Come prima
o nulla come prima,
il bivio dopo il Covid

La vaccinazione avanza abbastanza speditamente; i contagiati diminuiscono; negli ospedali si liberano più posti e tutto questo induce a chiedersi se la pandemia stia passando. O, per lo meno, lo sta facendo in quest’area della Terra che è riuscita in tutto questo. Non in India e Brasile, ma nell’Europa più ricca fra cui l’Italia. Allora – questa è l’altra domanda- se la pandemia sta finendo, si ritorna a come era prima? Oppure “Nulla sarà come prima?” Queste sono risposte che nessuno può dare. Nessuno tra quelli deputati a darle che sono i virologi, gli immunologi e altri esperti della materia.

Tuttavia pur non essendo persona scientificamente informata dei fatti posso provare, come altri nelle mie condizioni, a riassumere un po’ le cose. E lo faccio nel momento in cui mi sono trovato a canticchiare una vecchia canzone napoletana di poco più di un secolo fa con un titolo abbastanza significativo: “Tiempe belle ‘e ‘na vota,“.
Una canzone (per la cronaca versi di Aniello Califano messi in musica da Vincenzo Valente nel 1916) che mi fa riflettere su quanti hanno pensato e pensano con nostalgia al passato ritenendolo certamente migliore del presente, quando i mulini erano bianchi e, quindi, rimpiangendolo e chiedendosi se mai tornerà? Fino a quando? Come si chiedono in corteo lavoratori che hanno perso il lavoro. Una domanda semplice che in molti ci poniamo ormai da tempo quando ci chiediamo se, quando tutto sarà finito, si ritornerà a prima del coronavirus-19.

È possibile che questo accada? come è possibile che accada? E se non fosse possibile che fare per sopravvivere? In questo modo entriamo nel campo di situazioni talora anche irreversibilmente compromesse in presenza delle quali ci si chiede se la resilienza sia possibile. Ma, a proposito della pandemia ancora in corso, possiamo dire che erano “belli” i tempi precedenti tanto da chiedere, come nella canzone alla quale mi riferisco, dove stanno e perché non tornano dopo averci lasciato?

Era davvero bello il prima?

Se lo erano, non lo erano per tutti e non per tutti allo stesso modo. Lo erano per chi stava bene in salute e si è ammalato; per chi aveva negli affetti familiari e amicali persone che non ci sono più; per chi ha perso il lavoro, dipendente o autonomo: per tutti questi il pur difficile quando non impossibile ritorno ai tempi di prima è un desiderio impossibile da soddisfare. Poi ci sono quanti, pochi, non toccati da tutto questo, vivono senza grandi problemi il presente, ma il ritorno ai tempi andati potrebbe ulteriormente, anche e soprattutto psicologicamente, migliorarne la vita. Infine vi sono quanti, ancora di meno, hanno persino lucrato sulla situazione pandemica e per loro i tempi andati è meglio che non tornino. Per esempio Big Pharma che incassa 70 miliardi di dollari “grazie” ai vaccini anti Covid. E che, come ha dichiarato l’amministratore delegato di Pfizer Albert Bourla., gli garantiranno “un flusso continuo di entrate anche nei prossimi anni come già accade per il vaccino dell’influenza”.

La conclusione può essere che se ne uscirà, ma piuttosto malconci: nel corpo e nello spirito. La resilienza avverrà in tempi medi e si raggiungerà dopo progressivi periodi di adattamento.

L’altra pandemia: il clima che cambia

Resilienza? Adattamento? Ma di che parliamo? Capita spesso che si usino parole delle quali non tutti e non sempre conoscono il significato. Spesso se ne fa un uso pigro e improprio. Eppure basta sfogliare un dizionario della lingua italiana per avere risposte che consentano di superare equivoci e cattive interpretazioni.

Ne ricaviamo, per esempio, che la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi e di riprendere la sua forma originaria. Ma se il “materiale” è quello umano che cosa succede dopo uno shock traumatizzante? In questo caso la ricostituzione dello stato originario avviene in modi e tempi diversi e consiste nella capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne trasformati o addirittura rafforzati.

Di più: preso atto che non sempre il risultato è realizzabile, non potendo ci si deve adattare. L’adattamento in biologia si riferisce alla facoltà degli organismi viventi di mutare i propri processi metabolici, fisiologici e comportamentali, consentendogli di adattarsi alle condizioni dell’ambiente nel quale vivono. È sempre stato così: tramite una serie di mutazioni e di selezioni, le specie vegetali e animali si sono continuamente adattate all’ambiente in trasformazione, trovando ogni volta le soluzioni giuste per sopravvivere negli ambienti più diversi. Chi non riusciva ad adattarsi si estingueva. Questo è soprattutto il caso dell’altra pandemia che affligge la Terra: il progressivo mutamento del clima.

Ormai sappiamo tutti di che si tratta. E sappiamo che nel dicembre del 2015 196 Stati hanno sottoscritto un accordo a Parigi impegnandosi a contenere entro due gradi l’aumento delle temperature. Sappiamo che questo comporta importanti modifiche nel modo di produrre, nelle cose da produrre, nel quotidiano stile di vita. e dobbiamo realisticamente prendere atto che in questo caso non si potrà parlare di resilienza. Perchè dopo lo shock del mutamento climatico nulla o quasi sarà più come prima dopo il 31 dicembre 2100. Chi verrà dopo di noi deve saperlo e deve adattarvisi mentalmente e prepararsi a farlo materialmente.

Dopo il 31 dicembre? E intanto? Negli 80 anni che intercorrono da oggi a quella data? Certamente non c’è da immaginare un automatismo tra la riduzione della emissione di gas serra in atmosfera e il blocco degli eventi provocati dal mutamento del clima già in atto da tempo. Né è immaginabile che una volta raggiunto l’obiettivo tutto tornerà ad essere com’era prima. Si sarà evitato che tutto peggiori; si saranno ottenuti cieli più limpidi e si sarà salvato qualche arcipelago dalla sommersione… ma non si potrà certo intervenire sull’irreversibile accumulo di CO2 in atmosfera.

La conclusione è che non si tratta di adattare i personali comportamenti ad una situazione meteorologica che va gradatamente mutando. Ma si tratta di intervenire in un ambiente in mutamento anche profondo.
Si potrà fare? Certamente sì. Si farà?
Ho fiducia che, anche traendo insegnamenti dalla pandemia sanitaria, finalmente l’istinto di conservazione prevalga sul cupio dissolvi.