Considerazioni (amare) sulla banalità
del vivere in tempi di post-pandemia

Il mondo desidera ripartire. Spesso, tutto ciò si trasforma in un’ansia di vita che produce movimenti frenetici, conati di divertimento o produttività che possono dare le vertigini, dopo tutto il tempo passato tra le mura domestiche. Si ritorna agli stessi ritmi di prima, come se la pandemia avesse provocato in noi una sorta di nostalgia di tempo accelerato che, di fatto, è stato la causa della diffusione della pandemia.
Il senso di un mondo affollato lo si ritrova anche nell’incipit del romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta:

In via Tiziano Aspetti, scultore
non minore di fine Cinquecento,
da quattro anni lavorano, ormai,
alle corsie per il tram monorotaia.
Si distende la sera sul quartiere
tra gli abitanti in giacche rifrangenti
e l’inedia cattiva delle anziane
ammalate, e scesi, i dipendenti,
dagli uffici, coi musi schiacciati
dal buio pesto e chiamate non risposte
negli occhi, si scolano spritz macchiati
di led al bar all’imbocco di via
d’Alemagna, dove paghi di più
se sei dell’Est e i fari delle macchine
entrano scuri, scorrono bronzei
sul ripiano di amari.

I versi sono molto densi, nonostante stiano parlando di eventi estremamente banali. Il tempo presente dei verbi è in realtà un tempo astorico, dove numerosi elementi vengono frullati insieme per restituire un’immagine compressa, in cui il lettore possa iniziare a sentire un senso di disagio, se non proprio di asfissia. Il nome della via rievoca l’arte del Cinquecento, ma la realtà dei fatti mostra un cantiere dell’Antropocene inoltrato. È come se l’autore volesse smarcarsi dal postmoderno: il testo si apre con una citazione, ma in questo caso il frammento che proviene dalla cultura colta non è più capace di descrivere alcunché, ma risulta essere un mero aneddoto, che nulla ha a che fare con il resto del racconto, che parla della vita quotidiana di questi anni Duemila. Il patchwork di citazioni postmoderno viene sostituito da quello degli individui, persone e oggetti, che pressati compongono il testo: l’umanità descritta non è più il resto di un passato, di qualcosa, ma è come se nascesse direttamente come residuo, come rifiuto. I primi personaggi che incontriamo appaiono già esausti: dipendenti dai «musi schiacciati» che vanno alla ricerca di un momento di riposo nei bar: sono condannati al silenzio (le «chiamate non risposte») e all’oblio (l’alcool degli «spritz»). E le anziane incattivite dall’«inedia» sembrano essere il destino di questi giovani ancora in anni da lavoro.

Pizza-e-via di vicolo Bernini, chiuso

il lunedì – Pizza-break di via Bissoni,

aperto tutti i giorni – al MondoPizza

di via Machiavelli puoi osare la prosciutto

e funghi, o anche la radicchio e salsiccia

quand’è stagione, al Pizzarcella –

la nostra via crucis,

da quando siamo qui, nel dribbling

dei pasti, col bidone della carta

che subito si stipa, e arriva

al sabato quasi peggio

dei nostri stomaci esausti.

Targhetta cita le insegne, i cartelloni pubblicitari, gli slogan. Il realismo del testo non nasce dalla credenza che la parola possa evocare direttamente la visione dell’oggetto nominato, ma da questo citare la strada, dove una pubblicità ha più pregnanza semantica del nome di un’artista del Cinquecento, ormai diventato un mero segno per indicare una strada.
Nonostante le promesse di ristoro che riempiono le strade e questi versi, l’umanità di Targhetta vive il momento del pasto come l’ennesimo impegno, come se ogni gesto quotidiano ruotasse intorno al lavoro, in senso lato.

Ospiti, solo ogni tanto abbiamo avuto

problemi con un tizio che portava sempre

la sua ragazza, già siamo in sei, pensatevi

in sette, i bagni sono due, questo sarebbe

vostro e di Giacomo, la cucina la vedete,

un po’ vecchia ma funziona, avreste

due scomparti, qua, del frigo grande,

dietro le arance c’è la busta per le bollette,

turni di pulizia per le stanze in comune,

lavatrice a pagamento, telefono
fisso, linea wireless dei vicini finché

non mettono una password…»

L’io poetico è alla ricerca di una casa e queste parole sono il primo contatto con i futuri coinquilini. L’abitare e il convivere, che dovrebbero rappresentare i lati più intimi di un’esistenza umana, qui vengono ridotti a un meccanismo: bisogna rispettare la “portata” della casa (lasciando intendere che con più persone sarebbe più difficile l’uso dei bagni, luoghi intimi per eccellenza, quasi come se il rapporto col proprio corpo fosse l’ennesimo momento da inscrivere in orari e durate precise); non importa che la cucina sia un luogo accogliente, basta che “funzioni”, come se nella vita contasse solo compiere azioni in maniera corretta; quando si fa riferimento ai rapporti tra i coinquilini si parla solo di aspetti economici e pratici (le «bollette», i «turni di pulizia»), quasi come se la casa fosse l’ennesimo luogo di lavoro. Il testo di Targhetta mostra come il linguaggio contemporaneo sia stato invaso dalla logica del lavoro, dove anche il tempo libero e la casa risultano essere delle fasi della produttività, in cui bisogna riposarsi solo per recuperare le forze(-lavoro), in cui l’abitazione è un dispositivo di sopravvivenza, senza alcuna connotazione personale ed esistenziale.
Leggendo questi versi, possiamo interrogarci su questo ritorno alla vita, dopo le chiusure causate dalla pandemia: quanto di genuino c’è nel nostro tempo libero? O, forse, non è l’ennesimo momento di performance, di ansia di fare cose pur di sentirsi sulla cresta dell’onda, dopo tanto mare piatto? Bisognerebbe interrogarsi sugli spazi lasciati liberi dalla logica del “buon uso” del tempo, per riscoprire la lentezza, lo svago, nel senso di vagare senza meta, di lasciarsi la possibilità di sbagliare, essere inutili, vivere per sentirsi – e non vedersi – vivi.

Perciò veniamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta (Mondadori)