Contro i migranti una guerra feroce e norme “modello Guantanamo”

Giorgia Meloni ci vuole convincere che c’è una guerra in atto per fermare un’invasione, una minaccia alla nostra integrità nazionale e che il governo la sta combattendo in nome e per difendere noi, il popolo. È la guerra contro gli immigrati, anzi “gli stranieri” dicono e scrivono (incautamente) addirittura nelle norme che producono a getto continuo come armamenti di difesa. E, quando si è in guerra, ogni azione è lecita e le norme che tutelano i diritti delle persone, la democrazia, le libertà e le garanzie repubblicane possono essere sospese. Si chiama “stato di emergenza” e ha una lunga storia che risale al diritto romano quando si chiamava Justitium, cioè lo stato di eccezione.

Il nemico principale sono le Ong non gli scafisti

In questa guerra, non s’ingannino i cittadini, il nemico dichiarato sono i migranti e i rifugiati e i loro fiancheggiatori, che non sono gli scafisti (che la propaganda del governo addita come la categoria che vuole combattere), bensì le Ong che, in mare o in terra, salvano le vite dei migranti, conducendoli in luoghi sicuri (in Europa), impedendo così che essi vengano respinti o riportati nei lager libici e nei luoghi della fame e della guerra da cui fuggono. Questa verità è ormai scoperta con la polemica fra i governi italiano e tedesco. Il primo accusa apertamente il secondo di finanziare le Ong che salvano e conducono i migranti nei porti (anziché lasciarli perire nei flutti mediterranei), il secondo risponde con una scandalosa verità: “Per tutti, quindi anche per la Repubblica federale, il fondamento da rispettare è la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Si deve dare protezione alle persone che si trovano in difficoltà in mare, non le si può semplicemente respingere”.

L’Italia risponde concedendo che le Ong tedesche possono pure salvare i migranti in mare, ma in tal caso devono portarli in Germania. In ciò facendo finta di ignorare le norme del Regolamento Dublino III che, all’art.13, stabilisce “Quando è accertato […] che il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un paese terzo, la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in questione è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale”. E così, lo stato di emergenza si trasforma in un conflitto diplomatico con il paese motore dell’economia e delle istituzioni europee.

È una guerra totale, che cambia i fondamenti del nostro Stato democratico (che non intende adeguarsi alle norme consolidate del diritto internazionale) e inficia i principi costituzionali che impongono l’adesione al diritto internazionale e l’accoglienza (art.10: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”). Lo stato di emergenza ha questi effetti.

Non esagero, tanto è vero che già l’11 aprile 2023 il Governo aveva annunciato la deliberazione dello “stato di emergenza su tutto il territorio nazionale per fronteggiare l’eccezionale incremento dei flussi di persone migranti“. Misura giustificata dal fatto che i centri di accoglienza (e in particolare quello di Lampedusa) erano sovraffollati e per la previsione di ulteriori partenze dalla sponda sud del Mediterraneo.

Ma, quando il 19 aprile il decreto è stato pubblicato, il commissario delegato all’emergenza – il prefetto Valerio Valenti – non avrebbe operato su “tutto il territorio nazionale” essendo escluse cinque regioni dall’applicazione del decreto. D’altra parte la protezione civile, ai sensi dell’art.117 della Costituzione, è una materia concorrente tra Stato e Regioni e in assenza dell’accordo delle Regioni (di tutte? di alcune?), lo Stato non può esercitare le funzioni conseguenti in solitudine. O più probabilmente, il governo ha preferito un’applicazione limitata alle Regioni che avevano espresso l’accordo nel timore che quelle in disaccordo, a fronte di un’applicazione del decreto su tutto il territorio nazionale, avrebbero potuto decidere di impugnare il provvedimento.

All’ombra dei “gravi motivi di ordine pubblico”

Questo è solo un esempio di come si sia tentata ogni strada da parte del governo per convincere il paese che si era in tempi straordinari, segnati da un’invasione, da fermare ad ogni costo. Ed ha continuato a procedere a colpi di decreti per combattere questa “guerra”. Il decreto di mercoledì scorso (il terzo dopo quello denominato impudicamente “Cutro” e quello del 23 settembre sulla “cauzione” di 5.000 euro per non essere imprigionati nei Cpr mentre si valuta la domanda per lo status di rifugiato) si torna ai toni di “stato di emergenza”.

Così, il decreto approvato mercoledì scorso in Consiglio dei Ministri, si pone apertamente su questa scia: in caso di “gravi motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato”, l’espulsione potrà essere disposta dal Ministero dell’Interno o, in caso di gravi motivi di pubblica sicurezza, dai prefetti.

Tali motivi di ordine pubblico o di sicurezza non devono neppure essere giustificati o motivati da evidenza: sono una sorta di motu proprio che, senza alcuna forma di tutela di terzi o controlli superiori, di fatto incidono, quanto meno attenuandoli se non negandoli, sui principi costituzionali sopra ricordati. L’assenza di tutele è confermata dal fatto che la questura può anche decidere di negare il reingresso a chi faccia ricorso contro la propria espulsione, se si ritiene che questo possa generare pericolo per l’ordine pubblico. Stessa cosa possiamo dire per il fatto che la norma del decreto riguarda anche chi sia già in possesso di permesso di soggiorno a tempo indeterminato, quello che può essere richiesto dopo almeno cinque anni di permanenza continuativa in Italia. Tutto ciò in nome dell’ordine pubblico, un ordine nuovo che è la cifra del governo della destra italiana.

