Licenziamenti, dove
cercare gli strumenti
per riuscire a fermarla

L’”andazzo” dei licenziamenti, per usare l’immagine di Enrico Letta, non è ricomparso all’improvviso in questi giorni perché in realtà non era mai stato cancellato. Anche durante la pandemia migliaia di lavoratori hanno perso l’occupazione perché dipendenti di aziende che hanno chiuso i battenti. Piuttosto la notizia di centinaia di tagli, di operai buttati sulla strada da imprese irresponsabili appena il governo ha sollevato il blocco ai licenziamenti ha sorpreso per la brutalità e la durezza dei modi e soprattutto per la debolezza dell’esecutivo, dei sindacati, delle amministrazioni locali davanti alle mosse di multinazionali, fondi d’investimento, proprietà senza scrupoli e faticosamente individuabili.

Si tratta di un fenomeno largamente atteso perché le imprese, la Confindustria hanno implorato da mesi di poter avere libertà di ristrutturazione, non essendo soddisfatte dei miliardi di aiuti e sostegni, dei prestiti garantiti dallo Stato, dei rinvii nel pagamento di imposte e servizi. Il ministro del Welfare, il pd Orlando, era stato aggredito verbalmente dai vertici confindustriali per aver proposto la proroga del blocco dei licenziamenti fino all’autunno inoltrato.

Come imporre il rispetto delle regole?

Ora siamo davanti all’”andazzo”, il solito, dei lavoratori cacciati dalle fabbriche. Impianti chiusi all’improvviso, licenziamenti via mail o whatsapp, nessuna comunicazione preventiva alle organizzazione sindacali o al governo. L’”avviso comune” siglato da Confindustria e sindacati proprio per evitare situazione drammatiche, ricorrendo alla cassa integrazione prima di adottare provvedimenti più dolorosi, ha subito mostrato la sua fragilità. Gkn ha cacciato 422 dipendenti, ma la proprietà è di un fondo d’investimento internazionale, lontano nel mondo. Così il caso Gianetti. Chi lo può richiamare al rispetto delle regole? Il problema non è nuovo. Gli interessi stranieri, aziende, fondi, società, multinazionali proprietari di imprese attive in Italia sono spesso difficilmente individuabili e certo poco sensibili ai richiami sulle conseguenze sociali delle loro decisioni. E’ successo per Whirpool, ex Ilva e per decine di vertenze aperte.

La questione è di difficile soluzione, qualcuno paga e di solito sono i dipendenti. Come si possono tutelare i lavoratori, le comunità in cui sono attive queste imprese? Il confronto tra il mondo del lavoro e le multinazionali pende dalla parte di queste ultime, colossi che spostano fabbriche come pedine su una scacchiera mondiale, che cercano paesi dove si pagano pochissime tasse, dove pure i governi finanziano i loro insediamenti produttivi, dove il costo del lavoro è “competitivo”. Lo scorso week end a Venezia, il G20 ha deciso di introdurre la tassa minima globale sulle multinazionali. “Un successo” è stato definito anche da nostro governo. E certo sarà un passo avanti quando Amazon, Google, Facebook e soci pagheranno qualche euro sui loro enormi profitti. La tassa sarà del 15%, entrerà in vigore nel 2023. Ma il prelievo fiscale sulla busta paga di un operaio è ben più alto.

Gli strumenti a disposizione del sindacato e della politica per contrastare queste ristrutturazioni e delocalizzazioni, spesso motivate solo da interessi economici di brevissimo respiro, appaiono deboli, inadeguati in questo momento. Da una parte ci sono capitali che decidono di chiudere, spostare una fabbrica da un paese all’altro dalla sera alla mattina, e di fronte c’è il sindacato che chiede l’apertura di un tavolo. Il potere sta tutto da una parte, i lavoratori sono sempre più soli e deboli, sia i “garantiti” delle grandi fabbriche sia gli sfruttati delle sub-cooperative della logistica. Il governo Conte, all’epoca del Decreto Dignità, aveva imposto la restituzione dei contributi pubblici alle imprese che licenziano e delocalizzano. Non è un argomento che possa far cambiare idea a certe imprese. Bisogna pensare a qualcosa di ben più radicale, di politico e di culturale. Innanzitutto il lavoro dovrebbe tornare centrale nello studio, nell’elaborazione, nella progettualità politica di chi si orienta ancora a sinistra.

Serve un cambiamento profondo

Solo un cambio profondo della governance economica del sistema delle imprese potrebbe portare a un miglioramento, per evitare che ogni ristrutturazione determini per forza chiusure, licenziamenti, taglio di redditi e diritti. Qualche tempo fa il segretario del Pd Enrico Letta propose, nel suo libro “Ho imparato”, l’adozione in Italia del sistema tedesco della cogestione o codeterminazione tra aziende e lavoro, alla base di un successo economico di lunga durata e di una pace sociale encomiabile. Si può declinare in salsa italiana questa soluzione tedesca? Si può ritrovare  un patto dei produttori utile per il Paese? Si può fare anche da noi?  Forse un cambiamento di questa portata sarebbe difficile, il tessuto imprenditoriale in larghissima misura non sembra disponibile ad aprire i consigli di amministrazione (i consigli di sorveglianza, in Germania) ai rappresentanti dei lavoratori. Né i sindacati italiani, cresciuti e vissuti a lungo nella cultura del conflitto, sembrano pronti a un tale cambiamento. Ma qualcosa bisogna pensare e sperimentare. Nel Piano nazionale di Ripresa e Resilienza si potrebbero trovare lo spazio e il sostegno per procedere su una strada innovativa. Se pensiamo alla metamorfosi digitale e alla transizione ecologica, possiamo anche impegnarci a studiare e implementare un diverso modello di relazioni tra lavoro e imprese. Altrimenti continueremo a testimoniare le crescenti tensioni sociali e l’impoverimento di migliaia di cittadini. Questo “andazzo” lo conosciamo bene.