo sfruttamento dei braccianti, basterebbe inviare risorse sul posto, ispettori del lavoro, carabinieri, investigatori. Non si fa, invece: gli interessi degli agrari contano, oggi come settanta anni fa, e oggi sono rafforzati dagli interessi delle grande distribuzione, che ingrassa sul sudore dei senza diritti.

E’ che dall’orizzonte politico e morale è scomparsa l’uguaglianza. Il concetto di ridistribuzione, la giustizia sociale. Quando finirà questa ubriacatura molesta in cui tutti sono competenti di tutto e il primo ad arrivare in alto non deve render conto a nessuno, bisognerà pure fare il censimento dei guasti che ha provocato, la sofferenza e l’inaridimento delle coscienze. E trovare una soluzione, forse. Qualcuno che ricominci a dire cose di sinistra, a fare cose di sinistra. A tendere le mani. E forse l’antichissima festa del solstizio d’inverno, che segnava la rinascita e il ritorno del sole, tornerebbe ad avere un senso anche in questa terra di migranti e di migrazioni, oggi teatro di una allarmante bancarotta morale.

Ora, aspettiamo che la promessa retromarcia del governo diventi realtà. Verificheremo, controlleremo. Perché non c’è da fidarsi di chi colpisce chi aiuta il prossimo e istiga all’odio contro il diverso e al razzismo nei confronti di chi è disperato.