Cop 27, un fondo per i danni da clima. Ma non si parla di ridurre i gas serra

Come si dice a Napoli a proposito di una cosa dal risultato facilmente prevedibile, non c’era bisogno della zingara per sapere come sarebbe andata a finire la Cop27 a Sharm el-Sheikh. Forse, però, non era del tutto prevedibile un importante aspetto della conclusione: l’accordo sulla concessione di indennizzi economici ai paesi più deboli e vulnerabili che, in quanto tali, hanno ancor più subito danni dagli effetti del mutamento climatico. Anche se non hanno contribuito a provocarlo

Frans Timmermans

È quello che si chiama loss and damage che, come ricordavamo su queste pagine  (”Clima, quegli abissi tra promesse e azioni necessarie. La Cop27 sarà diversa?”), è la valutazione delle perdite derivanti dai danni provocati dalle catastrofi climatiche e degli aiuti economici per la ricostruzione dei Paesi colpiti. In buona sostanza è una specie di chi inquina paga. Che può fare comodo a tutti: a chi risarcendo i danni si sente autorizzato a continuare far male e a chi quei soldi li riceve. In realtà non è del tutto così perché dover pagare i danni si può intendere anche come incentivo a ridurne gli effetti incidendo sulle cause. Che dovrebbe essere un obiettivo prioritario di queste conferenze.

Per arrivare alla conclusione che la Cop27 si concludeva con un importante risultato, i tempi previsti per la durata di questa Conferenza delle parti si sono allungati di oltre quarantotto ore. Il merito tocca all’Unione Europea che per bocca del vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, ha aperto, finalmente, alla creazione di un fondo per i danni e le perdite. Perché, come riferisce Ferdinando Cotugno, in “Areale” del “Domani” da Sharm el-Sheikh, questa di Timmermans è stata “una mossa da negoziatore abile (vendetta per le botte sui denti che aveva preso nel finale di COP26 a Glasgow), arrivata a spiazzare tutti, ha isolato gli Stati Uniti, ha stanato la Cina, ha riposizionato l’Unione Europea, ha scosso il negoziato.”

Chi paga e a chi

Naturalmente il risultato di questa “apertura” dell’UE non significa un “detto fatto”. Per ora è stata significativamente aperta una strada. Percorrerla dura almeno 365 giorni. Quanti, cioè, ne occorrono per fissare e intendersi sui dettagli. In poche parole si tratta di stabilire chi paga e a chi. Vale a dire quali sono i Paesi ricchi e quali i vulnerabili e in via di sviluppo. Poiché la necessità di un fondo di risarcimento (si parlava di cento miliardi all’anno) è vecchia di trent’anni l’obiettivo dovrebbe essere quello di rivedere il contesto del 1992. Cioè individuare con precisione quali sono oggi i Paesi in via di sviluppo e tra questi quelli da considerare fragili e quali quelli “ricchi” e responsabili di emissioni in atmosfera. È problema di non poco conto perché, tra l’altro, riguarda la Cina che non dovrebbe essere più considerata Paese in via di sviluppo, ma una potenza economica e responsabile di guasti al clima.

Alluvione in Pakistan

Insomma l’obiettivo della UE è anche quello di “spaccare” il fronte definito del G77 che comprende gli oltre 130 Paesi che, insieme con la Cina hanno chiesto il loss and damage. Per farlo propone di parlare non di Paesi in via di sviluppo, bensì di Paesi vulnerabili. In tal modo si ridurrebbe il numero dei Paesi che possono aderire al fondo, ma si aprirebbe la strada anche a Paesi quali Pakistan, Nigeria e Filippine fortemente danneggiati dalla crisi climatica. Dall’altro canto l’obiettivo è di ampliare il numero dei “donatori” che attualmente comprende Stati Uniti, Unione Europea, Canada, Australia e Giappone, includendovi non solo la Cina, ma anche i ricchi paesi produttori di idrocarburi (Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita), che hanno notevoli risorse per contribuire al fondo e un ruolo di non trascurabile portata nel mutamento climatico.

“Investire sulle rinnovabili”

Tutto questo significa che giustamente, il riferimento al contesto non deve essere più quello della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici del 1992, ma quello degli accordi di Parigi del 2015. Ma significa anche che i tempi per un accordo completo e per la sua concreta attuazione (si parla di 400 miliardi all’anno) non sono brevi. Per cui a decidere tempi e modalità dovrebbe essere un apposito comitato che, poi, presenterebbe i risultati alla Cop28 di Dubai l’anno prossimo.

Il risultato ottenuto è comunque importante. In assenza anche questa Cop sarebbe stata un fallimento. E non è che non lo sia stato almeno parzialmente perché di clima si è parlato poco. Quasi dando per scontato che con gli effetti catastrofici del mutamento bisognerà continuare a fare i conti. E che al momento sono soprattutto conti economici.

Foto di Chris LeBoutillier da Pixabay

Pertanto restano sempre da sciogliere nodi importanti. A cominciare dall’impegno a realizzare misure di riduzione delle emissioni di gas serra e quindi del riscaldamento globale, mantenendo vivo l’obiettivo di 1,5 gradi di riscaldamento in più rispetto all’era preindustriale, stabilito dagli Accordi di Parigi del 2015. Questa riduzione comporterebbe la graduale riduzione di tutte le fonti fossili, ma il lobbismo dei produttori di petrolio e gas non ha voluto che se ne parlasse e si menzionasse esplicitamente questo obiettivo. Insomma quella che è uscita perdente da questa Cop27 è la mitigazione cioè la prevenzione degli effetti peggiori della crisi climatica attraverso le transizioni ecologiche ed energetiche

La UE esce abbastanza bene da questa Conferenza delle parti, ma soprattutto ne esce bene l’Egitto paese ospitante e alla presidenza della Cop, che aveva insistito perché il tema loss and damage fosse inserito nell’agenda dei lavori. Sviluppo verdeMa nel complesso, la conclusione delle conclusioni sta nelle parole del segretario generale delle Nazioni Unite Guterres, che ha riconosciuto l’atto di giustizia del loss and damage, ma ha anche ricordato che «il nostro pianeta è ancora al pronto soccorso. Dobbiamo ridurre drasticamente le nostre emissioni. Ora. E questo è un problema che la COP27 non ha affrontato. Un fondo per i danni e le perdite era essenziale, ma non serve a niente se la crisi climatica cancella un’isola dalle mappe, se trasforma un intero paese africano in un deserto. Il mondo ha ancora bisogno di un grande salto dell’ambizione. Per avere speranza di rimanere entro 1.5°C dobbiamo investire in rinnovabili e terminare la nostra dipendenza dai combustibili fossili».