Coronavirus, trasparenza e informazione
per evitare la psicosi

Nelle ultime quarantott’ore la cronaca ci ha proposto qui in Italia due ordini di fatti (solo) in apparenza contraddittori. Stiamo parlando del virus battezzato SARS-CoV2, che causa la sindrome respiratoria a sua volta ribattezzata Covid-19. Sì, insomma, con parole più chiare dell’epidemia provocata dal nuovo coronavirus.

Abbiamo appreso delle decisioni del governo di isolare due zone, una nel lodigiano, in Lombardia, l’altra nel patavino, in Veneto. Abbiamo appreso anche delle decisioni di alcune regioni del Nord, in stretto contatto con i ministeri competenti, di chiudere pro tempore le scuole di ogni ordine e grado, oltre che di sospendere molte manifestazioni pubbliche, incluse le celebrazioni del carnevale a Venezia e di svariate partite di calcio.

Giuste misure precauzionali.

Quanto dobbiamo preoccuparci? Abbastanza, ma non troppo. Dobbiamo certamente aumentare il livello di prudenza ma altrettanto certamente non dobbiamo farci prendere dal panico.

Calma e gesso, direbbe un giocatore di biliardo. Ben sapendo però che qui la posta in gioco non è un caffè al bar ma la salute degli italiani.

Veniamo, dunque, alle due notizie in apparenza contraddittorie che ci hanno raggiunto nelle scorse ore.

La prima è che il numero di persone contagiate nel nostro paese continua a crescere, così come aumentano le aree interessate: dopo la Cina, dove si concentra il 97% delle persone contagiate dal nuovo coronavirus, e dopo il Giappone e la Corea del Sud siamo il paese al mondo dove si è finora registrato il più alto numero di persone infette dal SARS-CoV2.

Siamo certamente in una fase di emergenza sanitaria.

Ma l’altra notizia è che delle tre persone ricoverate con coronavirus all’ospedale specializzato Spallanzani di Roma una (il ragazzo italiano) è completamente guarita ed è già uscita; una seconda (l’anziano cinese) si è negativizzato ed è di fatto guarito e la terza (la moglie anch’essa anziana del cinese di cui prima) è in via di rapida guarigione. Come ha detto Giuseppe Ippolito, direttore scientifico di quell’ospedale e tra i più grandi esperti italiani in materia, dalla Covid-19 si guarisce. Il virus SARS-CoV2 non è letale. Non è altamente letale, aggiungiamo noi. Perché poi i morti in Cina sono già 2.500 e due in Italia.

Stante questa situazione, ritorna la domanda: quanto dobbiamo preoccuparci? Cui aggiungiamo: la risposta del governo e delle autorità sanitarie italiane è la migliore possibile?

Non è facile rispondere, perché le sensibilità espresse dagli esperti non sono univoche. Esprimono in generale almeno due culture di prevenzione e comunicazione del rischio diverse. C’è chi propone, per così dire, la “cultura dello scenario peggiore” ed a quello dobbiamo prepararci, anche a costo di esagerare nel tentativo di prevenirlo. Se ne sono fatti espressione, in questi giorni, due virologi noti al grande pubblico: Ilaria Capua e Roberto Burioni.

L’altra scuola di pensiero è quella che cerca di contestualizzare l’epidemia.Per citare altri due nomi, se ne sono fatti espressione il già citato Giuseppe Ippolito e Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecolare del CNR, Quest’ultimo, per esempio, ha ricordato che, sulla base dei dati disponibili (circa 80.000 persone contagiate in tutto il mondo), la Cobid-19, nell’80 o addirittura nel 90% dei casi, si manifesta con sintomi lievi o moderati: più o meno come una normale influenza. Nel 10 o 15% dei casi sviluppa una polmonite, il cui decorso è in genere benigno. Solo nel 4% dei casi è richiesto il ricovero in terapia intensiva. Ma mortalità in Cina è intorno al 2%, fuori dalla Cina inferiore all’1%.

Lo scenario peggiore

In pratica, il virus SARS-CoV2 (ma non sarebbe meglio battezzarli questi agenti patogeni con nomi che tutti possono facilmente riconoscere e ricordare?) si diffonde molto rapidamente, genera infezioni non diverse in pratica dai virus dell’influenza stagionale e uccide, per fortuna, solo in casi rari. Soprattutto (ma non solo) le persone anziane che hanno già problemi gravi di salute.

