Corruzione e modernità: come il Qatar
ha conquistato i mondiali di calcio

Come diavolo è possibile organizzare un Mondiale di football in un paese desertico con temperature di 40-50 gradi e senza alcuna plausibile tradizione calcistica? Follow the money. Com’è possibile continuare a spazzare sotto il tappeto gli allarmi di Amnesty sullo sfruttamento omicida degli operai-schiavi venuti dal Bangladesh e dalla Nigeria, dall’India e dal Nepal, per tirar su in un nulla di sabbia megastadi con aria condizionata per match in notturna? Follow the money. Qatar 2022, la ventiduesima edizione del campionato più amato, sognato, televisto, ha nel 21 novembre dell’anno prossimo la data fissata per il calcio d’inizio, col top quality della pelota in vetrina fino alla finalissima del 18 dicembre, apoteosi del pallone e ad un tempo giornata nazionale del Paese, che celebra l’unificazione delle tribù locali avvenuta sotto l’egida degli al-Thani nel 1878.

Autocrazia e modernità spinta

Un Calciomundial d’inverno, inaudito e scandaloso di fatto, perché costellato di corruzione ai massimi livelli e aromatizzato da intrigo internazionale, come si vedrà abbondantemente. Un appuntamento con la gioia dello sport per eccellenza lastricato di operai morti, disumanità e tutto quanto può offrire il lussureggiante capitalismo glocal nel paese dell’emiro quarantenne Tamin bin Hamad al-Thani, al potere da otto anni, il primo della sua dinastia a raggiungerlo senza un colpo di Stato. Autocrazia e modernità spinta, grattacieli e confessione islamica wahabita cosiddetta “del mare”, più temperata del wahabismo “del deserto” imperante in Arabia saudita, tanto che in Qatar c’è libertà di culto ed è attiva una robusta minoranza cristiana. Follow the money, ce n’è per tutti e dalla City londinese – dove al-Thani è di casa – alle federazioni pallonare vige il “non sento-non parlo-non vedo”. Ma fino a quando?

La penisola sul Golfo Persico dista qualche ora di volo dalla civilissima Europa, un fuso orario di due ore avanti rispetto a Roma. Qui vicino, insomma. Eppure solo ora, a poco più di dieci anni dalla surreale designazione Fifa a Paese ospitante dei Mondiali, si comincia ad avvertire qualche serio scricchiolìo nella macchina da guerra schierata dal Qatar Sport Investments, ramo apposito del fondo sovrano Qatar Investment Authority, un “giochino” da centinaia di miliardi di dollari ingrassato dalle esportazioni di gas liquido. La penisola è il maggior produttore al mondo e dal 2018 si è chiamata fuori dall’Opec (una sorta di clamorosa Brexit dell’oro nero), nonostante abbia enormi riserve petrolifere, il gas liquido è più strategico nel medio periodo e la dinastia ha ormai volto la prua al futuro, mettendo le mani in pasta ovunque: Shell, Barclays, Porsche etc. E l’Italia non è rimasta fuori dai radar di al-Thani, che si è praticamente pappato il pregiato quartiere milanese di Porta Nuova, lussuose fette di Sardegna (Cala di Volpe, Marina di Porto Cervo, Pevero Golf Club), in aggiunta ai rapporti assai stretti con Leonardo, partecipata di Stato leader nell’alta tecnologia aerospaziale per la difesa e la sicurezza, dove è appena approdato l’ex ministro degli Interni e sottosegretario ai Servizi Segreti Marco Minniti: guiderà Med-Or, nuova fondazione di Leonardo con l’occhio puntato su Mediterraneo e Oriente. Nel big game tutto si tiene.

Nell’emirato – due milioni e mezzo di abitanti (per il 40% arabi con solo una minoranza qatariota, il resto diviso tra indiani, pakistani, nepalesi e filippini), un reddito pro capite ai vertici del pianeta, assurdamente catalogato come monarchia costituzionale – hanno idee molto chiare sulla cruciale importanza del softpower nel terzo millennio, vedi la creazione del canale satellitare Al-Jazeera, faro informativo di qualità per tutto il mondo arabo. Uno Stato piccolo, insofferente verso l’incombente gigante saudita, con le risorse e le mosse giuste può diventare grande sullo scacchiere internazionale e navigare oltre i complessi rapporti con Emirati, Egitto, Bahrain e l’Arabia dei Sa’ud, che hanno accusato Doha di sostenere l’integralismo islamico, rapporti peraltro decisamente migliorati dal gennaio scorso con la fine dell’embargo che era stato decretato dai quattro paesi.

