Conte completi la trasformazione del M5S e rilanci l’alleanza col Pd

Archiviate le elezioni, ora i due schieramenti si dividono in vincitori e sconfitti, in maggioranza e opposizione, eppure c’è una forza politica che da queste elezioni esce sia come vincitrice che come sconfitta: il MoVimento 5 Stelle.

giuseppe-conteIl partito di Conte è stato l’unico a recuperare voti rispetto ai sondaggi di partenza, che a metà luglio stimavano lo stesso MoVimento intorno al 9-10% ed invece è riuscito a raggiungere, raccogliendo più di tutti i consensi degli indecisi nei giorni pre-voto, il 15% nelle urne. Alla fine è stato anche doppiato l’autoproclamatosi terzo polo del duo rampante formato da Renzi e Calenda e, soprattutto al Sud, sono stati rosicchiati consensi agli ex alleati del Pd (riuscendo a raccogliere il voto anche, a sorpresa, di militanti e quadri intermedi di lungo corso del centrosinistra).

Potremmo definire Giuseppe Conte come il vero vincitore ‒ comunicativamente parlando ‒ di questa campagna elettorale, poiché ha sbalordito tutti quelli che fino a pochi mesi fa lo davano per finito e lontano dai lustri degli anni passati.

A Conte va dato il merito di aver avviato quel processo di maturazione del MoVimento, trasformandolo dalla forza eversiva e populista del 2018 ad una forza afferente (per quanto vagamente) alla cultura progressista, influenzata probabilmente anche dalla cultura del cattolicesimo democratico, da cui lo stesso Giuseppe Conte proviene.

Da forza eversiva a forza progressista

La capacità dell’ex Presidente del Consiglio è stata quella di accreditare come forza di governo, morigerata ma attenta ai bisogni delle fasce sociali più deboli, un movimento nato per essere semplicemente un partito dienrico-letta-giuseppe-conte opposizione. Ricordiamo tutti quando i 5 stelle erano ancora i principali oppositori dello ius soli e lanciavano squallidi attacchi alle ONG (taxi del mare, secondo la celebre definizione dell’ex ministro Di Maio), mentre giusto poco tempo fa sono arrivati a proporre un assai temperato, ma sacrosanto, ius scholae. I pentastellati erano anche il partito del “fuori dall’Euro” e sono finiti per essere gli azionisti di maggioranza, seppur molto criticamente, del governo più europeista di sempre presieduto dall’ex Presidente della Bce Mario Draghi.

Insomma, l’odierno MoVimento è molto distante da quello che nel 2013 defenestrò Pierluigi Bersani e lo umiliò in diretta streaming, anche se restano molti nodi da sciogliere per completare un processo ancora in fieri, che dovrebbe portare questo partito a scegliere realmente in quale campo politico collocarsi, rinunciando anche a figure alquanto ambigue come Alessandro Di Battista e Virginia Raggi e compiendo quel processo di maturazione che al centro-sinistra occorre per rilanciare l’alleanza giallo-rossa, l’unica forma di opposizione possibile (e credibile) al futuro esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Del resto insegnava Hegel che il divenire comprende sia il nascere che il perire, per questo il (fu) MoVimento di Grillo deve lasciar perire ciò che è stato per ambire ad essere ciò che deve diventare: un partito progressista, partendo dalla base programmatica delle ultime elezioni, molto simile alla proposta del Partito Democratico, per puntare entrambi a rappresentare quella che Lelio Basso definiva la “questione sociale politica” più urgente: le disuguaglianze.

A Giuseppe Conte spetta il compito di completare questo processo iniziato nel settembre del 2019, di individuare poi una collocazione politica e di riprovare a costruire un’alleanza forte con il Pd (o con ciò che ne verrà fuori).