Quale sarebbe la minaccia che i migranti minori non accompagnati possono apportare all’ordine pubblico? Il dichiararsi di essere minorenni quando si presume che essi mentano sulla propria età, e più in generale comunicare dati falsi sulla propria identità.

Il decreto autorizza le autorità di pubblica sicurezza a disporre, immediatamente dopo l’arrivo delle persone migranti in Italia, lo “svolgimento di rilevamenti antropometrici”: procedure mediche per accertare l’età dei migranti, compresi esami a raggi X, dopo aver chiesto l’autorizzazione a un tribunale dei minorenni. Se viene stabilito che il migrante abbia dichiarato il falso sulla sua età, la pena per il reato di false dichiarazioni al pubblico ufficiale può essere sostituita dalla misura amministrativa dell’espulsione. Ma questa è una norma che contraddice le norme europee secondo cui la verifica dell’età delle persone migranti deve essere svolta in un ambiente idoneo da professionisti di varie discipline, e se necessario anche un mediatore culturale, utilizzando procedure meno invasive possibili. La legge italiana del 2013 che recepiva le direttive europee, viene così stravolta.

Poi il decreto stabilisce che, in caso di indisponibilità di strutture dedicate, i migranti che all’apparenza sembrano avere più di 16 anni possano essere ospitati in specifiche sezioni all’interno delle strutture di accoglienza ordinarie, anziché in strutture apposite per minorenni. Una misura che può durare più di 90 giorni. E così non meravigli se maturano idee stravaganti come quelle di “ospitare” (ma sarebbe più corretto dire “recludere”) giovanissimi migranti in container, senza finestre e servizi, che neppure a Guantanamo si erano pensate.
Ma anche se sei un vero minorenne – cioè fra i 16 e i 18 anni – ma sei migrante, sei comunque una minaccia e, dunque, il decreto consente di recluderti (ormai uso questa dizione) nei Centri ordinari (e non quelli per minorenni). Questa è anche la risposta data a quei sindaci (di ogni colore politico) che denunciavano una eccessiva pressione di minorenni sui propri centri di accoglienza dai costi troppo onerosi: togliamo dei minorenni da questi centri e li sbattiamo nei centri di contenzione degli adulti, così accontentiamo i sindaci protestatari e costringiamo veri minorenni in luoghi in cui, forse, sarà più facile che diventino un pericolo per l’ordine pubblico. Dunque, una profezia che si autoavvera.

Nei Cpr, sia detto per inciso, questo decreto consente di starci più a lungo. E, sempre il decreto, stabilisce che negli hotspot venga impiegata la Guardia costiera, che invece dovrebbe pattugliare le coste e anche salvare i migranti. Così, visto che alle Ong si impedisce sempre di più di operare e la Guardia costiera si impiega per altre attività che non quelle legate al salvataggio in mare, i migranti possono più facilmente perire affogati.

Poi, per alimentare il clima di emergenza e di “guerra di frontiera”, ecco la ciliegina sulla torta: 400 nuovi militari nell’operazione “Strade sicure” a presidio delle città (soprattutto le stazioni ferroviarie di Milano, Roma e Napoli).

Giorgia Meloni e Matteo Salvini

Meloni punta sulla paura e terrorizza i cittadini

Ma questa è tutta una tragica montatura, che ha come obiettivo reale quello di diffondere paura e insicurezza tra la cittadinanza. Con buoni risultati, direi, se è credibile il sondaggio pubblicato da Ilvo Diamanti su “la Repubblica” del 29 settembre che mostrerebbe che il 45% degli italiani considera l’immigrazione un pericolo per l’ordine pubblico; il dato più alto dal 2007. Il governo vuole indirizzare il risentimento verso finti invasori o nemici, distraendoci dai problemi veri e gravi del paese, mentre loro instaurano un regime sempre più pervasivo e oscuro.

Se non lo fanno i partiti della sinistra, troppo timidi e preoccupati di perdere consensi, devono essere le nostre coscienze a respingere questo clima da “guerra di frontiera” e costruire le ragioni e le esperienze – anche minuscole – di solidarietà. Sono convinto che la timidezza della sinistra su questo tema sia stata una strategia sbagliata, che spesso l’ha spinta a voler competere con la destra sul suo terreno, dando origine a normative su cui la destra sta agendo ora per inasprirle, o non modificando norme già approvate dai precedenti governi di destra (come la famigerata “Bossi-Fini”).

Sono convinto, invece, che una chiara strategia volta a proporre e sollecitare le capacità di accoglienza civile e dignitosa non solo avrebbe dalla sua le ragioni umanitarie, quelle dell’economia e della demografia, in un paese che invecchia e si impoverisce, ma riuscirebbe a far emergere alla luce del sole quella solidarietà che la società civile italiana ha saputo esprimere in passato (e che ancora lo fa in una condizione di quasi clandestinità). Sarebbe anche una strategia che potrebbe conquistare consenso; magari non quello immediato della prossima campagna elettorale, ma quella più duratura e profonda che potrebbe presto cambiare il segno culturale del governo politico del paese. Questo è un coraggio che, contrariamente al passo manzoniano, se uno non ce l’ha, lo può pur sempre costruire, sol che si accinga a farlo.

 

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