Il decreto Salvini: contro migranti e profughi, diritto e uguaglianza

Se c’è una cosa che funziona (ancora) in materia di integrazione degli immigrati in Italia è il sistema SPRAR, quello che consente di distribuire i richiedenti asilo in piccoli numeri nei tanti Comuni italiani. Non è un caso, allora, che proprio lo SPRAR venga sostanzialmente abolito nel decreto “immigrati e sicurezza” che Salvini ha fatto approvare all’unanimità dal Consiglio dei Ministri e ha esibito con un sorrisone in sala stampa accanto a un meno giulivo Giuseppe Conte, che poi è stato sbianchettato nelle foto per la Rete: ennesimo segnale di quanto Conte conti.

Dettagli? Dettagli. Nel decretone Salvini ci sono molte cose, alcune sfacciatamente contrarie alla Costituzione italiana e alle norme del diritto europeo e internazionale e tutte ispirate dalla nuova religione cattivista di cui i nuovi padroni del paese celebrano gioiosamente i riti.

Le vedremo subito. Se abbiamo cominciato dall’abolizione dello SPRAR, che continuerà ad esistere – “spiega” il ministro – “solo per la protezione internazionale (???) e per i minori non accompagnati”, è perché essa rende evidente con plasticità e immediatezza lo spirito di questo primo atto legislativo di un ministro che ci ha tormentato per tutta l’estate con le sue sparate contro i “clandestini” e contro l’Europa, con le sue infamie da codice penale contro i poveracci della nave Diciotti ripetendo ad ogni pie’ sospinto la promessa-minaccia che “presto” la cattiveria estemporanea sarebbe diventata diritto e giurisprudenza.

Lo spirito, il principio ispiratore del provvedimento è esattamente il contrario dell’integrazione. Chi, nonostante tutto, riesce ad arrivare da noi e non si riesce a cacciarlo subito non deve vivere in mezzo a noi, come noi. Deve essere confermata e sancita per legge la sua alienità. Deve essere separato, rinchiuso. La segregazione degli altri è la garanzia della nostra sicurezza. Si tratta, in fondo, della stessa logica con cui i ricchi bianchi del Sudafrica si barricavano nei loro compounds al tempo dell’apartheid, con cui il governo ungherese circonda il paese di filo spinato e le autorità di Varsavia giurano che neppure un solo non cattolico metterà mai radici in Polonia. E andando indietro nel tempo è facile immaginare che cosa si finirebbe per evocare. Storie vecchie e nuove di razzismo, xenofobia, pregiudizi ed esclusione che ora e qui pretendono di farsi legge.

La filosofia del decreto Salvini in questo senso è più grave della sua lettera. A cominciare dal legame che è stato reso esplicito tra due materie, la sicurezza dei cittadini e l’immigrazione, mettendole insieme con un presupposto di causa ed effetto che è già un manifesto politico: gli italiani sono o non sono sicuri perché non ci sono o ci sono gli stranieri. Ma anche la lettera dei provvedimenti è molto grave. Ci si può consolare con l’idea che alcune delle proposte più scandalose che erano circolate alla vigilia sono state eliminate o ridimensionate dalla moral suasion che è stata sicuramente esercitata dal presidente della Repubblica o dai limiti fisiologici all’ingoiar rospi dei cinque stelle; che qualcosa del grave che resta sarà corretto in Parlamento o sarà oggetto di nuovi interventi di Mattarella; che su diversi aspetti del decreto interverranno in futuro non solo la Corte costituzionale ma anche gli organismi internazionali, la Corte di Giustizia europea o le agenzie dell’ONU. Ma quel che è restato basta e avanza.

Vediamo. In primo luogo c’è il raddoppio, da un massimo di 90 (30 era stato deciso dal ministro Minniti) a 180 giorni, del “trattenimento” (leggi: detenzione) nei centri di identificazione ed espulsione. Si tratta dell’inasprimento di una pratica che già ora incontra molte obiezioni di carattere non solo umanitario ma anche giuridico, perché configura una privazione della libertà di persone che non sono state condannate e nella grande maggioranza dei casi non sono neppure accusate di qualche reato. Appare evidente che l’allungamento dei soggiorni provocherà l’aumento del sovraffollamento e delle già gravi difficoltà di gestione dei CIE.

Come nel caso dell’abolizione dello SPRAR appare evidente, qui, il proposito di non puntare sull’integrazione e la convivenza pacifica dei rifugiati con i cittadini italiani quanto piuttosto sulla segregazione, come giustamente hanno fatto notare nelle loro reazioni critiche esponenti delle sinistre, dei vescovi cattolici e delle chiese evangeliche italiane. “Il ridimensionamento dello SPRAR a favore dei CIE – si legge in un comunicato diffuso dalla Chiesa Valdese – potenzia un modello concentrazionario, rafforzando strutture potenzialmente esplosive sul piano sociale”. Considerato con l’ottica della pace sociale, della “sicurezza dei cittadini” per dirla à la Salvini, l’ammasso di migliaia e migliaia di profughi in centri molto grossi pare assolutamente controproducente. La prospettiva di essere rinchiusi per sei mesi in un campo renderà agli occhi degli extracomunitari molto più appetibile la tentazione di entrare nella clandestinità, con tutti i pericoli che ne deriveranno proprio in termini di sicurezza. C’è seriamente da chiedersi quale sia la logica che c’è dietro a questi propositi e non si può non pensare che non tanto la sicurezza dei cittadini sia la posta in gioco, quanto la possibilità di sfruttare la presenza e la visibilità dei “clandestini” come argomento per la propaganda.

C’è poi l’abolizione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari. Essi debbono essere abrogati – sostengono Salvini e i leghisti – perché sono un modo surrettizio di permettere di restare anche a chi non ha titolo di ottenere l’asilo a leggi vigenti. Tant’è, sostengono loro, che questo istituto non esiste negli altri paesi europei. Dimenticano di aggiungere, però, che altrove non ci sono perché dappertutto esistono leggi nazionali che sanciscono e definiscono il diritto di asilo. In Italia questa legge non c’è, e non pare proprio che introdurla sia nelle intenzioni dell’attuale governo.

Il decreto prevede poi un ampliamento notevole dei reati che comportano la revoca del permesso di rifugiato. Non verrà più considerato titolare del diritto di asilo chi si renderà colpevole di reati di violenza sessuale, spaccio di droghe, violenza a pubblico ufficiale (categoria di reato quest’ultima che si presta a molti abusi). Chi ricorrerà contro la revoca non avrà diritto al gratuito patrocinio e le spese legali non saranno più a carico dello Stato. Il ritiro del permesso avverrà dopo l’apertura di un procedimento penale, senza neppure aspettare la sentenza di primo grado. Si tratta di un’evidente violazione del principio costituzionale del riconoscimento dell’innocenza degli imputati fino al terzo grado di giudizio. Nei propositi iniziali di Salvini, il permesso avrebbe potuto essere revocato già al momento della denuncia nei confronti del titolare dell’asilo. Si possono immaginare gli abusi che ciò avrebbe comportato.

C’è infine un aspetto del decreto che, a meno che non venga corretto in Parlamento, incorrerà certamente nella condanna della Corte costituzionale e della Corte di Giustizia europea. Si tratta della revoca della cittadinanza italiana per chi commetta reati di terrorismo. Una misura del genere introdurrebbe nella legislazione un principio pericolosissimo: la discriminazione tra due tipi di cittadinanza, quella assoluta, degli italiani di nascita, e quella “revocabile”, degli stranieri diventati italiani. Quando i cittadini non sono più tutti uguali di fronte alla legge, la democrazia se ne è già andata.