Corruzione, non basta indignarsi sui social. La sinistra ripassi la lezione di Berlinguer

È stato evocato, a proposito delle recenti vicende di corruzione nel Parlamento europeo, il fantasma di Enrico Berlinguer e la sua “questione morale”. Per essermi occupato a fondo del leader comunista in un libro scritto con Susanna Cressati e di cui è appena uscita la seconda edizione ampliata, Berlinguer. Vita trascorsa, vita vivente (Castelvecchi editore), mi permetto alcune considerazioni per sottolineare la profondità del pensiero di Berlinguer (anche in contrasto con la superficialità di quello della sinistra di oggi), la diversità del contesto in cui esso maturò e tuttavia la sua attualità.

Lo scandalo petroli

Intanto, quando Berlinguer illustra la sua posizione sulla questione morale nella famosa intervista del 1981 a Eugenio Scalfari, aveva da tempo elaborato ed espresso le sue convinzioni sul tema. Fin dal 1974 quando, a seguito dello scandalo “petroli” (sempre intorno a quello girano i soldi!) quando in Parlamento viene approvata la cd. legge “Piccoli” (n.195 del 2 maggio 1974) sul finanziamento pubblico dei partiti. L’inchiesta, che toccò i segretari amministrativi di DC, PSI, PSDI, PRI, venne insabbiata. Ma per Berlinguer la questione non riguardava solo il singolo caso, bensì il fatto che i partiti, venendo meno al loro mandato costituzionale, avevano occupato potere e istituzioni pubbliche, piegando beni, regole e spazio pubblici (cioè di tutti) agli interessi di parte.

Enrico Berlinguer
Enrico Berlinguer

Con straordinaria lungimiranza, nel 1974, elenca questi beni pubblici: “la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l’ordinato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto delle leggi e dell’equità” (discorso al Comitato Centrale del PCI del 4.6.1974). La questione morale che fin d’allora Berlinguer solleva era incentrata sui partiti al fine di “mettere fine ai finanziamenti occulti, agli intrallazzi, alle ruberie, al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini in lotta per il potere”.

L’articolo 49 e l’assetto giuridico dei partiti

Come abbiamo visto, il finanziamento pubblico dei partiti non solo non ha frenato questo sistema di corruttele, ma si è rovesciato nel suo opposto: non la liberazione dei partiti dal condizionamento dei finanziamenti privati, bensì in un’ulteriore occasione per distrarre soldi da finalità pubbliche per dirigerli verso un sistema di clientele funzionali al mantenimento di leader e gruppi dirigenti dei partiti al potere.

Il non aver mai trovato tempo e maggioranze per dare attuazione all’art.49 della Costituzione, dando così un chiaro, trasparente e democratico assetto giuridico ai partiti, ha consentito che questi diventassero delle “cose” da usare, scalare, maneggiare per fini di parte e personali legati anche all’arricchimento personale, per esercitare e concentrare sempre più potere.

Partiti-soldi-potere, una catena pericolosa che solo l’attuazione coraggiosa della Costituzione avrebbe potuto spezzare. I padri costituenti ne avevano parlato. Infatti, Calamandrei il 4 marzo 1947 nell’Assemblea Costituente commentando l’allora art.47 si chiedeva: “non basta dire che ‘tutti i cittadini hanno diritto di organizzarsi liberamente per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale’. Che cosa vuol dire, infatti, metodo democratico? Quali sono i partiti che rispondono alle esigenze del metodo democratico, e quindi sono degni di esser riconosciuti in un ordinamento democratico?”. Lui, Bozzi e prima ancora Vittorio Emanuele Orlando avevano posto il problema di inquadrare i partiti in una condizione giuridica, regolandone la vita interna. Ma rimasero inascoltati allora e per tutti i 65 anni successivi. Nell’intervista libro ad Alberto Vannucci, docente di Scienza Politica all’Università di Pisa e autore nel 2012 di un importante Atlante della corruzione, pubblicata nel nostro libro, lui spiega le radici profonde di questo fenomeno: la legge del 1974 e “i tentativi successivi al referendum di metterci una toppa – vedi il cosiddetto rimborso elettorale – si sono rivelati fallimentari perché non risolvono alla radice il problema: la natura dei partiti, le loro caratteristiche e come essi funzionano”.

Difendere la democrazia

Il punto è proprio questo: se la democrazia è sotto attacco da parte della corruzione, come ha detto la presidente dell’europarlamento, è anche vero che essa ha gli strumenti per difendersi. E questi sono le regole che essa può darsi. La legge “Severino” in tema di prevenzione e repressione della corruzione, ad esempio, con tutta la vasta disciplina sulle incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi potrebbe essere adottata anche a livello europeo e determinare l’impegno dei partiti della sinistra, che hanno reagito al “Qatargate” con sdegno morale, ma senza assumere un chiaro impegno politico e legislativo, giacché per questo esistono i partiti nelle istituzioni.

Foto di martaposemuckel da Pixabay

Sempre Vannucci dice: “La questione morale così interpretata è una questione politico istituzionale che non è né di destra né di sinistra. Non riusciamo a collocarla in un asse del genere. Gli interessi che sono toccati da questa degenerazione del sistema partitico e dalla corruttela elevata a sistema di governo sono interessi profondi, di lungo periodo; è una questione di politica alta ed è quella di cui parla Berlinguer”. Infatti, nel discorso alla Camera del 20 febbraio 1976, in occasione del voto di fiducia al V Governo Moro, Berlinguer ne parla elencando i guasti che la corruzione produce: “il sottogoverno, il clientelismo, le spartizioni del potere, la confusione tra pubblico e privato, le commistioni tra potere politico e potere economico, l’inceppamento dei poteri di controllo democratico, l’abitudine all’impunità”. Un concentrato della storia italiana dei successivi quarant’anni.

Ma Berlinguer non era un chiaroveggente, bensì un politico serio, che sapeva quale fosse il mestiere suo e le relative responsabilità. Qualcosa che dovrebbe ispirare la politica di oggi e in particolare a sinistra. Per questo abbiamo parlato di Berlinguer come “vita vivente”. A sinistra servirebbe oggi non indignazione né stupore, ma impegno concreto, fattivo, nelle sedi appropriate (che non sono i social, con qualche estemporaneo post), cioè quelle politiche e istituzionali. Per tornare ad essere credibili e riconoscibili. Come lo era Berlinguer.