Quale delle due scuole di pensiero ha ragione, dunque? Non è per fare come Ponzio Pilato, ma occorre riconoscere l’ambiguità di questo virus. Si diffonde facilmente, è quasi sempre invisibile e ogni tanto colpisce duramente.

Lo scenario peggiore è che si diffonda così rapidamente da contagiare una percentuale elevata della popolazione. Qualcuno ha ipotizzato che in Italia, se non si adottano le giuste precauzioni, il contagio potrebbe interessare alcuni milioni di persone.

Giusta la massima prevenzione. Ma ricordiamo che la “banale” influenza questo fa: contagia ogni anno in Italia milioni di persone e uccide: due o trecento direttamente e fino a diecimila indirettamente. Non sono numeri banali. Sono numeri cui semplicemente ci siamo abituati. E li consideriamo inevitabili.

Il nuovo virus per ogni milione di persone contagiate, stando ai dati attuali, ucciderebbe più o meno le stesse persone della normale influenza (con tutte le complicazioni che spesso comporta). Il fatto è che questi morti si aggiungerebbero a quelli dell’influenza e non li sostituirebbero. E poiché stiamo parlando di migliaia di morti potenziali, abbiamo il dovere di fare il massimo possibile per evitarli.

Le misure adottate dal governo sembrano essere tali da evitare anche “lo scenario peggiore”. A patto che i contagi reali e le zone ad alto rischio siano quelli finora rilevati. Ma nulla ce lo garantisce. Quindi bisogna tenere alta la guardia ed essere pronti a rafforzare e finanche a riformulare il piano di intervento ove mai ce ne fosse bisogno.

Molti, compresa l’Organizzazione mondiale di sanità, si chiedono come mai questo focolaio da nuovo coronavirus proprio in Italia: il più grande, fuori dall’Asia orientale?

Il “paziente zero”

La risposta è: non lo sappiamo. Mentre scriviamo nessuno sa come siano potuti accendersi più o meno nelle medesime ore due o forse tre focolai indipendenti, tra la Lombardia e il Veneto. Finché non troveremo “il” o, più probabilmente, “i” pazienti zero o comunque una causa chiara, la risposta resta indeterminata.

A proposito di “paziente zero”. Spesso sui media sono stati indicati con eccesso di sicurezza: nel lodigiano l’italiano che è venuto dalla Cina, in Veneto otto cinesi, due dei quali ritornati da una visita alla madrepatria. Tutti sono passati per maldestri untori prima di essere scagionati dalla prova biologica. Nessuno dei nostri colleghi ha chiesto scusa per il proprio errore.

Di qui un’altra domanda che non è meno importante delle precedenti. La copertura mediatica che stiamo dando alla vicenda è adeguata? È sufficientemente rigorosa? È proporzionata ai fatti?

La sensazione è che occorre rispondere che, salvo eccezioni, non è adeguata ai fatti sia perché è spesso poco rigorosa sia perché è esagerata, enfatica, ansiogena. Alimenta quella diffusa psicosi che è alla base di comportamenti incivili, come aggredire un cinese in strada (è accaduto a Torino) o emettere ordinanze sindacali che vietano l’ingresso in località turistiche a tutti i residenti in Lombardia e Veneto o comunque a chiunque abbia posto piede nelle due regioni negli ultimi 14 giorni (è accaduto a Ischia). Si badi bene, non nelle zone rosse individuate dalle autorità di governo, ma genericamente di tutte le due regioni.

Queste forme di psicosi o di eccesso di zelo sono alimentate dalla bulimia mediatica, certo. Ma sono anche causa del mancato perfezionamento della comunicazione del rischio in caso di emergenza. Troppe voci e troppo discordanti hanno trovato spazio sui media. Spesso si tratta di voci autorevoli, talvolta molto autorevoli. Ma questo tipo di interventi si traduce in un boomerang se non sono coordinati. Se in troppi e troppo spesso dicono cose diverse.

È anche per questo che la Protezione civile ha deciso di tenere due conferenze stampa al giorno e, dunque, proporre una voce univoca istituzionale. La speranza è che questa voce sia forte e completa, oltre che totalmente trasparente. Che riesca a sovrastare quel rumore di fondo che genera confusione e psicosi. Che contrasti l’infodemia, come è stata ribattezzata. Perché il rumore di fondo influenza la percezione del rischio. E la percezione erode fin dalle fondamenta la capacità di contenerlo, il rischio.