Cosa resta del patrimonio della solidarietà nazionale

Il periodo della “solidarietà nazionale” è il frutto di un progetto politico. Una visione politica. L’incontro tra due grandi partiti di massa che hanno condizionato la storia della Repubblica italiana, Democrazia cristiana e Partito comunista, nel tentativo di arginare la crisi sociale, economica e morale che vive il paese negli anni ’70. Due chiese a confronto, in un’ottica di collaborazione, per trascinare lo Stato fuori dalla palude dei propri problemi e consegnarlo in eredità alle successive generazioni.

L’Italia degli anni ’70 è un paese colpito dai morsi della ribellione. Tutto il decennio precedente aveva suscitato delle grandi aspettative in merito allo sviluppo economico, alle rivendicazioni di classe, al miglioramento del quadro culturale. In realtà, l’opportunità economica non viene sfruttata a dovere e la sensazione di “occasione mancata” pervade le pieghe della società. Non è l’immobilismo inconsapevole il protagonista di quelle vicende, ma una caduta secca delle prospettive di trasformazione, dovuta alla responsabilità delle classi dirigenti. Non a caso, infatti, Guido Carli parla di “diserzione della classe dirigente”, che si arrocca nella difesa delle rendite e del vecchio modello di sviluppo “militarizzato “ contribuendo in modo decisivo alle difficoltà che il paese affronterà negli anni immediatamente successivi. L’inflazione a due cifre degli anni ’70, con i tassi bancari che toccano il 20%, lo shock petrolifero del ’73, i problemi nel settore dell’occupazione, sono solo alcuni degli aspetti controversi di quegli anni. L’Italia non è ben attrezzata per sostenere questi colpi, si ritrova impreparata e la rabbia popolare cresce.

I movimenti di protesta di quegli anni nascono da questa consapevolezza. Una parte (assai minoritaria) del mondo operaio sente il “mito della rivoluzione” tradito e strizzerà l’occhio alle idee di violenza, frutto di una radicalizzazione del confronto. Persino le frange più estremiste dei movimenti studenteschi del ’77, quelle legate all’autonomia, assumono un carattere evidentemente eversivo sulla spinta di una diffusa avversione per un sistema che non garantisce alcuna prospettiva di lavoro. Sono pezzi della sinistra che si staccano progressivamente dal Pci, costringendo il Partito a fronteggiare una minaccia che, inizialmente, sente anche come interna. Ma – come ha ricordato il presidente Mattarella nel giorno del ricordo delle vittime del terrorismo la lotta armata non nascue dalle lotte del 68, che furono anzi “uno stimolo allo sviluppo di una maggiore coesione e giustizia sociale”.

Anche la Democrazia cristiana perde pezzi. La Dc, partito perno del sistema e garante del ruolo occidentale dell’Italia nel sistema internazionale della guerra fredda, non riesce a comprendere i moti di secolarizzazione del paese, trovandosi su barricate opposte rispetto a buona parte dei suoi stessi elettori. È il caso emblematico del referendum sul divorzio (1974), alla cui vittoria contribuiscono molti cattolici laici. La destra interna al partito, poi, è sempre meno in grado di fornire risposte politiche a una parte della classe dirigente ultra-conservatrice che, preoccupata dalle rivendicazioni progressiste nazionali, comincia a guardare con interesse alle risposte reazionarie. Il terrorismo nero si contrappone a quello rosso e stringe l’Italia in una tenaglia micidiale.

In questo quadro, sempre incanalato nella politica dei due blocchi, la riposta arriva dai due partiti più rappresentativi. Per Enrico Berlinguer, il Pci deve rendersi protagonista di una costruzione collettiva, di una visione solidaristica del futuro che passi dalla convergenza delle masse operaie con quelle cattoliche, rappresentate appunto dai rispettivi partiti di riferimento. Nel solco della tradizione togliattiana, Berlinguer elabora la teoria del “compromesso storico”, immaginando la possibilità di un lungo cammino di rinnovamento dell’Italia che unisca le forze migliori, lavoratrici e intellettuali, del mondo cattolico e di quello comunista. Qualcuno ha visto in questo disegno il superamento, in chiave democratica, del capitalismo. Il passo lento e democratico della rivoluzione.