Le mani sul calcio

A parte l’implausibilità di certi pulpiti, giocava a sfavore del Qatar la sua politica filo-iraniana e del resto la regione, geopoliticamente parlando, è una polveriera. Così il giovane emiro al-Thani, versione qatariota del modernizzante principe saudita Mohammed bin Salman che tanto manda in sollucchero Matteo Renzi, ha immaginato a sua volta un rinascimento, ha tessuto con successo la sua rete diplomatica ed ha puntato pesante sullo sport, arma cruciale nella mediasfera contemporanea. Qatar Sport Investments dal 2011 ha in cassaforte, insieme alla squadra spagnola del Malaga, il Paris Saint-Germain, corazzata del calcio europeo farcita di campioni come Mbappé e Neymar e però povera di trofei continentali (solo una Coppa delle Coppe vinta nel ’96). Qatar Airways è main global partner della Roma, Doha ospita tornei internazionali di tennis del circuito ATP, gare del motomondiale e ci hanno corso per qualche anno un Tour ciclistico: non sono cronache marziane, è successo davvero. Il Qatar è piccolo? D’accordo, però è ricco sfondato e i campioni se li compra, Femi Seun Ogunode, il centometrista più veloce d’Asia è un nigeriano doc, ma è stato naturalizzato, in modo spiccio, dall’emirato del Golfo e giù medaglie.

Nel 2014 Il Qatar si è aggiudicata per 4 milioni di euro l’organizzazione della Supercoppa italiana di calcio tra Napoli e Juventus, due anni dopo si sono contese il trofeo a Doha ancora la Juventus e il Milan. Roba da circo equestre, comunque poca cosa al cospetto di un campionato mondiale di calcio da coprire con l’emittente di casa: l’audience totale di un torneo così supera senza difficoltà i tre miliardi e mezzo di telespettatori, non c’è evento più pervasivo, a parte le Olimpiadi.

L’emiro al-Thani il colpo grosso lo fa il 2 dicembre del 2010, quando contro ogni logica previsione a Zurigo il comitato esecutivo della Fifa (Fédération Internationale de Football Association, raggruppa l’europea UEFA, l’africana CAF, i sudamericani della COMNEBOL, gli asiatici dell’AFC, la CONCACAF per il Nord e Centro America e l’OFC per l’Oceania), chiamato a prendere la decisione finale tra le candidature mondiali di Qatar e Stati Uniti, opta per il Paese arabo, che raccoglie una robusta maggioranza di 14 voti contro 8 (i membri sono in realtà 24 ma 2 sono sospesi al momento del voto causa indagini per corruzione e di lì a qualche anno ben 16 esponenti di quell’esecutivo verranno radiati o indagati per gli stessi motivi, tra di loro il presidente Sepp Blatter: un bell’ambientino). Il voto finale – a scrutinio segreto, come i precedenti – era stato preceduto da una serie di consultazioni che avevano via via eliminato Australia, Giappone e Corea del Sud. E dire che la candidatura qatariota non appariva d’eccellenza, troppi i problemi logistici e organizzativi, anzi, era ritenuta ad alto rischio, con la quasi totalità degli stadi da costruire ex novo e poi da smantellare, quindi inutili, le temperature impossibili, l’instabilità e la conseguente insicurezza della regione, il problema vivissimo della discriminazione di genere, alla faccia del “modernismo” di al-Thani. E che problema c’è? Il Qatar promette di smontare gli impianti non più necessari e di donarli all’Africa. Ah, prodigi della filantropia.

1/ SEGUE

Questo pezzo è la prima parte di un articolo di approfondimento sui mondiali di calcio in Qatar. La seconda parte sarà pubblicata a breve sul nostro sito