Aldo Moro, invece, elabora una strategia diversa. Pensa a una soluzione che possa rispondere all’emergenza nazionale, ma che contempli uno sviluppo su più fasi. Una prima fase, breve, di risposta alla contingenza, avrebbe visto il coinvolgimento dei comunisti nell’area di governo, ma non direttamente nell’esecutivo, determinando una legittimazione reciproca. Una seconda, invece, avrebbe potuto portare a una democrazia compiuta dell’alternanza, anche se si tratta, secondo l’interpretazione dello storico Roberto Ruffilli, di un’alternanza idealistica, più culturale che politica in senso stretto.

La sfida è tra le più difficili mai affrontate fino a quel momento. Non solo per il peso dei problemi reali, ma anche perché sia Berlinguer che Moro muovono dall’idea che la “repubblica dei partiti” debba ripartire da una profonda innovazione degli stessi. E che i loro partiti, fulcro delle evoluzioni politiche del sistema, debbano restare uniti per sostenere l’ossatura delle istituzioni, senza scissioni o lacerazioni interne. Questa necessità deve incontrarsi con l’obiettivo di spingere due mondi contrapposti verso una collaborazione reciproca, superando la “conventio ad excludendum” e sfidando gli equilibri internazionali.

L’idea della “solidarietà nazionale” si concretizza a seguito dell’elezione del 1976, quando Partito comunista italiano e Democrazia cristiana insieme superano il 73% dei voti e spingono verso la soluzione alternativa della collaborazione. Con la nascita del governo monocolore Andreotti e la famosa “non sfiducia” dei partiti di sinistra, infatti, comincia un esperimento destinato a incidere pesantemente nella storia repubblicana. Il sistema sanitario nazionale, l’equo canone, il potenziamento delle regioni, le misure di controllo alla spesa pubblica e i primi tentativi di riformare la struttura fiscale, sono alcune delle elaborazioni di quegli anni difficili, che si muovono sul terreno sconnesso delle diffidenze reciproche. Molte di queste proposte vengono approvate con maggioranze variabili in Parlamento, segno di una fragilità del sostegno al governo e di una difficoltà più generale nel mantenere in piedi l’idea di una nuova fase.

Non dura molto. La dimensione dei problemi schiaccia la coalizione sotto il loro peso. Il rapimento di Aldo Moro, da parte delle Brigate Rosse, e il suo successivo omicidio del 9 maggio 1978, non rappresentano solo il periodo più buio della Repubblica e l’attacco frontale allo Stato democratico, ma la precisa opposizione alla linea politica della solidarietà nazionale, attraverso l’omicidio dell’uomo che l’ha formulata. Con la morte di Moro finisce la “terza fase” della Repubblica e si spengono i sogni del “compromesso storico”. Da lì in avanti sarà tutto un turbinio di trasformazioni, dagli anni’80 a tangentopoli, fino ad arrivare ai giorni nostri. Le istituzioni andranno avanti, ma l’Italia porterà sempre sul suo volto tutte le cicatrici umane e sociali inflitte dal sangue degli anni di piombo. Via Caetani interrompe l’idea di un disegno politico. Un disegno che Walter Veltroni definisce “il più grande dopo la Resistenza e la Costituzione”. Uccidono un uomo. E con lui portano via una visione politica.

Di quella storia drammatica resta un vuoto incolmabile. Un periodo ricco di contraddizioni, tra le più aspre del passato della nostra nazione, che ancora oggi fornisce elementi che sfuggono alla completa chiarezza. Dentro quelle contraddizioni, però, c’è ancora un nucleo di forze che può costituire un patrimonio positivo da tramandare al futuro. L’esigenza dell’incontro, del confronto per superare i momenti più bui, può costituire un punto di partenza per la riflessione sul domani. Forse è ancora dentro il valore culturale del compromesso storico, nella collaborazione tra forze sociali distinte e nell’elaborazione di un moderno rapporto con le masse, che può essere ricavato un nuovo disegno politico per il progresso sociale del paese.